La catena di montaggio, un lavoro a cottimo retribuito a ore?

di Guido Zaccarelli Mirandola 25 marzo 2018 – Osservare la realtà e fissare lo sguardo sono comportamenti che non sempre l’uomo mette in pratica quando è chiamato a dare risposte concrete al contesto nel quale abitualmente ha fissato la propria dimora professionale.

Entrano in gioco situazioni multifattoriali che spesso distraggono lo sguardo proteso ad osservare l’obiettivo che ogni individuo si pone nel corso della propria esistenza. La catena di montaggio è una espressione del lavoro al quale l’uomo deve sottostare in una economia proiettata a soddisfare in modo esclusivo il bisogno di produrre in quantità crescenti.

Dalla rivoluzione industriale in avanti le aziende hanno iniziato ad investire nella produzione di massa attingendo dalla forza lavoro che si era resa disponibile per migliorare il proprio stile di vita e di lavoro, in cambio di una retribuzione “fissa”. Le aziende realizzate nel primo novecento in America hanno mostrato al mondo le condizioni di lavoro delle persone a catena di montaggio sottoposte a ritmi crescenti e lontane dal considerare le condizioni psicofisiche.

Charlie Chaplin nel film “Tempi moderni” ha rappresentato l’uomo alla catena di montaggio e il disagio provocato dalla tipologia del lavoro al quale era sottoposto.

Un timido tentativo di cambiare la situazione è stato attuato con la Human Relations Movement una teoria di ricerca messa in campo da Elton George Mayo (Human Relations) che evidenziava l’importanza del clima organizzativo sul rendimento dei lavoratori.

Poi tutto è scomparso davanti alla macchina della produzione.

Molti ricorderanno, come negli anni sessanta e settanta, in pieno boom industriale, venivano realizzati e confezionati gli abiti a domicilio: c’era chi realizzava le singole parti, poi le smistava a più lavoranti che prestavano la loro opera nelle proprie abitazioni per concludersi, dopo diversi passaggi, con la consegna alla ditta richiedente. Fasi di lavoro gestite di solito da una sola figura riconosciuta nell’ambiente con il nome di “gruppista”. Una catena di montaggio ben oliata che ha permesso di realizzare profitti importanti per intere generazioni di famiglie ottenuti con una forza lavoro specializzata che veniva retribuita in base al numero delle parti che venivano unite.

Un modello organizzativo replicato in molti distretti industriali e che ancora oggi consente a molte aziende di operare agendo sulla fornitura primaria e subfornitura.

Oltre cento anni sono passati, siamo nel terzo millennio. Alla luce dei fatti e delle circostanze che si affacciano sotto gli occhi di tutti, sembra che poco o nulla sia cambiato nella gestione delle persone che lavorano alla catena di montaggio spinte ancora oggi a lavorare a ritmi frenetici e crescenti (a volte dell’ordine di pochi secondi per parte di processo) e dove spesso non è consentito parlare e, se non raramente, fornire un contributo ai colleghi.

Oggi assistiamo a situazioni dove il tempo assegnato all’uomo per assemblare alcune parti è uguale a 3 secondi. Immaginiamo questa azione ripetuta in un turno di 8 ore (7 ore e 40 minuti di lavoro effettivo e 20 minuti di pausa), dove vengono montate tra loro differenti unità di prodotto. Pensiamo allo stesso gesto ripetuto per una settimana, per un anno, a volte per una vita intera. Si tratta di un numero impressionante di operazioni manuali, che induce il lavoratore a limitare la sua presenza in servizio a causa dello stress psico-fisico accumulato nel tempo.

L’uomo, che inventò la macchina per ridurre le fatiche e che considerava il supporto tecnologico un valido alleato nei processi produttivi, si trova ora a soccombere perdendo la propria dignità in virtù di un bisogno crescente da parte delle aziende di incrementare la quantità di prodotti realizzati, per conquistare nuovi mercati e aumentare i fatturati per dimostrare al management del momento e al mondo economico la capacità di fare impresa. La catena di montaggio contribuisce in modo sostanziale a raggiungere gli scopi dell’impresa impegnando le persone a realizzare un numero crescente di prodotti nella minore quantità di tempo.

Innanzi a questi scenari che il mondo osserva in base all’interesse del momento e dove le persone dedicano una parte importante e sostanziale della loro vita, nasce spontanea una domanda: il lavoro a catena di montaggio può essere assimilato al lavoro a cottimo delle lavoratrici a domicilio?

Se la domanda ha un suo fondamento e la risposta è positiva, come mai la retribuzione del dipendente non è parametrizzata al numero di prodotti realizzati ma è retribuita a ore? È possibile avviare un confronto su questo tema che, lasciando inalterati i capi saldi dei contratti, consenta una ridistribuzione equa della redditività impresa – lavoratore? La catena di montaggio dovrebbe subire una forte azione di contrasto per ridare all’uomo la possibilità di lavorare in condizioni meno gravose e dove il ritmo e la capacità di realizzare prodotti sia umanamente sostenibile e retribuita in modo equo. Il cambiamento di una società transita anche da qui, dal confronto e dal dialogo aperto con tutte le forze d’interesse e dall’applicare un modello culturale che vede nel benessere della persona il desiderio di partecipare alla vita della comunità aziendale e godere in ambito sociale dei frutti del lavoro svolto senza che questi siano sempre dell’azienda o dei piani alti che governano l’impresa.

“Per continuare ad essere dei leader e guidare le persone, non smettete di imparare”.

Charlie Chaplin

Bibliografia: Dalla Piramide al Cerchio, la persona al centro. Guido Zaccarelli, Franco Angeli Editore

GUIDO ZACCARELLI: 
Bibliografia: Informatica, insieme verso la conoscenza (2010) – La conoscenza condivisa, verso un nuovo modello organizzativo (2012) – Finestre di casa nostra (2013) –  Dalla piramide al cerchio, la persona al centro della azienda (2016)
CURRICULUM
Guido Zaccarelli è referente dl Servizio Informativo dell’Azienda Sanitaria di Modena, presso il distretto di Mirandola. Laureato in Comunicazione e Marketing, ha conseguito un Master in Management per il coordinamento delle professioni sanitarie. Dal 2008 è docente di informatica presso l’Università di Modena Reggio.

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