Matteo “Attila” Renzi

In vent’anni il Cavaliere non è riuscito in quello che in tre anni è riuscito a Matteo “Attila” Renzi. 

 

Distruggere il PD e restare in sella (non la banca). Come è lontano quel 26 maggio 2014 quando il 40% delle europee cadde in mano al “PD di Renzi” doppiando il M5S.

di Lamberto Colla Parma 2 luglio 2017

“Poteva andare meglio”, è stato il commento di Matteo Renzi negli istanti successivi alla lettura dei dati del ballottaggio di domenica scorsa.

Avrebbe potuto anche dire che ci “sono ampi margini di manovra” per migliorare. Certo che dall’exploit europeo del 2014, ogni tentativo di misurarsi da capo del PD è stato un insuccesso clamoroso.

Il segnale del declino lo misura la stessa Toscana. Dopo la sconfitta negli anni scorsi nella rossissima Livorno, nella Arezzo di Maria Elena Boschi e a Grosseto, in questa ultima tornata elettorale il Pd perde Carrara e Pistoia. Perse cinque province toscane su dieci.

La sconfitta del Pd a Rignano sull’Arno, il paese di “Attila” Renzi, che inizialmente era stata dolcemente passata come semplice gossip, alla luce dei risultati del ballottaggio, è stato il simbolo di significati ben più pesanti riguardo l’avversione al renzismo.

Sul piano nazionale la sconfitta assume dimensioni storiche.  Roccaforti come Genova e Sesto San Giovanni, considerate fino all’altro giorno imprendibili, sono cadute; città come Lodi, feudo di Lorenzo Guerini, amministrata da 20 anni dal Centrosinistra, sono passate alla Lega e a Forza Italia.

Se Renzi pensa positivo, altrettanto lo fa il movimento grillino. In finale in nessun capoluogo, il movimento pentastellato ha comunque avuto il coraggio di dichiarare la “costante crescita” e a poche ore dai risultati il Casaleggio junior si è fiondato a Roma, forse nel tentativo di riappacificare gli animi dei suoi generali sempre più in tensione e con poche idee da avanzare.

A gongolare è invece il “vecchio” Berlusconi. La coalizione di centro destra, così fortemente voluta dall’ex premier, è andata a scontrarsi in quasi tutti i ballottaggi. E alla fine il centro destra si è imposto in 15 comuni capoluogo (Alessandria, Asti, Rieti, Como, Gorizia, La Spezia, Lodi, Genova, Monza, Oristano, Piacenza, Pistoia, Verona, Catanzaro, l’Aquila), contro i 4 (Padova, Lecce, Lucca, Taranto) del centrosinistra.

Inquietante è invece, da parte di tutti, il silenzio sul vero vincitore del 2017: l’astensionismo.

Ben oltre il 50% degli aventi diritto ha “messo una croce” sulla chiamata elettorale.

Nessuno si interroga sul partito di maggioranza assoluta del Paese? E se un giorno esprimesse un “leader” focoso e capace di chiamare a sé le folle, cosa resterà dell’Italia, sempre che non scompaia prima per l’invasione di orde di sfortunati in fuga dall’inferno di mezzo mondo?

“Corsi e ricorsi storici” (Giambattista Vico)

—————-&—————

(per seguire gli argomenti “Editoriali” clicca qui)

Torna su