09/07/2011 LATTIERO CASEARIO – A PICCOLI PASSI VERSO LA RISTRUTTURAZIONE DEL COMPARTO Di Lamberto Colla

 

Il settore lattiero caseario continua a mostrare segnali di tensione su tutti i fronti. Segnali di positività derivano dall’esportazione che, almeno per i prodotti a pasta dura – Parmigiano Reggiano e Grana Padano – segna un + 33%  in valore nei primi mesi del 2011 confermando, per l’anno in corso, il trend in crescita del 2010 che registrò un + 26%.

 

Segnali che potrebbero far esultare i produttori, i quali invece, giustamente, lamentano una redditività ancora molto limitata. A tal riguardo, una recente indagine Ismea sulle aziende nella filiera lattiero – casearia, infatti, conferma i lamenti degli operatori di base. Il rapporto, realizzato in collaborazione con il CRPA (Centro Ricerche Produzioni Animali) di Reggio Emilia realizzato con il contributo del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, rileva come la ripartizione del valore all’interno della catena sia a svantaggio della produzione per premiare invece il retail.  Dall’analisi emerge, inoltre, che il 50% dei costi di produzione sono imputabili alla  voce “alimentazione” , peraltro soggetta alla volatilità dei prezzi delle materie prime (cereali) e energetiche. Da ultimo, infine, la rigidità dei “disciplinari DOP” gravano ulteriormente sui fattori di produzione a scapito della redditività dell’impresa zootecnica. E la crisi prosegue e si alimenta da vent’anni.

Segnali che potrebbero far esultare i produttori, i quali invece, giustamente, lamentano una redditività ancora molto limitata. A tal riguardo, una recente indagine Ismea sulle aziende nella filiera lattiero – casearia, infatti, conferma i lamenti degli operatori di base. Il rapporto, realizzato in collaborazione con il CRPA (Centro Ricerche Produzioni Animali) di Reggio Emilia realizzato con il contributo del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, rileva come la ripartizione del valore all’interno della catena sia a svantaggio della produzione per premiare invece il retail.  Dall’analisi emerge, inoltre, che il 50% dei costi di produzione sono imputabili alla  voce “alimentazione” , peraltro soggetta alla volatilità dei prezzi delle materie prime (cereali) e energetiche. Da ultimo, infine, la rigidità dei “disciplinari DOP” gravano ulteriormente sui fattori di produzione a scapito della redditività dell’impresa zootecnica. E la crisi prosegue e si alimenta da vent’anni.

 

 

 

Forse Varrebbe la pena di non chiamarla più “crisi” bensì “riordino” o “riorganizzazione di mercato” del settore che, da solo, rappresenta l’11% del comparto alimentare e vale ben 21 miliardi di euro. Ben 800 le aziende zootecniche che hanno chiuso nel corso della campagna 2009/2010 raggiungendo quindi la soglia delle 40.000 imprese contro le 181.000 degli anni ’90. Nonostante l’imponente concentrazione del numero d’imprese, la produzione nazionale si è mantenuta ai medesimi valori produttivi confermando la leadership europea dei prodotti DOP (56% in valore) seguita dalla Francia con il 25%.

Ed è proprio dalla Francia e in parte dalla Spagna e dalla Grecia che ci si attenda la solidarietà per dare l’ultima spallata al pacchetto anticrisi che il Parlamento Europeo sta licenziando come “pacchetto latte”. Al momento sembra che siano state accolte tutte le richieste italiane: contrattazione obbligatoria, aumento del potere negoziale delle organizzazioni di produttori e via libera alla possibilità di programmazione dell’offerta per i formaggi dop. Su quest’ultimo punto si concentreranno le maggiori resistenze dei Paesi del nord europa al prossimo Consiglio dei Ministri UE che dovrebbe discutere il documento appena licenziato dal Parlamento europeo.

Un passaggio durissimo che già ha evidenziato qualche schermaglia con la consegna dell’ennesima lettera di richiamo all’Italia per accelerare il recupero delle “multe latte”, proprio nel momento in cui la manovra economica nazionale ha bloccato le riscossioni forzate da parte di Equitalia.

 

 

 

 

Torna su