Non solo Spread…

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di Lamberto Colla —

Parma, 28 Luglio 2013 –

Killerato Berlusconi lo spread è tornato a fare il suo mestiere: raccontare un pezzettino della storia finanziaria. Attualmente oscilla tra i 271 e 273 punti, ben lontano dai 500 punti dell’epoca “B”.  Dovrebbero essere rose e fiori  per il nostro bel Paese. E invece…

In attesa dei dati ISTAT relativi al mese di giugno, provando a mettere insieme i numeri di questi ultimi giorni, ne viene fuori una rappresentazione dell’azienda Italia molto, ma molto acciaccata.

130%, 54%, BBB, -250.000… 

A fine 2012 il tasso di indebitamento sul PIL si fissava al 127%  e sei mesi dopo ha segnato 130,3% raggiungendo quota 2.074,77 miliardi di euro. In questo primo semestre altri  250.000 posti di lavoro sono andati perduti e, nonostante uno spread a 273, S&P ha declassato il rating italiano a BBB pregiudicando definitivamente le possibilità di nuovi investimenti dei fondi statunitensi. Il downgrade del 9 luglio scorso, scrive l’agenzia americana, riflette «gli effetti di un ulteriore indebolimento della crescita sulla struttura e la resistenza dell’economia italiana».

Molto allarmante, per non dire inquietante, è quanto rilevato dall’ufficio studi di Confcommercio; il 54% del Pil nazionale deriva da entrate fiscali. Il doppio rispetto agli Stati Uniti (27,9%) e 18 punti superiori alla Spagna (36,7%). Siamo quindi un popolo di “pagatori di tasse” nonostante una stima di evasione di 182 miliardi all’anno (in crescita del 15,3%, con punte record nel nord dove ha raggiunto il 16,1%). Nel complesso l’Italia presenta un economia sommersa del 21,4% del prodotto interno lordo, pari a 346 miliardi di euro l’anno. Niente da dire, con questa rosa di indicatori di efficienza, non si può certamente stare tranquilli. Il solo valore positivo del differenziale tra i titoli di stato decennali italiani e tedeschi (spread) non può assolutamente consolare così come non avrebbe dovuto preoccupare l’impennata registrata nel periodo premontiano.

… declassate anche 18 banche

Sul fronte bancario, per ora, si salvano solo Unicredi e Intesa mentre quasi tutte le “Popolari” vengono declassate da S&P.

“Stanno operando in un ambiente con rischi economici più elevati, lasciandole più esposte a una recessione più lunga e profonda di quello che avevamo previsto in precedenza in Italia”. Con questa motivazione l’agenzia di rating americana Standard & Poor’s ha tagliato il rating di lungo periodo. Tra le banche sottoposte a downgrade si registrano:  Ubi Banca e Credem, che scendono a livello ‘BBB-‘; Fga Capital, Iccrea e Mediocredito a ‘BB+’; Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna e Banco Popolare a ‘BB’; infine Unipol Banca a ‘BB-‘. Standard & Poor’s segnala l’Istituto per il Credito Sportivo, Banca Fideuram, Mediobanca, Banca Popolare dell’Alto Adige e l’Istituto Centrale delle Banche Popolari Italiane, i cui rating restano confermati.

Flessibilità  

Se una nota positiva dobbiamo rilevare è quella che, nelle ultime ore, ha riguardato  l’accordo sulla flessibilità del lavoro tra la società dell’Esposizione EXPO2015 e i sindacati. ”L’accordo sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil di Milano con Expo 2015 per l’assunzione di oltre 340 giovani fino a 29 anni e di altri lavoratori presi dalle liste di mobilita’ e dalla disoccupazione, per un totale di 800 nuovi occupati, testimonia la capacita’ delle parti sociali di trovare intese locali ritagliate su misura.” Lo afferma Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro della Camera al quale fa eco lo stesso premier Enrico Letta il quale rilancia  che l’accordo potrebbe “essere modello nazionale”.

Conclusioni

E intanto a seguito di quest’ostinato “non agire” dei nostri governi le grandi imprese straniere vengono sempre più spesso a fare acquisti a buon mercato dei nostri marchi storici, i giovani tra i 20 e 40 anni espatriano con sempre maggiore frequenza (+30% nel 2012) e le aziende che riescono ad espatriare sono sempre più numerose anch’esse (+65% nell’ultimo decennio).

Intanto i media tacciono e “lasciano lavorare” questo Governo delle “larghe intese” che, se qualcosa di buona ha dato, è appunto il silenzio mediatico, la pace da “spread” che tanta ansia ci ha generato negli ultimi due anni precedenti a Letta.

In conclusione nulla è cambiato dal lato governativo mentre dal lato socio economico l’Italia è in via di stravolgimento.  E’ sotto gli occhi di tutti, si palpa e e si vive il disagio. Alcuni cercano di resistere e di reagire, altri purtroppo si suicidano e con loro si è perduto  anche un pezzetto della dignità italiana.

 

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