Eco-apocalypse 11

Lo scorso 22 settembre 2007, i delegati di circa 200 paesi hanno raggiunto un accordo per eliminare le sostanze che danneggiano l’ozono più velocemente di quanto previsto. L’accordo è stato trovato ad una conferenza, svoltasi a Montreal, in Canada, per celebrare il 20esimo anniversario del protocollo di Montreal, ideato per diminuire le sostanze chimiche che danneggiano lo strato di ozono, che protegge la Terra dalle raggi ultravioletti. Gli USA – appoggiati dal programma ambientale dell’ONU (UNEP) – hanno esortato i delegati ad anticipare la data di scadenza per mettere fuori uso e produzione gli idroclorofluorocarburi (HCFC).

Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a fare ampio uso di bromuro di metile, una sostanza implicata nella degradazione dell’ozono (ODS), mentre il boom economico di Cina e India ha prodotto un rapido aumento del numero di condizionatori che utilizzano sostanze chimiche sostitutive. Gli accresciuti livelli di raggi UV, negli ultimi decenni sono stati collegati alle accresciute incidenze di tumori, malattie degli occhi e altri problemi di salute negli umani e in molte altre specie.

Dalle ricerche dello scienziato statunitense Sherwood Rowland e del messicano Mario Molina, avviate nel 1974, è gradualmente emerso che due famiglie di composti chimici – i clorofuorocarburi, o CFC (contenuti negli impianti di refrigerazione, condizionatori e propellenti di aerosol), e i gas halon (usati negli estintori) – stavano riducendo la quantità di ozono presente nella stratosfera. Grazie al loro lavoro, i due studiosi, insieme allo scienziato olandese Paul Crutzen, hanno ottenuto il Premio Nobel per la chimica nel 1995.

Rowland e Molina, rivolgendosi ai delegati, hanno raccontato di aver dovuto sviluppare un nuovo tipo di chimica dell’atmosfera. I riscontri della diminuzione dei livelli di ozono di oltre il 30% sull’Antartico hanno allarmato alcune nazioni, in particolare l’Argentina. “L’accordo è stato raggiunto in nove mesi, un periodo di tempo incredibilmente breve”, ha commentato Richard Benedick, negoziatore statunitense ed ex ambasciatore. Nel 1987, 24 paesi hanno firmato il Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato d’ozono, e oggi sono 191 i paesi che hanno aderito al trattato. Nel 1990 è stato creato un Fondo Multilaterale per l’attuazione del Protocollo di Montreal, milioni di dollari che avrebbero dovuto aiutare i paesi in via di sviluppo a ritirare gradualmente la produzione e l’uso dei composti chimici responsabili dell’impoverimento dell’ozono (49 paesi industrializzati hanno contribuito fino ad oggi con oltre 2,2 miliardi di dollari, e 146 nazioni hanno ricevuto denaro dal fondo).

Dalla conferenza di Montreal è emerso che il buco dell’ozono non sarà recuperato fino al 2060 o al 2070, e che quasi tutti gli ODS sono anche gas responsabili del riscaldamento globale. Tra il 1990 e il 2000, l’eliminazione degli ODS ha prodotto una netta riduzione dei 25 miliardi di tonnellate di gas responsabili dell’effetto serra e del riscaldamento globale. Il problema maggiore è costituito dagli idroclorofluorocarburi, i sostituti meno dannosi dei vecchi CFC ma gas serra molto potenti, ormai diffusi nei prodotti come sistemi di refrigerazione, impianti di condizionamento e schiume. Secondo il Protocollo di Montreal, l’uso di HCFC dovrebbe essere completamente sospeso nei paesi sviluppati nel 2030, e nel 2040 nei paesi in via di sviluppo.

Una sospensione più rapida dell’utilizzo e della produzione di HCFC, e un loro ritiro definitivo entro i prossimi 10 anni, porterebbe nei prossimi decenni ad una riduzione cumulativa delle emissioni fino a 38 miliardi di tonnellate metriche di anidride carbonica, secondo l’UNEP. Il Protocollo di Kyoto punta invece ad eliminare appena due miliardi di tonnellate metriche in una prima fase tra il 2008 e il 2012. Annualmente, questo potrebbe rappresentare un taglio di oltre il 3,5% di tutte le attuali emissioni di gas serra nel mondo. Invece, il Protocollo di Kyoto, è stato concordato con l’obiettivo di ridurre i livelli di emissioni nei paesi sviluppati nel 1990 appena sopra il 5% entro il 2012.

I paesi presenti all’incontro si dicono favorevoli a un ritiro graduale più rapido, ma i dettagli devono ancora essere negoziati.

Entro il 2050, gli Stati Uniti devono tagliare le emissioni almeno all’80% se il mondo vuole evitare un impatto disastroso dei cambiamenti climatici provocati dall’uomo. È quanto afferma un rapporto a cura di scienziati della Texas Tech University, della Union of Concerned Scientists (UCS) e della Stanford University.

“Per evitare gli effetti più gravi del cambiamento climatico, il mondo dovrebbe stabilizzare la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera ad un livello non superiore alle 450 parti per milione”, dice Katharine Hayhoe, professoressa di geoscienze alla Texas Tech University, che ha calcolato le riduzioni di emissioni. Si tratta di un limite stabilito per evitare che la temperatura del pianeta superi i 3.5 gradi Fahrenheit. “Siccome gli Stati Uniti sono responsabili di quasi un quarto delle emissioni inquinanti globali, devono agire subito per tagliare i consumi energetici in modo da poter raggiungere l’obiettivo”, sottolinea la Hayhoe.

“Il costol dellariduzione di emissionipotrebe essere alto”, dice Michael D. Mastrandrea, ricercatore del Woods Institute for the Environment presso la Stanford University, “ma, se aspettiamo fino al 2020 per cominciare a ridurre le emissioni, dovremo tagliarne il doppio e molto più velocemente”.

“Abbiamo 40 anni per aumentare radicalmente l’efficienza del modo in cui usiamo le fonti energetiche”, dice ancora la Hayhoe, “dobbiamo cominciare a considerare modi più estensivi di utilizzare le fonti rinnovabili come l’energia solare. Altrimenti,andremo incontro all’estinzione di molte specie e alla perdita dei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartico Occidentale”.

“Il rapporto mostra chiaramente che gli Stati Uniti dovranno tagliare drasticamentele emissioni di gas serra se si vuole ridurre significativamente l’impatto dei cambiamenti climatici”, ha dichiarato Alden Meyer, della Union of Concerned Scientists.

 

Alessio Mannucci

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