Una storia vera: sveglia, ci sono gli acufeni.

Svegliarsi al mattino e sentire un ronzio assordante nelle orecchie che si diffonde in tutta la testa: «cosa mi sta succedendo?»

La mattina stessa dal medico: «nulla di preoccupante, è un sintomo, non è una malattia, che prende il nome di acufene.». «Devo convivere?: certo, l’acufene non scompare, non ci pensi, si deve solo abituare. Grazie.»

Qui comincia la storia dell’acufene e di come una volta entrato nel salotto di casa, senza permesso, abbia deciso di prendere dimora in forma stabile. Ho provato in diversi modi a scoraggiarne la presenza, con proposte, a volte, molto allettanti, una vacanza, una gita al mare, un concerto, e in certi casi accompagnarlo educatamente alla porta incontrando, in ogni circostanza, un netto e secco rifiuto: «dopo tanto girovagare ho finalmente trovato in questa casa un luogo sicuro e confortevole dove trascorrere le mie serate in compagnia.» Cerco di dissuaderlo ma tutto diventa inutile. Sembra impossibile, invece una soluzione ci deve essere.

«È una persona scomoda che è entrata nella mia vita senza un perché e ora è fonte di disagio.» Con tutte le energie di cui dispongo: «desidero fermamente che esca dalla stessa porta che lo ha condotto ad accomodarsi nel salotto di casa.»

Mi metto in cammino alla ricerca di una soluzione, una strada, tante strade da percorrere alla ricerca di una mano tesa che possa aiutarmi a evitare di incontrare al risveglio l’acufene pronto a darmi il buongiorno. Un prima visita approfondita si conclude con la somministrazione di un farmaco, anzi due, in dose minime per ridurre l’intensità della presenza dell’acufene con l’effetto che al risveglio il ritorno alla lucidità della mente arriva con qualche minuto di troppo. Anzi, il giorno successivo, altri minuti si sono accodati ai precedenti.

Tutto diventa difficile quando sei chiamato a muoverti all’interno di un mondo dinamico che chiede elaborazioni cognitive rapide, processi decisionali tempestivi e coerenti con l’oggetto d’indagine. I farmaci vengono abbandonati al loro stesso destino pronto a scoprire nuove opportunità. Una seconda visita più approfondita della prima suggerisce il cambio dietetico, una terza visita l’utilizzo di uno strumento accessorio, una quarta l’agopuntura, una quinta l’accesso ad attività fisioterapiche, una sesta l’uso del bite, una settima …. Ogni volta torno a casa e lo ritrovo seduto sul divano in attesa del mio ritorno.

Indisposto, cerco nelle relazioni sociali un facile approdo per dare respiro alla voglia di staccarmi per sempre dall’acufene. Il tempo avanza. L’uomo si adatta e innalza l’asticella della convivenza con il disagio che toglie serenità allo Spirito. Non è chiaro da dove sono partito per definire l’adattamento e convivere ogni giorno con una presenza che mi saluta al mattino e alla sera al ritorno, giovandosi della sua presenza in ogni momento della giornata. Non è nemmeno chiaro dove gli organi del mio corpo abbiano deciso di convivere con l’acufene. Dopo anni è ancora lì: alcuni giorni la sua presenza è greve in altri è lieve, in altri rende forte la speranza di essere abbandonato in altri è forte lo sconforto. Il bianco e il nero che combattono e in mezzo la scala dei grigi. Mai più una giornata vissuta nei colori dell’arcobaleno.

Ho perso la fiducia consapevole che sarebbe inutile continuare a camminare in una strada senza via di uscita. La speranza, forse. Allora penso sempre a quel medico che mi ha invitato a non pensare, a non ascoltarlo, ad evitarlo come una persona invisibile. Forse nell’indifferenza potrebbe sentirsi inutile e abbandonare il salotto di casa senza preavviso, uscendo dalla stessa porta che tanti anni fa lo hanno portato a vivere sotto lo stesso tetto e approfittare della mia generosità.

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