Cosa succede in Birmania?

Improvvisamente il mondo è in rivolta contro il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Da eroina idolatrata in tutto l’occidente alle accuse di genocidio, da vittima a carnefice, Aung San Suu Kyi una stella che sta per spegnersi? 

di Lamberto Colla Parma 24 dicembre 2017

In Myanmar (ex Birmania) la leader morale e premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi, nel breve periodo di meno di 18 mesi, non è ancora riuscita a portare la pace sociale. Molto probabilmente i poteri forti (militari) sono difficili da arginare mentre il mondo occidentale, capace più a condannare che a aiutare, salvo in qualche regione dove l’interesse economico ha da essere salvaguardato e a quanto pare non è il caso della Birmania, si scaglia contro la fragile Aung San Suu Kyi.

L’occasione è stata servita sul palmo di mano dall’esodo di massa che si sta consumando ai confini dello stato, sotto la pressione delle armi dei militari che godono ancora di un grandissimo potere.

General Assembly Seventy-first session 10th plenary meeting
General Debate
Address by Her Excellency Aung San Suu Kyi, State Counsellor and Minister for Foreign Affairs of the Republic of the Union of Myanmar

Osservatori internazionali dichiarano che i Rohingya, una minoranza mussulmana, sta fuggendo dal Myanmar alla volta del Bangladesh per sottrarsi allo sterminio, una sorta di pulizia etnica che fa rabbrividire.

Una situazione difficile da interpretare e soprattutto da affrontare senza creare altri e ulteriori danni.

Persino il Cardinale Birmano Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, ha invitato Papa Francesco alla prudenza e non citare i “Rohingya” durante la sua visita pastorale tra Myanmar e Bangladesh di fine novembre scorso. 

E’ noto a tutti infatti che lo Stato occidentale del Rakhine, uno dei più poveri del Paese, da tempo sia una polveriera di settarismo, spesso teatro di conflitti religiosi tra la maggioranza buddista e la minoranza islamica dei Rohingya. L’ultima fase acuta si è scatenata lo scorso 25 agosto quando l’ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army) ha dato il via a nuove violenze nel nord dello Stato e provocato una dura controffensiva del Tatmadaw, il potente esercito birmano. 

Una situazione particolarmente delicata e difficile che avrebbe bisogno del sostegno degli Stati e non di una aggressione atta a screditare l’operato di quella che, almeno oggi, sembra essere l’unico germoglio di democrazia del Paese

Invece, in modo quasi incomprensibile, ecco che i grandi influenzatori concentrano le attenzioni e le accuse contro Aung San Suu Kyi.

Il periodico “Internazionale” nello scorso novembre ha realizzato un lungo servizio giornalistico dal titolo La fine della favola birmana” – “Migliaia di morti e seicentomila profughi. La pulizia etnica contro i rohingya non si ferma. Nella Birmania di Aung San Suu Kyi la democrazia è ancora lontana”. Un titolo da copertina per un servizio che occupa le otto pagine centrali della rivista, accompagnato da un editoriale di “Le Monde” dal titolo “Un crimine contro l’Umanità”.

“Senza compromessi il messaggio al governo birmano – scrive su Twitter Boris Johnson -. Fermare le uccisioni, garantire l’accesso agli aiuti umanitari e il rispetto dei diritti”

“È barbaro quanto sta accadendo ai Rohingya, su questo non c‘è dubbio – ha detto il Ministro degli esteri britannico -, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York -. È ovvio che stia a Aung San Suu Kyi di fare prova di leadership e imporre la loro linea alle forze armate”.

Sulla scia dell’invettiva di Boris Johnson, la prestigiosa Università di Oxford, dove il premio Nobel per la pace e attuale ministro degli Esteri della Birmania aveva studiato più di cinquant’anni fa – precisamente dal 1964 al 1967 – conseguendo un dottorato in filosofia, scienze politiche ed economia, ha tolto il ritratto della leader Birmana sostituendolo con un ritratto dell’artista giapponese Yoshihiro Takada.

Un gesto simbolico ma dal potente impatto emotivo. 

Ma contro Aung San Suu Kyi si sono scagliati anche alcuni premi Nobel per la Pace come lei. Prima Malala, poi Desmond Tutu e infine anche Mohammed Yunus prendono fortemente le distanze da lei e da una scelta politica dettata da una “malsana ragion di Stato”.

E se la rimozione del ritratto del ministro degli esteri birmano è un gesto simbolico, ben peggio e devastante sarebbe la revoca del riconoscimento del Nobel per Pace come alcuni stanno tentando di ottenere raccogliendo le firme affinché questo avvenga, prima volta nella storia del premio norvegese.

Una serie di iniziative sterili e che nulla di positivo potranno apportare alla causa Rohingya, anzi contribuiranno a peggiorare la situazione, non solo della minoranza mussulmana ma di tutte le minoranze,  cristiana compresa.

Senatrice Albertina Soliani

Meglio sarebbe scendere dal pulpito e andare in Myanmar a portare sostegno Aung San Suu Kyi  e aiuti al popolo birmano.

Un esempio in tal senso, viene dalla senatrice Albertina Soliani, già Presidente dell’Associazione parlamentare “Amici della Birmania” che, quasi sola, non ha girato le spalle a Aung San Suu Kyi, con la quale ha un rapporto confidenziale, e spesso torna a farle vista e a mantenere alta l’attenzione sulla leader e sul processo di democratizzazione che sta strenuamente tentando di far radicare .

E’ dello scorso ottobre infatti, che al rientro dall’ultimo viaggio, ha trasmesso una lunga lettera al direttore dell’ “Avvenire” dal titolo “Il sentiero stretto di Aung San Suu Kyi leader da sostenere”

“Caro direttore, – inizia Albertina Soliani –

ora è il tempo di un grande sostegno ad Aung San Suu Kyi. Perché trovi soluzione la tragedia dei musulmani del Rakhine, e perché la Birmania resti sulla strada della democrazia. Non può essere lasciata sola lei che così si è rivolta al mondo nel suo discorso il 19 settembre: «Vorrei che tutti si unissero a noi nel trovare nuove strade, nuove risposte, più costruttive, più positive, più innovative e forse più audaci». La tragedia del Rakhine e il difficile equilibrio politico della Birmania, così intrecciati, sono sulle sue spalle. Mentre lei li sta affrontando entrambi e insieme, il mondo in queste settimane ha considerato solo uno dei problemi. Senza vedere che proprio nel Rakhine si costruiva la strategia dei militari, i padroni del campo, per indebolire la posizione della leader democratica. Una miopia imperdonabile per la comunità internazionale…”

Non vogliamo e non possiamo che la voce della senatrice Albertina Soliani resti isolata, l’unica voce fuori dal coro. Il sospetto è forte che una macchinazione internazionale possa aver ordito un piano per una nuova colonizzazione del Myanmar.

L’isolamento politico della leader Birmana, screditata  agli occhi dell’opinione pubblica internazionale,  può soltanto  condurre a interrompere  il processo di democratizzazione del Paese, avviato da soli 18 mesi, e la stessa Aung San Suu Kyi posta nelle condizioni di fare la fine del padre Aung San che, dopo aver negoziato l’indipendenza della nazione dal Regno Unito nel 1947, fu infatti ucciso da alcuni avversari politici nello stesso anno.

Due ipotesi che possono apparire fantastiche ma non troppo distanti dalla realtà. 

Buon Natale!

Bagan, Burma

 

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(Foto 1 Copertina – Strasburgo 22/10/2013 – Claude TRUONG-NGOC

Foto 2 21 sett 2016  ONU – UN Photo/Cia Pak

Foto 3 senatrice Albertina Soliani (repertorio)

Foto 4 Bagan, Burma Dr. Blofeld~commonswiki – This image was originally posted to Flickr by CortoMaltese_1999 at https://www.flickr.com/photos/9336281@N05/1118199938. It was reviewed on 01:28, 14 February 2009 (UTC) by FlickreviewR, – Corto Maltese 1999)

 

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