La Festa della Liberazione 70 anni dopo. Meglio non dimenticare.

Liberazione_corteoLe atrocità della guerra sono ferite che mai alcuna pratica di chirurgia estetica riuscirà a far sparire. Il terrore delle incursioni notturne di “Pippo” sono ancora limpide nei ricordi di chi è sopravvissuto. Meglio non dimenticare.

di Lamberto Colla – Parma, 26 aprile 2015 –


Meglio non dimenticare
. Sono trascorsi solo 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale da quel 25 aprile 1945 in cui vennero liberate Milano e Torino. Via via la resistenza conquistò le città, Bologna il 21 aprile, Genova il 23, Venezia il 28 aprile per concludersi con la Resa di Caserta del 29 aprile, data che sancisce la fine della seconda guerra mondiale.

Vendette e “conti in sospeso” proseguirono ancora per diversi anni a seguire ma chi era stato destinato alla guida provvisoria del Paese lavorò alacremente per condurre la nazione in un processo di rapida democratizzazione e, già il 2 giugno 1946, il referendum popolare decise per repubblica e quindi, via verso l’ultimo passo formale: la stesura della Costituzione.

Non dimenticare quegli anni, per coloro che hanno avuto la fortuna di non viverli, vuol dire andare a indagare, interrogando i nonni e gli amici dei nonni, andando a fare ricerche per comprendere cosa vuol dire vivere sotto bombardamento. Il terrore che i soldati venissero a fare rappresaglia nel cortile o a requisire il cibo e le scorte alimentari. In guerra la vita umana non ha valore salvo quando può essere utilizzata come merce di riscatto.

Sono trascorsi 70 anni, 70 anni di pace, o quasi.

La pace è una conquista che va alimentata con giudizio giorno dopo giorno. Non è un stato di fatto permanente, anzi è una combinazione di fattori altamente instabile. La naturale propensione del genere umano a prevaricare è impossibile da eliminare e può essere governata solo con intelligenza e con il solito ma efficace metodo della carota e del bastone.

70 anni di pace, tra gli ex alleati e gli sconfitti della seconda guerra mondiale, grazie a quei premier, così lungimiranti, che addirittura misero le fondamenta per una patria comune quell’europa che ancora stenta a decollare.

E, all’interno di questa Europa, in questi 70 anni di “quasi” Pace, abbiamo assistito all’erezione del Muro di Berlino e alla sua distruzione, allo smembramento della Jugoslavia e vissuto, da telespettatori, alla guerra in Bosnia. Ai confini invece assistiamo al conflitto ucraino e alla minaccia dell’ISIS ma anche una massa biblica di donne, bambini e uomini che fuggono dalle guerre, prevalentemente civili, nei loro paesi. Tentano una difficile fuga nella speranza di sopravvive vivendo nella certezza che morirebbero nel loro paese.

Si stimano circa 5.000 sbarchi a settimana e è fuori discussione che si debba intervenire nel salvataggio in mare, per norme marittime ma soprattutto per coscienza cristiana.
Il salvataggio però non è sufficiente e l’accoglienza non può essere compito della sola Italia, come invece pretenderebbero i partner europei. Il premier britannico, solo per fare un esempio, ha perentoriamente dichiarato che la marina di Sua Maestà andrà in soccorso, per due mesi, nel mediterraneo ma il Regno Unito non darà asilo a alcuno. Dopodiché David Cameron ha lasciato il vertice straordinario dell’UE mancando di presenziare alla conferenza stampa.

Un vertice dei capi di governo che, ancora una volta, ha dimostrato come l’Europa sia molto lontana dal traguardo di una confederazione tra Stati dimostrando al mondo intero la sua debolezza e la miopia dei premier, di statura ben diversa dai loro predecessori di 70 anni fa.

Non basta l’avere deciso di triplicare l’impegno economico a favore dell’operazione Triton, che da novembre scorso ha preso il posto di mare Nostrum, raggiungendo la medesima quota di spesa (9 milioni al mese) sostenuta dall’Italia durante l’operazione autonoma di salvataggio. Non basta anche per il fatto che la maggiore responsabilità sulla attuale situazione libica è da imputare ai Francesi e agli Inglesi. Non basta perché l’Italia potrà opporsi a sostenere i suoi impegni quando i problemi giungeranno da oriente o dal nord dell’europa.

Non basta perché la pace va conquistata, giorno dopo giorno, con la fiducia e non con il menefreghismo ostentato dall’Europa e dai suoi rappresentanti.

Alla luce di quanto sta accadendo nel mondo ma soprattutto nel vicino medio oriente, nell’est dell’europa e nel continente africano , il 25 aprile deve assumere il significato di proiettare nel futuro la storia, far comprendere e ricordare come gli errori si possono rapidamente trasformare in orrori.

Il 25 aprile, festa nostrana della liberazione, deve perciò trasformarsi nella festa della pace e della tolleranza, della fiducia e dell’orgoglio nazionale, della convinzione che, anche se armata, la pace non è una conquista definitiva ma un regalo per la buona condotta.
Di questo passo l’Europa presto non sarà più in pace!

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