Legambiente e Altreconomia: il business delle acque in bottiglia

 Di redazione  Ambiente-  24/3/2013  –

Un’imbarazzante storia all’italiana. Un impatto ambientale enorme per tutti e profitti esagerati per pochi.  La denuncia di Legambiente e Altreconomia.

Un giro d’affari pari a 2,25 miliardi di euro che riguarda 168 società per 304 diverse marche commerciali; l’uso di oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica prodotte utilizzando 456 mila tonnellate di petrolio, che determinano l’immissione in atmosfera di oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2: c’è un vero e proprio business dentro una bottiglia d’acqua. L’abitudine tutta italiana di preferire l’acqua in bottiglia a quella del rubinetto innesca, infatti, un meccanismo economico che porta immensi guadagni alle aziende imbottigliatrici e un’enorme consumo di risorse per il Paese, oltre ad alti livelli di inquinamento indotto e consumo di risorse.

In un periodo di crisi economica così prolungato in Italia sono in tanti a stringere la cinghia per sbarcare il lunario: numerosi cittadini, tante amministrazioni locali, diverse imprese solo per citarne alcuni. Ci sono pochi soggetti che invece continuano a operare come se la crisi non ci fosse: tra questi le società che imbottigliano le acque minerali che continuano a farla franca pagando canoni di concessione davvero ridicoli in diverse Regioni italiane a fronti di un business miliardario. E come ogni anno Legambiente e Altreconomia tornano a denunciare questo scandalo tutto italiano con un nuovo dossier sul business delle acque in bottiglia.

Nel 2011 i consumi di acqua sono addirittura aumentati rispetto all’anno precedente, passando a 188 litri per abitante, numeri che confermano il primato europeo del nostro paese per i consumi di acque minerali: dei 12,3 miliardi di litri imbottigliati nel solo 2011, oltre 11,3 miliardi sono stati consumati dentro i confini nazionali (di cui l’80% in bottiglie di plastica). Un giro d’affari che riguarda 168 società per 304 marche diverse di acqua in bottiglia e un bilancio complessivo di 2,25 miliardi di euro.

Un’attività che comporta un elevato impatto ambientale. Per soddisfare l’incomprensibile sete di acqua minerale dei cittadini italiani vengono infatti utilizzate oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica da 1,5 litri, per un totale di 456mila tonnellate di petrolio utilizzato e oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2 emesse per produrle. A questi numeri si deve aggiungere il fatto che ancora oggi solo un terzo delle bottiglie viene avviato a riciclo, mentre i restanti due terzi continuano a finire in discarica, in un inceneritore o dispersa nell’ambiente e per l’85% dei carichi si continua a preferire il trasporto su gomma. Questo vuol dire che una bottiglia d’acqua che proviene dalle Alpi per esempio, percorre oltre 1000 km per arrivare sulle tavole pugliesi, con consumi di carburante e emissioni di sostanze inquinanti conseguenti.

Impatti importanti che garantiscono elevatissimi profitti per le società che gestiscono questo business. I canoni richiesti dalle Regioni per le concessioni infatti hanno spesso importi addirittura ridicoli, come nel caso della Liguria che chiede solo 5 euro per ciascun ettaro dato in concessione, senza prendere in considerazione i volumi emunti o imbottigliati. Nel 2006 la stessa Conferenza Stato-Regioni aveva provato a mettere ordine in questo settore con un documento di indirizzo che proponeva canoni uniformi sul territorio nazionale e che prevedessero l’obbligo di pagare sia in funzione degli ettari dati in concessione che per i volumi emunti o imbottigliati, indicando come cifre di riferimento almeno 30 euro per ettaro e un importo tra 1 e 2,5 euro per m3 imbottigliato.

Per capire la situazione a sette anni dall’approvazione di questo documento Legambiente e Altreconomia hanno mandato un questionario a tutte le Regioni Italiane e il quadro che ne esce è estremamente eterogeneo con l’unico elemento comune che le condizioni sono sempre molto vantaggiose per le società che imbottigliano l’acqua e che gran parte delle Amministrazioni sono ancora inadempienti rispetto a quanto stabilito nel 2006.

(fonte legambiente e Altreconomia)

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