Buon 2019, senza il bazooka di Draghi.

Con il 2018 termina anche l’azione di sostegno della BCE all’economia europea (QE Quantitative Easing),  e a quella italiana in particolare, senza che i governi ne abbiano sfruttato appieno le potenzialità. E il futuro non per niente roseo.

di Lamberto Colla Parma 30 dicembre 2018 – C’è poco da stare allegri, se in questi ultimi quattro anni l’economia del nostro Paese ha chiuso la fase deflattiva e raggiunto quei risultati di leggera positività, lo si deve principalmente a tre fattori:

il primo in assoluto è il Bazooka di Draghi, ovvero il Quantitative Easing, QE per gli appassionati di finanza, quindi per il traino della crescita dell’economia mondiale che ha consentito alle nostre imprese di migliorare le performance estere e infine, ma non da ultimo, l’abbattimento di circa due terzi del prezzo del petrolio e conseguentemente dei costi industriali a esso legati.

Ma il pezzo da 90 l’ha giocato Mario Draghi, peraltro contro il volere della Germania e dei suoi vassalli, abbattendo i tassi interesse (per un certo periodo addirittura negativi) e promuovendo l’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi dell’UE e in particolar modo dell’Italia.

A fine novembre era di 2.563 miliardi di euro  il consuntivo dell’APP (Asset Purchasing Program), che ha consentito di trasformare la Bce in uno dei più grandi asset manager mondiali, imitando la BoJ (Banca Centrale Giapponese) e la Federal Reserve americana.

Un programma che però nei 4 anni, causa la mancanza di strategie d’investimento, non ha consentito di consolidare la ripresa economica per la zona euro e in modo particolare per l’Italia che non ha colto la palla al balzo per aggredire le politiche strutturali e incidere realmente sul debito pubblico e sugli investimenti.

Un obiettivo totalmente fallito (dai Governi pre giallo-verde, per la precisione), tant’è che il deflatore dei consumi privati (era all’1,1% nel 2015), dovrebbe attestarsi alla medesima percentuale del 2015 anche quest’anno, mentre per il 2019 ed il 2020 si prevede rispettivamente l’1,4% ed il 2,2%, come si desume dagli allegati alla lettera con cui il governo ha da pochi giorni concordato con la Commissione europea le modifiche alla manovra di bilancio.

Un 2019 che si preannuncia amaro se da Strasburgo non si inventeranno una politica monetaria che, facendo tesoro dell’esperienza QE appena conclusa, possa non solo tamponare ma promuovere una vera e propria strategia finanziaria, accantonando l’idea teorica e onirica che i mercati siano in grado di autoregolarsi.

A 10 anni dal Trattato di Lisbona (2008), quella che doveva essere  la più grande e dinamica area del pianeta, con i suoi 500 milioni di abitanti ad elevata scolarizzazione, coesione sociale e forte delle comuni radici storiche, oltre a contenere un concentrato di potenze economiche mondiali  (Germania, Italia, Francia, Regno Unito e Spagna) di prim’ordine, si è trasformata in brevissimo in un’area ad elevata conflittualità dal punto di vista istituzionale, politico e sociale. Brexit, Gruppo di Visegrad e spinte autonomiste varie e Gilet Jaune sono il risultato delle politiche finanziarie, che hanno sostituito quelle sociali/economiche, responsabili della distruzione dei valori fondanti che i padri fondatori dell’Europa Unita avevano iniziato a coltivare a partire dal Trattato di Roma del 1958.

In mezzo a questo caos non resta che augurare un Buon anno a tutti e che la ragione torni a occupare i cervelli dei politici europei.

(per restare sempre informati sugli editoriali)

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