PARMIGIANO REGGIANO: DALLA RIPRESA ALLA STABILITA’

Nel corso del 20110 ha ricominciato a correre l’inflazione, spinta dai rincari dei prodotti petroliferi e da alcuni alimentari;in particolare il GPL (+21,3%) il gasolio (+14,4%) ma anche aglio (+17,9%) e pomodorini da sugo (+14,5%) contribuiscono insieme al Parmigiano Reggiano e al Grana Padano all’aumento dei prezzi,stando al rapporto mensile, di dicembre scorso, dell’Osservatorio Prezzi e Tariffe del Ministero dello Sviluppo economico.

Segnali per certi versi positivi ma asicroni rispetto alle rilevazioni sui consumi domestici che indicano una certa tendenza alla contrazione. I primi 10 mesi del 2010 hanno fatto registrare una contrazione in quantità da parte delle famiglie italiane del 3,1% mentre la spesa agroalimentare nel medesimo periodo ha fatto registrare un incremento del 2,3%.

Cereali e lattiero caseari sono i settori che hanno mostrato, l’anno scorso, le maggiori tensioni. I primi, in particolare, hanno spuntato in media un aumento del 10,2% rispetto al 2009. Una tendenza determinata, secondo i rilevamenti ISMEA,  dalla rivalutazione dei prezzi del frumento tenero (+21,8%), del granturco (+28,6%) e dell’orzo (+25,4%).

Per il grano duro, al contrario, nonostante i forti recuperi della seconda parte dell’anno, l’indice si è mantenuto mediamente su livelli inferiori rispetto a un anno fa (- 9,8%). Negativo anche il dato dei risoni, con le quotazioni scese del 23,5% sul 2009.

E’ invece generalmente positivo l’incremento che l’export sta registrando in molto settori della nostra economia e, dopo molte attese, sono stati proprio i mercati esteri a lanciare la ripresa dei prezzi del Parmigiano Reggiano ma non solo. Su base provinciale, secondo i dati diffusi dalla CCIAA di Parma, i macchinari hanno inciso per 30,6% sul valore delle merci esportate  seguiti dall’alimentare per il 22% e dal farmaceutico per il 11,3% alimentando quindi un cauto ottimismo per il prossimo futuro.

Segnali contradditori ma che alimentano le speranze di un movimento positivo in corso, almeno per quanto riguarda i prezzi al  consumo, non ancora seguiti dai prezzi della produzione  agricola fatto salvo il caso del Parmigiano Reggiano che dagli “inferi” più profondi si è visto lanciato di prepotenza nel cielo di prezzi finalmente remunerativi grazie proprio all’apprezzamento che, il principe dei formaggi, ha riscontrato oltreconfine. Il fenomeno più interessante, nel corso del 2010, l’ha manifestato il mercato dei formaggi stagionati in particolare il Parmigiano Reggiano, appunto, che nella corsa al rialzo ha trascinato anche il Grana Padano. Nelle ultime trattative di gennaio scorso, il parmigiano di 12 mesi, ha raggiunto quota 12 €/kg all’ingrosso. Quasi il 100% in più rispetto al picco negativo di fine 2005.

Era il gennaio 2009 quando fu dichiarato uno stato di crisi epocale per il quale intervenne anche il Governo con una operazione straordinaria di ritiro a favore degli indigenti. Il Consorzio del parmigiano a sua volta replicò anche con una più significativa spinta all’export.  Fatto sta che a novembre 2009, senza che ancora gli effetti degli interventi potessero  avere sortito effetti, iniziò una scalata irresistibile verso i massimi storici che furono del 1996. Una crescita che ha trascinato ovviamente anche la panna e conseguentemente il Burro.

Piena soddisfazione da parte del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano per la campagna appena conclusa. L’annata 2010 infatti ha visto un leggero incremento (+2,44%) della produzione portando a 3.018.260 (+72.000) le forme prodotte e a fronte di una leggera contrazione delle vendite sul mercato nazionale (-1,2%) l’export ha invece sostenuto il mercato registrando un + 12,4%.

Tutti questi fattori fanno ovviamente ben sperare per le quotazioni del mercato, anche in funzione del fatto che le scorte nei magazzini, presenti a novembre, erano in ulteriore riduzione del 13,3% rispetto all’annata precedente.

Queste condizioni, commenta Giuseppe Alai presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, se sapranno essere gestite in modo adeguato da parte dei caseifici, ci consentiranno di affacciarci sull’annata 2011 con un cauto ottimismo, per lo meno fino allo scadere del primo semestre. Per il secondo semestre, il Consorzio sta gia attivando un’azione che possa incidere sulle quotazioni del nostro formaggio anche nel periodo medio- lungo; infatti, si sta predisponendo un ritiro di 100.000 forme circa da parte del Consorzio, che saranno destinate successivamente ai progetti promozionali sui mercati esteri. L’obiettivo di 100.000 forme non è a caso, perché si ottiene sommando l’aumento di produzione di 70.000 forme che abbiamo registrato nel corso del 2010, a cui vanno sommate altre 30.000 forme, che è all’incirca il quantitativo che è stato ritirato da AGEA nel corso dell’annata 2010.

Se il settore lattiero caseario comincia a leccarsi le ferite e sembra, almeno nel breve periodo, nelle condizioni di potersi riassestare dopo la profondissima crisi 2004 – 2009, chi invece ancora soffre è il settore suinicolo.

Attanagliato tra prezzi in costante calo, inferiori a quello di di 10 anni fa, e costi di produzione in continua crescita trascinati dai mangimi, il comparto, in emilia romagna, ha subito una drastica riduzione di allevamenti passando da 4.500 del 2000 ai 1.500 degli attuali. Tutto ciò è l’effetto – secondo una nota della Coldiretti – anche delle importazioni di carne suina, che ha ormai raggiunto il 40% del fabbisogno nazionale, con prodotti che provengono spesso da Paesi che non hanno le nostre stesse garanzie di qualità e sanità. Visto che certi costi, come quelli dei mangimi – commenta Coldiretti – sono aumentati in tutto il mondo, non si comprende come possa continuare ad arrivare in Italia carne di suino a prezzi così concorrenziali, a meno di pensare a vicende come i mangimi alla diossina emersi in Germania.

Si prospetta, quindi, un 2011 ancora molto incerto. Dal pomodoro che non sembra trovare il giusto equilibrio tra le necessità degli agricoltori e le pretese degli industriali, il parmigiano reggiano e il settore lattiero caseario, più in generale, che sta vivendo un periodo di positività ma alla ricerca di una certa stabilità duratura e il comparto suinicolo per quale ancora non si recepiscono segnali positivi. Ma ad allarmare sono anche i segnali di volatilità dei prezzi delle materie prime (petrolio e cereali) che grande peso hanno nella formulazione dei costi di produzione dei prodotti tipici nostrani.

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