Fa bene o fa male mangiare il salmone?

Affermazioni contrastanti, addirittura estreme, sulla qualità dei Salmoni allevati. Le fake news invado sempre più il campo dell’alimentare e della salute con articoli talmente efficaci da risultare quasi impossibile la smentita.

Il caso del salmone ne è una prova allarmante.

di Lamberto Colla – Parma 28 settembre 2017 – Ormai sono all’ordine del giorno le notizie allarmanti su quello o quell’altro prodotto alimentare. La moda del “senza” (senza lattosio, senza glutine, senza olio di palma, senza zucchero, senza …) sta pian piano traslocando dai elementi di base a addirittura il prodotto commestibile. Non passerà tanto tempo che non avremo che da mangiare veramente solo cavallette, sino a quando si scoprirà che contengono una sostanza tossica capace di avvelenare un uomo di 80 chili in soli 120 anni.

Comunque, a parte quest’ultima frivolezza, negli ultimi gorni, in particolare sui principali social media, è tornata alla ribalta la notizia della pericolosità del Salmone d’allevamento: “10 buone ragioni per cui non mangiamo salmone”.

Riprendendo un articolo dell’autorevole SLOW FOOD del febbraio 2014, la campagna contro il Salmone Norvegese si è fatta più intensa e addirittura macabra, in grado quindi di suonare le corde più sensibili di ciascuno di noi. Salmoni che vivono la loro vita negli escrementi e alimentati con mangimi contenenti elementi altamente dannosi. Consigli a non consumare assolutamente il Salmone soprattutto alle donne gravide, pena la probabile messa al mondo di un neonato con forti deficienze nel cervello. Pare addirittura che “la dottoressa Anne-Lise Bjørke Monsen ha rischiato la sua carriera per aver divulgato questa informazione”.

Da un lato quindi l’autorevolezza di Slow Food, dall’altro quella del cacciatore di “balle cosmiche” “BUTAC.IT” che, al riguardo, nel  settembre 2016, smonta punto per punto le tesi così ben confezionate, citando persino le smentite dichiarazioni  emanate dall’Ateneo americano al quale apparteneva lo stesso prof. David O. Carpenter, dalle cui ricerche tutto ebbe inizio (consigliamo la lettura).

L’ultima citazione di Butac.it è sulle dichiarazioni del dott. Henrik Stenwig (direttore dell’ambiente e del settore veterinario della Norwegian Seafood federation di Oslo) secondo il quale il salmone d’allevamento norvegese non viene da allevamenti intensivi, perché in Norvegia non ce ne sono. Ogni azienda che alleva salmoni deve avere determinate caratteristiche, ed è sottoposta a verifiche per avere le autorizzazioni, e da qui una per una smonta tutte le accuse riportate da TzeTze e SlowFood.

Infine, è di poche ore fa, che l’EFSA è intervenuta sulla questione del “Salmone Pallido”. Il salmone d’allevamento “taroccato” con sostanze chimiche per colorarne la carne di rosa per il quale l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha escluso problemi per la salute. “Tra le principali caratteristiche che contribuiscono al suo successo – sottolinea Giovanni D’Agata dello Sportello dei Diritti, oltre al tipico gusto, vi è senz’altro il tipico colore rosa-arancio della sua carne, che tutti diamo per scontato sia frutto sempre e solo della natura e della sua alimentazione. La realtà, purtroppo, è che nella gran parte dei salmoni di allevamento, la colorazione dipende da una sostanza chimica che viene aggiunta nel mangime. È ciò è determinato dalla provenienza dei pesci: i salmoni selvatici sono naturalmente rosa poiché si nutrono di gamberetti e altri crostacei, ma sul mercato sono la parte minore (meno di 500’000 tonnellate in tutto il mondo e provenienti soprattutto dell’Alaska). La maggioranza, infatti, proviene dagli allevamenti, concentrati in Norvegia, Cile, Scozia e pochi altri paesi. Il salmone di questo tipo si nutre principalmente di farina di pesce, olio di pesce e altre sostanze (non gamberetti). Di conseguenza dovrebbe avere una carne bianca o grigia. Gli studi di marketing, però, hanno dimostrato che questa versione “pallida” non attrae, o che comunque i consumatori non sarebbero disposti a spendere molto per acquistarlo. Per ovviare a questo problema è intervenuta l’industria farmaceutica, che è riuscita a ricreare in laboratorio il colorante, chiamato astaxantina (dal greco “astacus”, granchio). La prima azienda a commercializzare questa sostanza col nome di Carophyll Pink è stata la Roche, in Svizzera, ma dal 2003 la produzione è stata ceduta alla olandese DSM. Sul mercato c’è anche il Lucantin prodotto dalla tedesca BASF. Molti si sono chiesti, quindi, se questo componente sia sicuro per la salute dei consumatori. Per l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) non sussiste alcun problema. Il tossicologo Gabriele Aquilina – che assieme a un team di esperti è stato incaricato di valutare gli effetti dell’astaxantina – ha sottolineato che “gli studi non hanno evidenziato alcun rischio per la salute umana”. Senza l’aggiunta di astaxantina la carne sarebbe pallida (www.dsm.com). Sul metodo di valutazione, però, c’è più di un aspetto che merita attenzione. La prassi, infatti, vuole che sia la stessa azienda ad incaricare e finanziare un laboratorio per esaminare l’eventuale tossicità del suo prodotto. Ed è su queste analisi che poi si basa la valutazione degli esperti EFSA. Come si fa, dunque, ad essere certi dell’oggettività di questi esami? Secondo Aquilina, le regole stringenti sulla tracciabilità delle sperimentazioni rappresentano una garanzia: se il laboratorio commettesse delle irregolarità, verrebbe depennato dalla lista dei centri accreditati. Resta da chiarire, però, il motivo per cui l’EFSA preferisce non rendere noto il nome del laboratorio. Anche la filiera produttiva del salmone non è sempre trasparente al 100%. Nella maggior parte dei casi, sulle confezioni viene indicato solo il paese di provenienza, ma non il singolo produttore. In Svizzera, per esempio, in un’inchiesta giornalistica appositamente dedicata è stato chiesto a tre dei principali gruppi della grande distribuzione elvetica d’indicare la provenienza esatta dei salmoni: Coop “per ragioni di concorrenza non fornisce il nome dell’allevamento”, così pure Migros (“il nome del singolo produttore non viene comunicato”), mentre solo Manor ha dichiarato di lavorare con un solo allevatore scozzese, “Loch Duart”, che non fa uso di astaxantina sintetica.”

Insomma, concludendo, poche le certezze e molto contrastanti tra di loro. Tra norme poco precise e centri di ricerca non sempre in grado di garantire l’equidistanza dal problema, resta in capo al buon senso del consumatore la decisione d’acquisto e di consumo di un determinato prodotto che, come è il caso del Salmone, garantirebbe all’organismo importanti elementi nutrizionali (omega 3 ad esempio) oltre al piacevole e raffinato gusto.

Per ora ad averla vinta, almeno in termini di presenza sul web, è l’informazione negativa!

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