Cernobbio: XI FORUM INTERNAZIONALE DELL’AGRICOLTURA E DELL’ALIMENTAZIONE


Cernobbio, 21-22 Ottobre 2011

 (stralci degli interventi – bozze non corrette)

VENERDI’ 21 OTTOBRE

Maurizio Sacconi
Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali

Molti sono stati i temi toccati a Cernobbio, al Forum internazionale dell’Agricoltura e Alimentazione, dal Ministro del Lavoro Sacconi. Dal problema del neo-colonialismo, con gli acquisti di terreni in Paesi Poveri da parte di Paesi più ricchi, alla diffusione degli organismi geneticamente modificati, dalla volatilità dei prezzi agricoli all’uso improprio delle derrate alimentari per fini energetici. Tutti argomenti – ha detto – che devono essere trattati a livello internazionale, in sede comunitaria e del G20. Sempre a livelli sovranazionali – ha proseguito – vanno affrontati anche temi come quello dell’instabilità economica e della sostenibilità del debito. Di fronte a queste sfide per Sacconi è necessario trovare “stelle polari” che possano dare la giusta direzione. In questo senso per il Ministro è fondamentale la dottrina sociale della Chiesa e il recupero delle tradizioni culturali “perché – ha detto – è un declino di valori che si può arrestare recuperando valori come quello della persona e della famiglia”. “Che nessuno si illuda – ha detto il ministro – che si possa riavviare la crescita per decreto, come quando c’era la possibilità di fare forti iniezioni di denaro pubblico nell’economia. La chiave di volta per la crescita del nostro Paese è una antropologia positiva con una deregulation. Bisogna diffidare dei soggetti politici che promettono soldi, perché non ce ne sono. Invece occorrono meno regole, più semplici e dirette”. Sacconi ha annunciato che in questi giorni il Governo lavorerà sulla deregulation per le comunicazioni informatiche e la semplificazione, anche sul fronte della salute e della sicurezza del lavoro. “Noi possiamo affrontare questi temi anche nel settore dell’agricoltura con la diffusione degli organismi bilaterali per governare insieme i rapporti di lavoro. In agricoltura abbiamo avuto più occupazione, una maggiore presenza di giovani, meno infortuni, ma anche una crescita del sommerso. E’ una situazione che non possiamo più tollerare”. In merito ai terreni di proprietà degli enti pubblici, il ministro ha sostenuto la necessità di “stimolare la messa a reddito di queste terre attraverso l’assegnazione alla proprietà diretto coltivatrice”. Sacconi ha auspicato una diffusione della filiera corta anche attraverso la rete di consorzi agrari. “Mi auguro – ha detto – che l’ignobile vicenda della Federconsorzi si concluda con il riconoscimento della patrimonializzazione della Federconsorzi e che da questo venga una spinta per diminuire la dipendenza dell’agricoltura dalla distribuzione esterna”.

Saverio Romano
Ministro delle Politiche agricole

L’idea della Coldiretti di alienare i terreni agricoli è una proposta che raccolgo immediatamente: domani incontrerò il Presidente Berlusconi e la porterò già confezionata. Mi convince e lo faccio subito. E’ quanto ha affermato a Cernobbio il ministro delle Politiche agricole Saverio Romano. Il nostro sistema agroalimentare – ha aggiunto – ha bisogno di alcune scelte chiare, capaci di garantire al comparto tutto un indiscutibile salto di qualità. Dobbiamo accorciare la filiera, per avere un doppio risultato: maggior reddito per gli agricoltori, prezzi migliori e maggiore qualità per i consumatori. E’ necessario unire gli agricoltori per dar loro più potere contrattuale, sostenere la produzione e incrementarla all’insegna della qualità che contraddistingue i nostri prodotti, potenziare la sicurezza alimentare delle nostre eccellenze contro il fenomeno delle contraffazioni, dire no agli Organismi geneticamente modificati. La nostra agricoltura, infatti – ha concluso – è uno straordinario patrimonio di tradizione e sapienza che dobbiamo tutelare a tutti i costi e che non possiamo permetterci di mettere a rischio. Tutto questo non è praticabile senza una proposta agricola italiana unitaria.

Roberto Formigoni
Presidente Regione Lombardia

“Vogliamo stupire i cittadini del mondo che verranno all’Expo del 2015 anche con la bontà e il gusto sopraffino dei nostri cibi e delle nostre bevande, aiutandoli ad apprezzare il prodotto marchiato Italia e Lombardia”. Così Roberto Formigoni al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione a Cernobbio (Como). Sulla promozione dei prodotti agroalimentari di qualità Regione Lombardia sta portando avanti tre assi di intervento: il primo riguarda gli strumenti e gli eventi di valorizzazione delle tipicità enogastronomiche, della filiera corta e della vendita diretta; il secondo è finalizzato alla promozione sul mercato nazionale ed estero; il terzo asse è relativo all’agricoltura biologica che da sempre riceve una particolare attenzione da parte della Regione. C’è anche l’impegno sul fronte della ricerca: dopo aver inaugurato il Centro vitivinicolo di Riccagioia, “stiamo per aprire – ha annunciato Formigoni – il Polo regionale di Carpaneta a Mantova per la filiera zootecnica energetica ambientale”. Sulla partita relativa ai finanziamenti Ue, la Lombardia è vigile per fare in modo che “la nuova Politica agricola comunitaria – ha concluso il Presidente – non penalizzi il tipo di agricoltura intensiva e avanzata che noi pratichiamo. Abbiamo già presentato diversi memorandum: chiediamo al Governo di fare un’azione forte perché, essendo uno dei Paesi fondatori dell’Europa, l’Italia faccia ascoltare la propria voce in maniera decisa”.

Francesco Rutelli
Presidente di Alleanza per l’Italia

L’enorme difficoltà della nostra situazione economica esigerebbe una convergenza straordinaria del nostro Paese, la tendenza però – ha detto Rutelli – non mi pare questa. Mi auguro che la saggezza delle forze rappresentative dei mondi produttivi dell’agricoltura invece emerga. Mi auguro che nel decreto sviluppo ci siano delle misure che interessano la nostra filiera. Occorre – ha proseguito – dare stabilità a chi lavora e a chi investe nel settore agricolo. Gli ultimi dati ci dicono che stanno calando le imprese e sta calando il reddito per addetto. Anche se nel sud si è rilevato un aumento dell’occupazione nel settore agricolo, a differenza del settore dell’industria. In questa situazione c’e’ bisogno di stabilità e quindi anche di avere un ministro dell’agricoltura che rimanga in carica a lungo. L’agricoltura pesa poco come addetti nel nostro paese, ma non va dimenticato che non c’è possibilità di avere sicurezza alimentare e ambientale senza agricoltura. La sicurezza ambientale e alimentare – ha precisato il Presidente di Alleanza per l’Italia – sono parte della stessa problematica. Nei primi tre mesi di quest’anno le esportazioni di automobili, motocicli, ecc. sono state superate da quelle dell’agroalimentare. Vini e cibo hanno fatto più export dei nostri motori. Tanto di cappello ai produttori agricoli che hanno saputo raggiungere questo risultato. Oggi l’agricoltura subisce due furti: il furto di identità e il furto di reddito. In questa situazione è importante cha la Pac tuteli i produttori e l’agricoltura italiana. E’ anche per questo – ha aggiunto – che serve la stabilita di avere un ministro che si faccia rispettare in Europa. Penso che questo sia un impegno che può accomunare maggioranza e opposizione. Allo stesso tempo noi dobbiamo difendere dell’agricoltura italiana ciò che voi chiedete:trasformare le materie agricole in cibo per aumentare potere contrattuale delle filiera, per ridurre la morsa delle speculazioni sulle materie prime. Costruire un modello di rappresentanza che coinvolga cooperative e consorzi agrari. Trovo molto bella la proposta di Coldiretti di utilizzare i terreni del Demanio per incoraggiare i giovani a lavorare in agricoltura. Penso sia un cosa di inserire, se ci sono le condizioni, nel decreto per lo sviluppo. E’ importante fare una campagna di informazione per far conoscere alle nuove generazioni il valore del lavoro fisico. Bisogna dare – ha concluso Rutelli – il messaggio che lavorare in agricoltura sia qualcosa in più, non in meno e far comprendere ai giovani quanto siano moderni l’agricoltura e l’agroalimentare e quante opportunità possano offrire. Anche l’Expo 2015 deve essere un’occasione per far avvicinare i giovani al settore agricolo.

Enrico Letta
Vice segretario del Partito Democratico

In molti abbiamo pensato che la fase che stiamo vivendo avrebbe portato cambiamenti, ma non in modo così repentino. Dopo gli scatoloni di Lehman Brothers – ha detto Enrico Letta al Forum Coldiretti – si è pensato che forse i cambiamenti avrebbero interessato i nostri figli, ma dopo aver visto l’affanno di Obama è stato chiaro che le cose sarebbero già cambiate per noi. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a mutamenti epocali dal punto di vista tecnologico e demografico (allungamento vita media),così come è finito l’eurocentrismo e siamo passati alla globalizzazione. Le politiche su cui è stata impostata la seconda repubblica devono cambiare, soprattutto quelle relative al deficit del nostro Paese. Negli ultimi 90 giorni – ha dichiarato Letta – è cambiato il mondo. Oggi non basta più solo tenere sotto controllo il deficit ma bisogna anche intervenire sul debito, facendolo scendere in modo deciso, e innescare un processo di crescita. Noi abbiamo grandi potenzialità. Ad esempio la geografia è ritornata centrale. La nostra collocazione non solo ci ha permesso di non spendere per la difesa ma è interessante dal punto di vista commerciale, perché ci troviamo sulle rotte che compiono molte merci. Un altro punto a nostro vantaggio è – secondo Letta – che noi siamo proprietari e grandi risparmiatori. Inoltre siamo un Paese che ogni giorno ha milioni di persone che alzano le saracinesche, come ad esempio gli imprenditori agricoli, quegli imprenditori agricoli che devono essere al centro della riforma della Pac. Ma cosa deve fare oggi la politica? si è chiesto il vice segretario del Pd. Innanzitutto valorizzare i patrimoni pubblici e privati in modo intelligente. Abbiamo però bisogno soprattutto di una politica credibile e capace di chiedere sacrifici in modo credibile. Per questo proprio la politica deve essere la prima a far sacrifici oltre che ad indicare gli obiettivi. Abbattendo i costi della politica non si appiana il nostro debito, ma si manda un segnale importante. Bisogna poi trovare le risorse per creare occupazione per i giovani e fare scelte intelligenti per quanto riguarda le infrastrutture. Ci troviamo – ha poi affermato – in un’area con 20 milioni di europei ricchi che per le nostre non scelte fanno la fortuna di altri paesi (1000 passeggeri in più, sono 1000 posti di lavoro in più). Per quanto riguarda la riforma fiscale – il tema dei temi – bisogna far sì che aiuti chi ha voglia di investire e penalizzi chi sta fermo. Un altro aspetto importante è quello del costo del lavoro. Molti dei nostri problemi – ha concluso Letta – derivano dal fatto che il lavoro flessibile costa meno del lavoro stabile e ciò ha penalizzato soprattutto i giovani. Deve però essere chiaro che un paese che non ha trentenni nel motore è un paese che non ha futuro. Per questo dobbiamo rilanciare i nostri giovani.

Dominick Salvatore
Fordham University Usa

Le cause della crisi sono riconducibili – secondo l’economista statunitense Salvatore – ai mutui subprime dati a persone e famiglie senza garanzie e a tassi variabili più bassi. E’ stato fatto perché i mutui sono stati impacchettati e rivenduti alle banche di investimento (cartolarizzazioni). Le agenzie di rating, pagate dalle banche che emettevano i mutui subprime, erano state chiamate a valutare la rischiosità di tali operazioni, assegnando la tripla A e la SEC, equiparabile alla nostra Consob, non ha saputo controllare la situazione. La causa è iniziata negli Stati Uniti, ma se l’Europa non avesse avuto gli stessi eccessi americani, la crisi non si sarebbe mossa così velocemente. Le banche italiane sono state virtuose – ha precisato – perché non sono riuscite a diventare banche di investimento e quindi non hanno potuto beneficiare dei profitti derivanti dalla vendita dei mutui subprime. La crisi si è estesa ai Paesi emergenti attraverso il settore reale e il contagio è stato più lento. Ma perché la crescita è lenta e c’è il pericolo di una nuova recessione nei Paesi avanzati? si è chiesto Salvatore. Innanzitutto per il deficit e le spese pubbliche insostenibili. Gli Usa non possono fare stimolo fiscale a causa di deficit e debito così alti. Ma anche per le incertezze economiche, incertezza sull’aliquota di imposte e sul costo assicurazione sanitaria, e ancora per l’orizzonte delle politiche economiche troppo breve con il risultato che le imprese non investono. C’è anche il problema della moneta cinese, sottovalutata di almeno il 20-30%. La crisi in Europa è dovuta invece – ha sostenuto l’economista della Fordham University – a deficit pubblici e debiti sovrani insostenibili (Paesi Gipsi) e competitività bassa. Qualche decennio fa, la malata dell’Europa era la Germania ma, una volta rimesso in ordine i conti, il costo del lavoro è sceso. E come si aumentano i salari? Si aumentano con la produttività, ma se la produttività non cresca allora ogni aumento di salario comporta l’aumento del costo del lavoro. Per battere la crisi per gli Usa – ha detto ancora – è necessario lo stimolo fiscale nel breve e la riduzione delle spese pubbliche nel medio termine, oltre all’eliminazione delle incertezze delle politiche economiche e agli investimenti nelle infrastrutture. Per l’Eurozona occorre rifinanziare le grandi banche, ridurre i deficit pubblici, aiutare i Paesi deboli come Spagna e Italia. Occorrono bancarotta controllata della Grecia e ristrutturazioni per competitività internazionale. Se la Grecia dovesse uscire dall’euro – ha avvertito Salvatore – i mercati attaccherebbero i Paesi più deboli.

Federico Rampini
Editorialista La Repubblica

Intervenendo sullo scenario geopolitico e i risvolti sociali, Federico Rampini ha sostenuto che sono di fronte a cambiamenti che si possono comprendere in una ottica di transizione secolare. Per la prima volta, dopo cinque secoli finisce il potere della razza bianca. Lo testimoniano i Brics, il gruppo di Paesi rappresentati da Brasile Russia, India e Cina, con l’aggiunta recente di SudAfrica. Mentre declina un tipo di ordine sociale ed economica – ha detto Rampini – ne sta emergendo un altro che però non si è ancora affermato perché i nuovi Paesi non sono ancora organizzati. La crisi attuale – secondo l’editorialista di Repubblica – si differenzia da una normale recessione perché i crack bancari a ripetizione significano che la durata del periodi di crisi durerà molto più a lungo, fino la 2015. Per comprendere questa crisi, secondo Rampini bisogna studiare gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. E’ solo in quel periodo che si ritrova la dilatazione enorme delle diseguaglianze sociali. Ciò che la distingue è la formazione della popolazione: oggi sta andando in pensione la parte più popolosa della popolazione, cose che non avveniva al tempo della grande depressione. Allora si ebbero risposte divaricate, con l’insorgere di totalitarismi come il fascismo e il nazismo, furono prese ad esempio le scelte mussoliniane della grandi opere. Anche questa crisi è un laboratorio politico, con una involuzione prolungata delle democrazia che viene sequestrata – ha detto Rampini – dalle lobby del denaro, mentre emerge anche una deriva tecnocratica, come nel caso della Grecia, dove la sovranità popolare è stata sospesa da gruppi tecnocratici esterni, mentre emergono una serie di populismi di destra e di sinistra. La crisi si complica se consideriamo la revisione delle regole da parte dei Paesi Brics, che stanno sostituendo il potere americano e dell’occidente in generale, pur senza avere una architettura della futura governance mondiale. E’ una sorta di ritorno a Bretton Woods. Si pensi alla decisione della borsa di Monbay in India, che ha vietato le speculazioni sui futures dei prodotti agricoli, che oggi sta diventando una norma mondiale. Si pensi anche al Brasile che sulla manodopera impone, per chi vuole partecipare ai progetti, di assumere manodopera brasiliana. La Commissione europea ha calcolato che i Brics hanno applicato 139 nuove norme protezionistiche. E’ drammatico che l’occidente sia assente.

Gerard Francois Dumont
Università la Sorbona, Parigi

Credo che uno dei problemi della Pac è che il contesto economico non è adatto al contesto agricolo. Lo ha detto Gerard Francois Dumont, dell’Università la Sorbona di Parigi, intervenendo al Forum Coldiretti di Cernobbio. Il collegamento tra demografia e agricoltura: quante persone da nutrire? Quali problemi di distribuzione? Quale tipo di persona andrà nutrito? Ci stiamo avviando verso i 9 miliardi di persone o ci fermeremo a 8 – si è chiesto il professore francese -? Il mondo deve confrontarsi con vari rischi e potremo portarci oltre i 9 miliardi solo se migliorassero le regole e il rispetto sanitario, l’alimentazione, i rapporti geopolitici. Si sta assistendo a una crescita meno spinta della popolazione: il periodo di grande sviluppo dovrebbe essere stato quello dal 1950-2000. In Europa – ha continuato Dumont – troviamo dinamiche demografiche estremamente diverse. Un secondo elemento da considerare è la distribuzione agricola (accentratori, francia – policefalici, italia), un terzo è il totale dei consumatori in Europa, che dovrebbe restare abbastanza variabile sino al 2050. Ad ogni modo, è dato per acquisito che la loro distribuzione sarà diseguale. Aumento di consumatori in alcuni Paesi europei e diminuzione di consumatori in altri Paesi europei. Diminuzione di 65 milioni in Germania, calo in Italia. I consumatori saranno diversi per due ragioni: una legata agli apporti migratori, l’Europa è un territorio cosmopolita e le scelte di consumo sono sempre più diversificate. (es. in Francia non più carne e patatine ma cous cous). L’altra dipenderà dall’età, persone attive con relativamente poche persone anziane e pochi bimbi. Nel tempo potrebbe essere il contrario: meno persone attive e più persone anziane con necessità differenti. Aumenteranno le persone di 75 anni e più. Sviluppi demografici – ha concluso Dumont – ci porteranno a scenari molto diversi. La Cina inizierà a vedere calare la propria popolazione, mentre l’India vedrà crescere la propria popolazione.

Marco Mancini
Presidente Conferenza Rettori Università italiane

L’Università italiana può fare la sua parte a patto che si investa sulle energie dei giovani. Uno strumento può essere quello del trasferimento tecnologico. Oggi nelle Università – ha detto il Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università italiane Marco Mancini – ci sono 53 uffici per il trasferimento tecnologico e il 60% partecipa a patti scientifici e tecnologici. Gli Atenei sono terreni interessanti per progetti d’impresa detti spin-off, oltre alla formazione di giovani menti all’interno del mondo delle imprese attraverso il dottorato, rivisto nelle sue linee portanti tramite decreto ministeriale. Oggi esistono 873 spin-off, imprese che nascono all’interno di idee che si formano dentro le Università e che propongono ricerca e sviluppo. Di queste 873 imprese – ha precisato – un terzo è dedicato all’elettronica, a nanotecnologie, a beni culturali, ma non ci sono numeri significativi per quanto riguarda l’agricoltura. Esistono però 22 facoltà di agraria e forse è opportuno dare una chance in più nel confronto col mondo dell’impresa. La crisi è molto forte – ha concluso – ma constato che quanto più si crea un cluster nel territorio, con le energie proprie del territorio, la competizione internazionale c’è. Se non ci si affida alla capacità di ideazione che viene dall’università e dal mondo della ricerca, rischiamo di soccombere. Il made in Italy con la ricerca è la risposta.

Giovanni Luppi
Presidente Anca Legacoop

Occorre prendere atto delle condizioni e delle difficoltà del Paese, assumendosi le proprie responsabilità. Lo ha affermato il Presidente di Anca Legacoop Giovanni Luppi al Forum Coldiretti di Cernobbio. Il settore agroalimentare è una potenzialità straordinaria del paese, un settore in cui la micro impresa può essere una grande forza – ha sottolineato l’esponente del mondo cooperativo -, ma anche un elemento di freno e di vincolo, che pregiudica la conquista di nuovi mercati. La cooperazione dell’agroalimentare rappresenta 6mila cooperative con 35 miliardi di fatturato. Coop che sono imprese medie e che competono con le prime 50 aziende italiane e da sole rappresentano il 10% dell’export. Quando una impresa è media, non ha il vantaggio della nicchia o la forza delle grandi impresa. Rischiamo – ha ammonito Luppi – di perdere l’utilità della cooperazione per questo paese. La materia prima è la voce di costo più importante: occorre valorizzare meglio prodotti conferiti. La cooperazione deve recuperare l’italianità e il territorio, per collocare al meglio questa idea di prodotto. Per farlo abbiamo bisogno di semplificare. In Italia c’è bisogno di più cooperazione anche con la politica. Arriviamo se abbiamo organizzazione oppure abbiamo fatica ad arrivare sui mercati mondiali. L’agroalimentare non fa alleanze, ha difficoltà a fare alleanze. La cooperazione è fortemente orientata alla produzione mentre le imprese sono orientate al mercato, è necessario recuperare questo gap.Un nodo è anche la relazione con la distribuzione. Se la distribuzione viene vista come un nemica, non va bene per nessuno. Serve stabilire un patto tra produzione e consumatore, ragionando sul prezzo giusto e non sul prezzo basso, riconoscendo ad ogni attore il valore che conferisce nei prodotti. Se siamo trasparenti – ha concluso il Presidente di Anca Legacoop – e facciamo capire al consumatore che siamo efficienti, tolte le intermediazioni inutili, sarà il consumatore a scegliere il prodotto italiano o altro. Un prodotto che deve essere riconoscibile in termini di qualità, di territorio, di tradizione.

Gianluca Maria Esposito
Direttore generale per le Pmi e la cooperazione del Ministero dello Sviluppo economico

Mai come in questi giorni il tema della crescita sia stato ed è così prioritario anche nell’azione del governo. Lo ha ricordato al Forum Coldiretti di Cernobbio Gianluca Maria Esposito, Direttore generale per le Pmi e la cooperazione del Ministero dello Sviluppo economico. Qualunque politica di crescita, industriale, produttiva, presuppone una rigorosa disciplina delle aree sviluppo e finanza. L’economia italiana soffre una problematica strutturale di crescita del Pil (15 milioni dei cittadini ha un reddito non superiore a 1500 euro), relativa agli investimenti fissi lordi, mentre va bene l’export. Nel 1° semestre del 2011 – ha ricordato l’esponente ministeriale – l’Italia ha evidenziato un +17% nell’export. Questo dato, se paragonato alle imprese tedesche, risulta essere dato uguale. Le imprese italiane sono competitive rispetto al Paese più forte per quanto riguarda il debito sovrano. L’impresa italiana ha una potenziale capacità di crescita, forte e pari a quella di Paesi più competitivi. L’impresa agroalimentare regge bene. Quali sono i fattori di forza? Il primo è la caratteristica di essere un sistema flessibile, elastico. Il 99% delle aziende sono Pmi (il 95% sono micro). Il secondo è la forte propensione alla rete. Il terzo è il modello export che costituisce una via di sfogo per alcune imprese, soprattutto per quelle legate a filiere lunghe e che puntano a intercettare mercati post europei. C’è però un’inadeguatezza della nostra organizzazione industriale rispetto ai modelli mondiali. I distretti – ha ricordato Esposito – subiscono interferenze politiche mentre serve innovazione. Il distretto vuole l’impresa inchiodata al territorio con un mercato che è diventato mondiale. Questo ingessa l’impresa. L’impresa deve fare impresa con la ricerca. In Italia quante sono le imprese presenti nei processi di internazionalizzazione? Siamo al di sotto del 30%. Soluzione? Innovare e ridurre i costi di sviluppo, intervenendo sulla razionalizzazione del costo di produzione, rilanciando la domanda dei consumi.

Guido Barilla
Presidente gruppo Barilla

Il mondo dell’alimentare è estremamente variegato perché va dal prodotto tipico più piccolo alla produzione più sofisticata in gastronomia, arrivando anche a MacDonald che, quando offre un prodotto italiano o (simil-Italiano per noi italiano), diventa un’offerta di italianità. Secondo Guido Barilla, Presidente del Gruppo Barilla, il nostro Paese per decenni ha dimenticato il macro settore alimentare come strategico, privilegiando facili strade su altri territori, spinto da altre forze per privilegiare settori meno strategici. L’alimentare – ha detto – ha una forte integrazione nel territorio data la natura dell’approvvigionamento delle materie prime e il territorio per l’Italia è il primo bene da salvaguardare. Il Paese dovrebbe adottare una seria strategia fondata sull’agroalimentare, promuovere in modo organizzato e continuativo una serie di nostri prodotti, una serie di nostre filiere, premiando la cultura agroalimentare italiana. All’estero c’è una voglia di prodotti italiani che è molto superiore alla nostra capacità di offerta. E la nostra capacità di penetrazione fuori del nostro Paese è spesso limitata all’intraprendenza individuale. Sarà pertanto necessario – ha puntualizzato Barilla – un meccanismo più sistematico. Il nostro territorio vive un momento di difficoltà nel nostro settore. Per tutta Europa il mercato alimentare è estremamente saturo. Riteniamo che una dedizione maggiore e una cultura di maggiore partnership legati alle filiere dei prodotti agricoli italiani sia una strada estremamente virtuosa che raccoglie forse immediatamente alcune diseconomie su cui bisogna lavorare e gestire, ma che possa essere una strada significativa di processi che dia valore di contenuto ai prodotti, valore di immagine ai contenuti di marca, perché noi viviamo anche di questo, che possa in modo sinergico dare un forte aiuto alla continuità e alla stabilità delle filiere. Noi abbiamo istituito con i colleghi di Coldiretti una serie di lavori molto interessanti. Stiamo valutando alcune opportunità; alcune hanno raggiunto una serie di obiettivi, altre sono in fase di sviluppo. Sono tutti progetti virtuosi – ha detto il Presidente del gruppo Barilla -. E’ un momento di passaggio significativo per cui alcune parti che in modo superficiale si sono viste sempre come “controparti”, approfondendo alcune virtù di carattere professionale trovano un campo sinergico di lavoro che è un giusto esempio dell’inizio di sistema: ora questo sistema si può estendere anche al modello distributivo. Evidentemente – ha concluso – ci sono snodi critici che noi abbiamo e che sono dati dai modelli di mercato. Ognuno deve trovare una profittabilità da potere rivestire nel meccanismo e qui sta all’intelligenza della costruzione dei modelli e delle filiere di trovare qualcosa che sia virtuoso.

 

SABATO 22 OTTOBRE

Paolo Russo
Presidente Commissione Agricoltura Camera dei Deputati

Dopo la soppressione dell’ICE e il suo recupero è necessario evitare che si verifichino altri casi come quello della Simest denunciato dal Presidente Marini. Lo ha annunciato al Forum Coldiretti di Cernobbio Paolo Russo, Presidente della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati. Stiamo attivando iniziativa per sostenere la performance dell’internazionalizzazione delle nostre imprese all’estero. La legalità è centrale sul fronte dello sviluppo; dopo i casi di Castelvolturno e Rosarno abbiamo attivato un’indagine conoscitiva per capire l’entità del fenomeno nel settore agricolo. L’indagine, ancora in corso – ha spiegato Russo -, ha evidenziato che anche a causa della crisi il nostro paese risulta particolarmente esposto su questo fronte. Una debolezza che deriva anche dalla sua impostazione. E’ proprio in primis il fronte del lavoro agricolo che risulta toccato dall’illegalità, per alcuni sue caratteristiche come la stagionalità del lavoro, l’utilizzo della manodopera extracomunitaria e la mancanza di centri per l’impiego. C’è però anche qualche elemento positivo. Nella manovra estiva il governo ha introdotto anche norme che tutelano la legalità del lavoro e prevedono pene severe per chi non la rispetta. Si sta quindi cercando di dare risposte adeguate al grave problema dell’illegalità. Ad esempio è stata estesa anche al settore agricolo la possibilità di avvalersi di lavoratori occasionali tramite i voucher. Tale nuova tipologia – ha ricordato il Presidente della Commissione Agricoltura – è stata però prevalentemente utilizzata nelle regioni settentrionali. L’obiettivo di questo strumento è stato proprio quello di favorire l’emersione del lavoro nero. Non va dimenticato che il settore si confronta anche con alcune difficoltà , come la scarsa competitività e il frazionamento eccessivo delle imprese. Inoltre il ricavato dell’attività agricola risulta penalizzato rispetto al prezzo finale richiesto al consumatore. La criminalità sta assumendo un ruolo sempre più marcato nelle realtà dei mercati all’ingrosso e per quanto riguarda il riciclaggio di capitali. Si sta però facendo molto anche sul fronte dei controlli, in particolare in zone sensibili come i porti. (Es .olio senza indicazioni sequestrato nel porto di Salerno,il falso pomodoro s. Marzano sequestrato nel porto di Napoli). Ma la partita non è ancora vinta. La legalità continua ad esser centrale per lo sviluppo del paese. Purtroppo i dati indicano che l’Italia è ai vertici per questo fenomeno. Bisogna però capire se è perché siamo propensi alla criminalità o perché abbiamo la capacità di contrastarlo. Tra le varie attività di prevenzione messe in campo, è stata presta una grande attenzione alla mozzarella DOP. La prevenzione dell’illegalità in questo comparto ha portato all’aumento dell’export e del prezzo del latte corrisposto al produttore. Bisogna trovare ora un sistema di coordinamento dei diversi controlli per evitare che diventino oppressivi. La partita del decreto di sviluppo dovrà riguardare anche questo. Va rilevato che quando lo stato fa sul serio e c’è un meccanismo di controllo efficace si raggiungono importanti risultati. Una maggior rispetto della legalità – ha concluso Russo – si traduce in una maggiore qualità e sicurezza alimentare peri consumatori e una maggiore certezza di reddito per i produttori.

Colomba Mongiello
Segretario del Consiglio di Presidenza del Senato della Repubblica

Il lavoro è una precondizione della crescita – ha esordito Colomba Mongiello – Voglio ricordare che solamente in Italia ci sono 400mila lavoratori agricoli a nero e dico anche questo problema che non può essere derubricato al sud perché è esteso in tutta Italia. Il lavoro nero, la legalità e le condizioni lavorative sono centrali nella strategia di valorizzazione dell’agricoltura italiana e del Made in Italy. Noi ci occupiamo troppo spesso del prodotto agricolo, ma troppo poco del lavoro umano che è all’origine di questo prodotto. Io sono preoccupata perché nel documento della Pac le prime linee guida privilegiano l’estensione e la superficie sul valore aggiunto, il made in Italy e il lavoro umano. Noi dobbiamo creare – ha aggiunto – un’attività di lobbying per fare in modo che certe linee guida vengano cancellate. Al giorno d’oggi una giovane impresa che punta sul made in Italy, sulla qualità del prodotto, sulle giuste condizioni lavorative, si trova sul mercato in mezzo alle speculazioni e alle truffe agrarie. Quindi è normale che queste imprese rischino di trovarsi in grave difficoltà. La legalità è la premessa, ma non può essere vista come vessazione e iniquità, altrimenti il lavoro delle forze di polizia e dei magistrati è assolutamente inutile. Io penso – ha proseguito il Segretario del Consiglio di Presidenza del Senato – che dobbiamo distribuire il costo del lavoro su tutti i componenti della filiera. Il presidente Paolo Russo ha parlato dei voucher, ma io voglio dire che questi sono un aiuto, ma non possono essere la soluzione. Sono un sistema sostitutivo perché se io decido di fare l’agricoltore e dedico la mia vita e la mia giornata a questo mestiere, devo avere diritto all’indennità di disoccupazione, alla pensione, alle ferie. I voucher servono per chi è uscito dal mercato del lavoro, come i pensionati. Un passo avanti è stato fatto grazie alla legge contro il caporalato, che è una grande legge. Adesso però dobbiamo andare avanti perché non possiamo fermarci alle sanzioni amministrative, ma dobbiamo anche prevedere incentivi e aiuti a quelle imprese che offrono le migliori condizioni di lavoro. Dal lavoro nero – ha concluso la Mongiello – non usciamo solo con le sanzioni, ma con misure che fanno in modo che questo fenomeno emerga e che le aziende ritengano conveniente offrire condizioni di lavoro accettabili.

Donato Ceglie
Magistrato Procura Santa Maria Capua Vetere

Quant’è difficile far rispettare la legalità? Ha preso le mosse da questa domanda l’intervento al Forum di Cernobbio del magistrato Donato Ceglie, il quale ha sostenuto che il problema della legalità non può essere solo un problema di “guardie e ladri”, una questione che riguarda solo le forze di polizia e di alcune procure. Citando dati Eurispes, Ceglie ha ricordato che l’illegalità costa all’Italia qualcosa come 190 miliardi euro l’anno. “Occorre – ha detto – investire di più in prevenzione e cultura delle regole e in servizi più efficienti. Se la sfida è globale, la risposta non può essere solo di una procura, ma occorre una banca dati nazionale”. Il magistrato ha ricordato che l’Unione europea ha imposto ai Paesi membri di prevedere gravi sanzioni non solo per le persone fisiche, ma anche per le persone giuridiche. “Anche se con lentezza, stiamo operando – ha detto – per colpire i patrimoni di questi – soggetti che operano a livello transnazionale. Gli esempi sono tanti, come nel caso di soggetti italiani che esportavano rifiuti tossici in Cina e negli stessi container importavano prodotti alimentari o per l’infanzia. Purtroppo nel nostro Paese mancano ancora puntuali indagini epidemiologiche che ci dicono quanto costano in salute le nuove agromafie”. Ricordando che il comma 2 dell’art.9 della Costituzione recita che “la Repubblica tutela il paesaggio”, Ceglie ha ricordato che in Italia il paesaggio “è stato violentato, affidando scelte edilizie all’anarchia dei singoli. I ripetuti annunci di condono edilizio – ha detto – sono benzina per il motore dell’abusivismo”. Il magistrato ha citato come esempio virtuoso la scelta di Coldiretti, associazioni consumatori e associazioni ambientaliste di costituirsi parte civile nei processi delle agromafie. “E’ un segnale che può funzionare meglio di nuove leggi”.

Stefania Crogi
Segretario Generale FLAI-CGIL

Accetto l’invito alla battaglia contro chi sfrutta nostre risorse in nome di una internazionalizzazione, mentre invece c’è solo delocalizzazione. Quindi il giorno in cui ci sarà la manifestazione la Flai Cgil sarà presente e su questo siamo sicurissimi. Così ha detto Stefania Crogi aprendo il suo intervento a Cernobbio. Però se abbiamo parlato di legalità come parte fondamentale della crescita – ha precisato – non possiamo non condividere la legalità come diritto al lavoro, perché per quanto riguarda il settore agricolo siamo dentro la criminalità. Allora noi non potremo mai vincere questa battaglia che stiamo facendo per il made in Italy, per la filiera corta, per il know how, per il legame del prodotto alla cultura del territorio, per la valorizzazione del prodotto stesso e soprattutto non potremo mai competere sul mercato perché il dumping deriva proprio da concorrenza sleale sulla qualità e sul costo del lavoro. Rivolta al Presidente della Coldiretti Marini che ha parlato di coraggio, la Crogi ha sostenuto che allora noi dobbiamo avere il coraggio di dire che il caporalato non è finito, che è in atto una compravendita sui permessi di lavoro ingaggiando immigrati che vengono assunti da veri e propri caporali etnici che si trovano nei loro paesi. Tutto questo viene usato dalle aziende non trasparenti, non corrette, non legate a quella valorizzazione del prodotto per la quale tutti ci stiamo mobilitando per far crescere il Pil. Allora, vogliamo farla insieme – ha rilevato – questa battaglia? Abbiamo bisogno di una legislazione diversa sul collocamento che deve essere trasparente, che premi le aziende virtuose anche con aliquote diverse, non un collocamento in mano ai caporali. Questo è un terreno di confronto – ha concluso il Segretario generale Flai-Cgil -; l’abbiamo messo nel documento comune che stiamo firmando per la terza volta e adesso dobbiamo pretendere insieme che questo documento abbia le braccia e le gambe affinché i suoi contenuti si realizzino.

Cesare Patrone
Capo del Corpo Forestale dello Stato

Nel 1985 il Corpo forestale faceva progetti per interventi sul territorio con una duplice analisi, una finanziaria ed una economica. Il corpo forestale si occupa delle 3 a: ambiente, agricoltura e alimentazione. C’è stata una evoluzione del nostro corpo dopo il 2001 in quanto si credeva che certe competenze fossero di competenza locale. L’analisi viene da Cesare Patrone, Capo del Corpo Forestale dello Stato, intervenuto al Forum Coldiretti di Cernobbio. Prima era un corpo tecnico con funzioni di polizia, adesso invece è un corpo di polizia con funzioni tecniche. Non c’è sviluppo senza collegamento con la legalità. Ci occupiamo anche di incendi boschivi, di commercio di animali e piante in via d’estinzione. Le criticità di oggi? L’infiltrazione delle organizzazioni criminali che operano sfruttando gli spazi della globalizzazione. Operiamo attivamente per combattere il reato ambientale – ha spiegato Patrone – evitando la prescrizione, puntando sulla piena padronanza e percezione del reato ambientale. La falsificazione agroalimentare non è più qualcosa che riguarda soltanto strati di popolazione cha acquistano certi prodotti. Riguarda tutti e tutti i prodotti, poiché causa un deperimento della qualità che colpisce tutta la popolazione. L’amministrazione forestale è a un nuovo snodo: dove c’è l’impegno dello Stato e della comunità, è possibile andare avanti. Abbiamo avuto una legge importante per le nostre attività grazie all’impegno agricolo – ha poi ricordato il capo della Forestale -. Ciò che manca è la costanza, la perseveranza. C’è bisogno di fare riflessioni attente sia nell’ambito delle procure anti-mafia che nelle procure. C’è bisogno di capacità che consentano la giusta interpretazione del reato ambientale. I rapporti con la Coldiretti, che vanno avanti da tempo, hanno portato a riflessioni importanti e questi devono continuare e devono contribuire a migliorare il sistema. Come Corpo forestale, avvertiamo la cultura diffusa della cittadinanza passiva e percepiamo un senso di solitudine. La comunità – ha concluso – aspetta sempre che ci sia qualcuno per trovare la soluzione ai problemi. Ci sono possibilità soltanto se tutti insieme lavoriamo insieme per una vera azione di progresso nel campo della tutela ambientale.

Giovanni Fava
Presidente commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale.

Il presidente della commissione sulla contraffazione e pirateria, Giovanni Fava, ha annunciato che dopo otto mesi di lavoro della commissione è già pronto un nuovo testo sul problema, da cui emerge che non servano nuove leggi, ma che vadano applicate quelle esistenti. Le norme in larga parte sono sovranazionali, ma nei Paesi del Nord Europa c’è scarsa interesse sul tema delle denominazioni d’origine. “Noi abbiamo una cultura della contraffazione – ha detto – e quindi c’è attenzione al problema che è invece poco sentito altrove, per cui prodotti contraffatti provenienti dalla Cina possono entrare facilmente in porti del Nord Europa dove i controlli non sono rigorosi come da noi”. Annunciando che martedì prossimo sarà pronto il primo testo sulle contraffazioni agroalimentari, Fava ha ricordato che in Italia il fenomeno di merci contraffate ha un valore di 7 miliardi di euro, di cui 5 riguardano l’alimentare. “E’ un danno non solo per il settore, ma per tutto il sistema Paese. Pensiamo che nel mondo le contraffazioni valgono qualcosa come 200 miliardi di euro”. La situazione delle contraffazioni per il settore agroalimentare, secondo fava, si aggrava se consideriamo l’italian-sounding, che nel mondo ha un valore di 55 miliardi di euro. “E’ un argomento – ha detto – difficile da far comprendere nei paesi dove si sviluppa. Per contrastarlo occorrerebbero accordi bilaterali tra Stati, anche se l’Italia si trova in posizione debole”.

Gianni Alemanno
Sindaco di Roma, ex Ministro delle Politiche agricole

Il programma che portiamo avanti tiene conto della differenza tra città e campagna, con l’obiettivo di distinguerne la reciproca influenza. Al Forum Coldiretti di Cernobbio il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha fatto una panoramica sulle politiche di sviluppo dell’agrcioltura messe in campo nella Capitale. Area agricola e aree urbane sono confuse, senza distinzione precisa. Si hanno aree urbanizzate e aree agricole confuse con aree urbane. Nelle prossime manovre, le associazioni agricole parteciperanno alle attività di concertazione per valorizzare i terreni agricoli – ha annunciato il primo cittadino – . Intanto, non si può non ribadire un ulteriore no al condono edilizio che provocherebbe problema serio. Ci sono 260mila pratiche di condono non portate a buon fine. La proposta di vendere i terreni alle imprese agricole è un tema forte. La stima di 6miliardi è una previsione in difetto, aggiungere anche quelle detenute da regioni e province. Ogni anno dobbiamo reinvestire per remunerare deficit di bilancio. Tra le iniziative messe in campo c’è l’agricoltura che invade la città – ha ricordato Alemanno -: a San Teodoro è nato il Mercato di Campagna Amica della Coldiretti, che ha un valore anche turistico, ma abbiamo in progetto di farne altri quattro e il prossimo sarà a Corviale, riprendendo un mercato rionale abbandonato. Valorizzeremo anche le Botteghe di Campagna Amica e gli orti urbani e, ancora le fattorie didattiche e sociali. C’è poi l’idea della Fiera di Roma per una grande fiera dell’agricoltura nella Capitale. E’ inoltre pronto il bando per le mense scolastiche con il riferimento al prodotto a km zero. Roma può essere un grande comune agricolo – ha concluso Alemanno -, più grande d’Europa. Sulla crisi, l’Europa ci chiede grande disciplina e forza. Deve esserci scambio, accettiamo discipline di bilancio ma vogliamo politiche che siano in grado di rilanciare puntando sulle distintività competitive (etichettatura e PAC). Bisogna spostare le risorse dalla rendita alla dimensione produttiva.

Pietro Pagliuca
Consigliere Delegato del Consorzio Produttori di Campagna Amica

Nel corso della presentazione le Botteghe di Campagna Amica, Pietro Pagliuca ha illustrato l’architettura commerciale del progetto che si fonda su quattro elementi: la Fondazione Campagna Amica, che garantisce origine italiana e filiera degli agricoltori; il Consorzio Produttori che è lo strumento per realizzare la “catena”; l`imprenditore agricolo che offre il proprio prodotto; il gestore del punto vendita denominato “La Bottega di Campagna Amica”. Le Botteghe sono un nuovo e moderno canale commerciale che si affianca alla grande distribuzione e ai negozi di prossimità. Garantiscono ai consumatori prodotti agricoli al cento per cento italiani provenienti esclusivamente da imprese agricole e cooperative. Da settembre a oggi sono 110 le Botteghe aperte in tutta Italia, mentre sono già 4000 le imprese agricole entrate a far parte della rete per la loro fornitura, con la copertura di oltre 8.000 categorie merceologiche coperte. “Questo progetto – ha concluso Pagliuca – è il grande risultato dell’effervescenza della Coldiretti, del mondo della cooperazione e dei produttori”.

Carlo Rienzi
Presidente Codacons

Il Presidente del Codacons Carlo Rienzi ha esordito informando che, alla luce delle considerazioni fatte nel corso del Forum, lunedì 24 ottobre il Codacons presenterà una denuncia di fronte alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti contro la Simest. Rienzi ha poi posto l’accento sul controllo, “perché sappiamo che in Italia è proprio questo ciò che manca”. Il controllo sui tir – ha aggiunto – è una cosa piuttosto complicata quindi dobbiamo tenere gli occhi aperti. Allo stesso modo dobbiamo controllare i mercati della vendita diretta e anche quelli di Campagna Amica. Come Codacons, insieme a Coldiretti e Autostrade per l’Italia, abbiamo fatto una grande iniziativa, che è quella di portare l’agricoltura del territorio sulle autostrade. Ciò è stato fatto per valorizzare la piccola e micro imprenditoria agricola. Questo progetto, che ha avuto una sperimentazione durante l’estate – ha preannunciato, ricomincerà a Natale e poi a primavera e si integrerà con la conoscenza e la cultura del territorio.

Pierluigi Guarise
Presidente Consorzi Agrari d’Italia

Nato da due anni, Consorzi Agrari d’Italia (Cai) conta oggi 26 consorzi associati, 700 agenzie, una capacità di stoccaggio di 1,5 milioni di tonnellate, mille tecnici in campo. I dati sono stati resi noti a Cernobbio dal presidente di Cai, Pierluigi Guarise, il quale ha ricordato che nel 2010 il sistema Consorzi agrari ha fatturato 2 miliardi di euro. L’attività di questi due anni si è concentrata sulla riorganizzazione delle reti consortili di alcune aree del Paese e nei processi di integrazione delle attività industriali dei soci (produzione, mangimi, sementi…). Sinergie con Creditagri hanno consentito di sviluppare convenzioni con le banche per il credito ai soci, mentre entro il 2011 la società Enel Green Power Cai Energy farà partire la richiesta di autorizzazione per il primi cinque siti per realizzare energia da biomasse da filiera corta con prodotti di scarti agricoli. La realizzazione dovrebbe avvenire nel primo semestre del 2013 per una potenza complessiva di 25-30 Megawatt. Orientata all’innovazione anche la joint venture con Novamont per sperimentare lubrificanti da olio vegetale. Guarise ha anche ricordato che è stato costituito il fondo immobiliare per gestire gli immobili non più usati dei consorzi agrari e immetterli sul mercato per recuperare liquidità. Entro fine anno dovrebbero essere conferiti immobili per un valore di 100 milioni di euro. Ha preso il via intanto Fits (filiera italiana trading cereali), società partecipata per l’85,5% da Cai e il 14,5% da cooperative di Legacoop per gestire 2 milioni di tonnellate di cereali. In questo campo è stato concluso un accordo con il gruppo Barilla, che assicura all’agricoltore un prezzo minimo fin dalla semina. Infine Guarise ha ricordato il progetto di collaborazione con Coop Italia per portare sugli scaffali alcuni prodotti alimentari della filiera agricola tutta italiana, con posizionamento sulla fasci alta di qualità e il progetto per realizzare le botteghe di Campagna Amica all’interno della rete consortile, in collaborazione con il Consorzio produttori Campagna Amica.

Corrado Passera
Ceo e consigliere delegato Intesa San Paolo

Se il marchio Italia andasse come il marchio agroalimentare, saremmo a posto. Così ha esordito il consigliere delegato di Intesa San Paolo nel suo intervento al forum Coldiretti di Cernobbio. “Purtroppo stiamo andando giù – ha detto Passera – e per evitare di scendere ancora dobbiamo fare in fretta perché il marchio Italia sta scivolando velocemente. Riportare a giusto livello il marchio non è solo una questione di dignità, ma è una questione di interesse perché si porta dietro il commercio, si porta dietro la crescita, la possibilità di raccogliere fondi sul mercato internazionale”. Secondo Passera il Paese sta andando giù perché c’è una progressiva irrilevanza del Paese in tanti settori, mentre “sta avanzando la sfiducia perché in molti credono che non sappiamo mantenere gli impegni e, anche se non è vero ci stiamo guadagnando lo stendardo di chi affossa l’Europa”. Passera ha ricordato che i marchi si basano sui fatti e che l’Italia ne ha tanti, a partire dall’agroalimentare, passando per la meccanica, la moda, il turismo, che tirano una bella fetta di Paese, mentre per i conti pubblici “molti Paesi si sognano di avere un surplus primario positivo come il nostro e banche che stanno passando abbastanza bene anche la seconda crisi”. In sostanza per Passera ritiene che ci siano forze su cui costruire, anche se occorre rimettere a posto alcuni numeri, in particolare il Pil e l’occupazione. L’alto numero di disoccupati costituisce un disagio che si porta dietro i consumi, le prospettive economiche delle famiglie. “Occorre agire in fretta e bene – ha detto Passera – anche perché non ci può essere ripresa da un momento all’altro. Non basta una manovra e dobbiamo agire non come un Paese che vuole essere salvato, ma come un paese in grado di salvarsi da solo, sempre in un contesto europeo. Bisogna quindi rimettere in moto tutti i settori della crescita e garantire alle imprese sicurezza, funzionamento della pubblica amministrazione, fiducia, istruzione, infrastrutture, rispetto del merito, processi decisionali snelli”.

Giacomo Vaciago
Università Cattolica di Milano

Il nostro Paese non cresce perché le moderne tecnologie non sono ancora diffuse. E’la denuncia di Giacomo Vaciago, economista dell’Università Cattolica di Milano, intervenuto al Forum Coldiretti di Cernobbio. Esse sono importanti perché danno guadagni di produttività solo se si rispetta la legge, solo se paghi le tasse, hai un’amministrazione efficiente, cioè on line con te. Se fare la coda negli uffici pubblici è la nostra interpretazione del terzo millennio vuol dire che non ci siamo. Nel nostro paese c’è sempre stata l’illegalità – ha spiegato il professore -, non siamo peggiorati, ma oggi da 15 anni non funzionano le moderne tecnologie. Negli ultimi anni non c’è stato ammodernamento e questo ci ha portato ad essere l’unico paese al mondo dove la produttività totale è diminuita. Negli uffici c’è ancora una tecnologia vecchia. Ciascuno di noi passa tempo sul computer, ma deve anche fare altro lavoro manuale o fare code e questo fa produrre meno per ora lavorativa. Questo ci dovrebbe preoccupare – ha sottolineato Vaciago – . Le misure che stanno per essere varate sono insufficienti. C’è bisogno di un’agenda condivisa, c’è bisogno di un’agenda per la crescita. La crisi in Europa non è finanziaria, non è un problema di debito. Ci sono due mondi distinti nell’unione monetaria che si sono molto allontanati. Germania e altri paesi del nord crescono, Italia, Spagna, Grecia e Portogallo no. E’ la prima volta che un paese viene ammonito dall’esterno perché deve crescere. Questo dovrebbe essere invece un nostro obiettivo. Per la prima volta la generazione dei figli avrà un reddito peggiore di quello dei genitori – ha spiegato -. Serve che la moderna tecnologia venga estesa a tutti, ma il singolo non può risolvere il problema. Serve il governo perché solo così si potrà evitare la diffusione dell’illegalità. Si tratta di vivere in un mondo in cui si rispettano le leggi, prima di tutte quelle del fisco, che è la prima sovranità del governo. Un paese dove c’è diffusa evasione è un paese dove c’è cattiva democrazia. Nel nostro Paese gli affari si fanno al cellulare. La tecnologia è valida se è diffusa, funziona bene se estesa a tutti. Servono idee chiare, una diagnosi condivisa e un governo che si occupi del Paese. Se la tecnologia diventa universale, i guadagni migliorano. Se analizziamo gli ultimi 150 di storia, si vede che il nostro Paese è cresciuto molto ma poco nei primi e negli ultimi 20 anni. Adesso stiamo faticando a crescere ma è ora di aprire una nuova stagione – ha concluso Vaciago – e possiamo tornare a crescere proprio con la moderna tecnologia. il primo aspetto dell’illegalità è la contabilità in nero, spesso presente nelle nostre imprese. Prima o poi questi problemi faranno parte di una agenda condivisa e verranno affrontati come meritano. Il nostro paese ha molte opportunità e noi dobbiamo coglierle.

Ermete Realacci
Responsabile Green Economy del PD

Il tema della sostenibilità della filiera agricola no food deve essere collocato nelle sfide più generali del paese. E’ una questione importante e deve essere regolata con norme molto chiare”. Lo ha detto il responsabile Green Ecomy del PD Ermete Realacci intervenendo all’XI forum dell’agricoltura di Cernobbio. “In passato- ha detto – l’Unione Europea ha fatto anche delle sciocchezze come quando ha stabilito l’obbligo di addizionare ai carburanti una quota di carburanti vegetali perché non si non si è fatto un ragionamento sulla filiera. Può essere infatti che addizionare carburante vegetali faccia più danni che non addizionarlo. E’ noto a tutti che l’etanolo da mais degli stati uniti richiede più petrolio per essere prodotto rispetto a quanto restituisce in termini energetici”. Realacci ha evidenziato che anche l’Europa deve cambiare rotta e l’Italia deve fissare le regole. Questo perché ci sono un mare di richieste di impianti non collegati a una filiera territoriale. E quando si fanno impianti di grandi dimensioni è chiaro che a quel punto devono essere importate dall’estero le produzioni. Questo è un problema per il food e un motivo di competizione con l’agricoltura. Quindi è importante modulare gli incentivi per evitare che ciò accada. Gli incentivi devono essere molto più bassi di base, tendenzialmente escludere prodotti utilizzabili nella filiera agricola e avere aumenti di incentivi invece per esperienze più virtuose. “Come è noto – ha detto Realacci – esiste un problema di nitrati in pianura Padana. Da anni siamo in procedura di infrazione con l’unione europea che deroghiamo sempre. Affrontiamo invece la questione come è stato fatto con i pannelli fotovoltaici, che hanno avuto incentivi per sostituire per l’amianto. Anche in questo caso il problema centrale è quello delle regole. Questo però non deve mettere in discussione la possibilità di legare l’agricoltura alla produzione dell’energia e della chimica. E’ una nuova frontiera che pone l’agricoltura in una prospettiva molto interessante perché mette in moto nuove economie”. Infine Realacci ha precisato che bisogna collocare queste temi nel panorama della crisi generale, recuperando una visione umanistica dell’economia. “L’Italia c’è la può fare se scommette su se stessa e sulle cose che sa fare. Possiamo competere se difendiamo nostre specificità”.

Vincenzo Tassinari
Presidente Coop Italia

Coop, ha detto il presidente Vincenzo Tassinari intervenendo ai lavori del Forum Coldiretti di Cernobbio, rappresenta un grande processo di riforma imprenditoriale e un grande progetto di innovazione che sta dando risultati. L’ esistenza di un soggetto forte, dà valore all’economia generale e all’agricoltura di questo paese. Oggi Coop vende 6 milioni di quintali di ortofrutta, l’85% è di vostra produzione, 80% di bovini venduti di cui il 95%, appartiene ad allevatori italiani. La crescita quantitativa che abbiamo avuto nel rapporto con agricoltura italiana, non può non sottolineare la crescita qualitativa. Crescita quantitativa e qualitativa tutelano valori come la salute, l’ambiente, l’eticità, la legalità. Mai come in questo momento – ha spiegato Tassinari – c’è bisogno di stare insieme e di collaborare; industria, distribuzione e agricoltura, insieme possono dare più valore ai soggetti della filiera. Dobbiamo provare a costruire un progetto che vada oltre la filiera, ossia la co-imprenditorialità, mettendo insieme pezzi che danno valore, lavorando per accrescere il valore complessivo della filiera,, mettendo al centro non il mercato e la competizione, ma il consumatore. Abbiamo due scenari possibili: uno scenario involutivo, in cui il consumatore ha bisogno di convenienza e di prezzi bassi e quindi forniamo prodotti non qualitativamente ottimi, lasciando spazio anche all’illegalità. L’altro scenario – ha ricordato il presidente della Coop – è invece evolutivo: il consumatore ha sempre problemi di reddito e di potere d’acquisto , ma bisogna provare a dare sobrietà ai consumi, eliminare gli sprechi, fornendo più efficienza e convenienza. I progetti in ambito di co-imprenditorialità devono dare un contributo sostanziale allo scenario evolutivo e costruire qualcosa per sostenere il potere d’acquisto. Tassinari ha ricordato che si parla di aumento dell’Iva che però finirebbe con il frenare i consumi che sono il volano fondamentale per il rilancio dell’economia. Per questo, secondo il presidente di Coop Italia, è necessaria una collaborazione con Coldiretti, sena farsi la guerra e senza lanciarsi accuse, come l’estate scorsa. Coop Italia, ha detto, ha acquistato le pesche a 0,80 e non a 0,20. Per Tassinari è anche fondamentale che Coldiretti e Coop sappiano dare insieme un contributo propositivo al Paese.

Francesco Starace
Amministratore delegato Enel Green Power

C’è oggi un consumo di energia elettrica in Usa, Europa, India, Giappone e tantissime zone buie. Il tempo passa e le luci si accendono nella zona buia. L’analisi viene da Francesco Starace, Amministratore delegato Enel Green Power, intervenuto al Forum Coldiretti di Cernobbio. Mentre gli shock petroliferi hanno innalzato il costo del petrolio (da una media di 35 dollari a barile si è arrivati ai 100 dollari del 2008), le energie rinnovabili sono un mercato in crescita. Dal 2000 al 2010 si è passati da 792 a 1312 milioni di megawatt, con una previsione al 2020 di 2540 milioni e al 2030 di 4767 milioni di megawatt installati. Dietro la crescita c’è una “fame” di energia e la voglia di staccarsi dalla dipendenza da energie non rinnovabili e il traguardo europeo è di arrivare al 2020 senza importare energia. Non c’è produzione di biomassa nel nostro Paese (circa il 2%) – ha sottolinea l’esponente dell’Enel – ma nell’ultimo anno la crescita è stata del 10%, ricorrendo a finanziamenti da banche italiane, ricorrendo ad imprese italiane. Un settore che occupa 9000 addetti. La biomassa a filiera corta è il 50% più efficace ed efficiente della biomassa a filiera lunga. E’ per questo che abbiamo sviluppato un approccio diverso: portare e distribuire biomassa in centrali più piccole e maggiormente presenti sul territorio. C’è un grande gap di impianti di piccole-medie dimensioni che l’Italia può colmare, sviluppando nuovi macchinari. Su questo tema ci sono oggi due obiezioni: la prima è se c’è abbastanza biomassa in Italia per fare qualcosa di significativo. C’è una disponibilità da residuo agricolo, forestale e agroalimentare anche in eccesso. La seconda è se si utilizza biomassa per generare energia elettrica, quale può essere l’impatto sul prezzo delle materie agricole? C’è un legame e può essere molto dannoso o virtuoso. Se continuiamo ad utilizzare la filiera lunga si corre il rischio di impattare sui prezzi – ha ammonito Starace – soprattutto per culture dedicate ed estensive. La strada da percorrere con Consorzi Agrari d’Italia (Cai) dà ricadute positive: stabilizza per il coltivatore l’esposizione al rischio d’impresa, integra le culture a fini energetici e utilizza terreni non utilizzabili a fini agricoli in maniera efficace ed efficiente. Un utilissimo modo per utilizzare questo forte legame tra energia e agricoltura. L’accordo con Cai – ha concluso – punta a una creare rete di tanti piccoli impianti che utilizzino biomassa derivante dalla produzione agricola.

Catia Bastioli
Amministratore delegato Novamont

La chimica è un settore fondamentale per il rilancio del paese: grazie alla chimica molte aziende italiane sono diventate famose nel mondo e ciò ha permesso al paese di sviluppare le proprie attrezzature. Lo ha detto Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, nel suo intervento al Forum Coldiretti di Cernobbio. Il problema è che le attrezzature sviluppate anni fa adesso sono obsolete e dobbiamo sfruttare la tendenza a utilizzare le materie prime rinnovabili, tenendo conto che dobbiamo fare i conti con uno sviluppo economico diverso da quello che ha caratterizzato gli anni passati. Se ci riusciamo, in un paese come l’Italia che ha grosse capacità e competenze, otterremo sicuramente successo. Non abbiamo più bisogno di movimenti economici lineari, – ha spiegato la Bastioli – che sono facilmente scavalcabili. Occorre un sistema circolare che imiti la natura, che cambi la cultura di utilizzo del prodotto. Non sappiamo neanche da dove deriva un prodotto, quindi il concetto è di riappropriarsi della storia del prodotto. Uso delle risorse locali, sicurezza delle risorse, rispetto del territorio sono le linee guida da seguire. Va cambiata anche la mentalità industriale. Dobbiamo pensare in termini di efficienza e risparmio invece che di approvvigionamento e comprendere il divario tra le tecnologie esistenti e quelle utilizzate. In 20 anni Novamont è diventata una realtà molto importante nel campo delle bioplastiche – ha concluso l’Ad – ma l’obiettivo è quella della costruzione di una bioraffineria integrata; per farlo c’è bisogno di tanta ricerca e di tanti anni.

Antonio Tajani
Vicepresidente Commissione Europea

“Non si può disgiungere il discorso crisi dal discorso politica agricola comunitaria, sarebbe un errore separare i due argomenti perché se vogliamo uscire da questa situazione dobbiamo giocare la doppia partita: quella del debito e quella dello sviluppo”. Ha iniziato così il suo intervento al Forum dell’agricoltura di Cernobbio il vicepresidente della Commissione Europea Antonio Tajani. “L’Italia ha fatto bene con il testo della manovra che è stato giudicato positivamente dall’Unione Europea – ha proseguito – altrettanto deve fare ora sul fronte dello sviluppo”. Su questo aspetto Tajani si è detto convinto che si possano fare molte cose e ha espresso approvazione per la proposta fatta dalla Coldiretti di vendere agli imprenditori la parte di terreni agricoli in mano pubblica. “Non dobbiamo svendere il nostro patrimonio immobiliare – ha precisato – ma possiamo utilizzarlo per avere crediti da parte di banche extraeuropee”. Secondo Tajani però si devono anche fare altre cose, come agire a livello fiscale spostando la tassazione dalle imprese e dal lavoro piuttosto che sulle vendite e dare maggiore flessibilità al mercato del lavoro creando allo stesso tempo gli incentivi per ridurre la precarietà. Si può agire anche sui salari legandoli ad incrementi di produttività e intervenire sul fronte della internazionalizzazione delle imprese e vendere meglio all’estero i gioielli del nostro Made in Italy, anche quelli del settore agroalimentare. “L’agricoltura è un settore importante dell’economia reale – ha affermato – ecco perché deve essere sostenuta e valorizzata oltre che modernizzata”. Tajani ha evidenziato che per molti anni la Pac ha avuto un ruolo preponderante sul bilancio comunitario e la sua revisione era inevitabile, bisogna però capire qual è il modo migliore per rivederla per far si che l’agricoltura sia sempre più un settore dell’economia reale da promuovere. “Gli aiuti comunitari devono essere dati a chi fa veramente agricoltura, non devono esser dispersi ma essere utilizzati per chi effettivamente svolge l’attività agricola e crea anche occupazione. Parlando del suo impegno in sede comunitaria, Tajani ha detto che nel corso del dibattito relativo alla proposta di riforma della Pac sono state prese alcune importanti decisioni come la cancellazione del termine del 2028 per la introduzione di pagamenti uniformi e questa è una scelta che va a sostegno dell’economia reale”. “Anche sul greening si è discusso molto – ha spiegato -; io sono un convinto sostenitore della lotta al cambiamento climatico e della difesa dell’ambiente ma non si possono chiedere agli imprenditori sacrifici superiori a quelli che possono fare”. Esprimendo apprezzamento per la visione che la Coldiretti ha della filiera e della sua organizzazione, ha concluso sottolineando che l’Europa ha innate risorse per superare le difficoltà, è però necessario fare di più ed essere capaci di mettere in campo una governance dell’economia. “La scelta intergovernativa non è stata sufficiente – ha commentato – servono scelte comunitarie. Nel futuro dell’economia comunitaria l’agricoltura non può stare in panchina o giocare il ruolo di riserva permanente, ma con i necessari aggiustamenti può guardare anche oltre la Pac. Un’agricoltura moderna può guardare con attenzione anche al settore della ricerca applicata e dell’innovazione dove può trovare nuovi finanziamenti”.

Fabrizio De Filippis
Direttore Dipartimento di Economia Università Roma Tre

Le proposte sulla nuova Pac presentano luci e ombre, secondo il professor Fabrizio De Filippis, Direttore del Dipartimento di Economia dell’Università Roma Tre, nella sua relazione al Forum Coldiretti di Cernobbio. Vi sono novità positive (lo spacchettamento del regime di pagamenti diretti, l’imposizione di tetti ai pagamenti più alti, il nuovo regolamento sullo sviluppo rurale) ma alcune di esse sono declinate male: in particolare, il pagamento greening, volto a premiare comportamenti virtuosi sotto il profilo ambientale, e l’agricoltore attivo, per restringere la platea dei beneficiari della Pac a chi esercita l’attività agricola davvero e non come pura estrazione di rendita. In entrambi i casi – ha sottolineato De Filippis, che è anche un esponente del Gruppo 2013 – le definizioni sono insoddisfacenti e non applicabili in modo equilibrato nell’Ue a 27, per cui sarebbe più saggio dare flessibilità agli Stati membri nella applicazione nazionale. Tra gli aspetti da bocciare vi è la “convergenza”, il meccanismo per ridurre le disparità tra i pagamenti diretti nei diversi Paesi: essa, infatti, genera una redistribuzione modesta a livello Ue ma con effetti squilibrati per alcuni Paesi, primo tra tutti l’Italia, penalizzata dall’uso della superficie (e non anche PLV o lavoro) come parametro di riferimento. Per l’Italia, dunque, il negoziato parte male – ha spiegato il professore -, ma come paese già tra i più forti contributori netti del bilancio Ue potrà chiedere correzioni sostanziali: sia sulla convergenza che sui margini di flessibilità di applicazione nazionale della nuova Pac. Sarà difficile ma non impossibile, anche perché il pacchetto di proposte sulla Pac, vista la debolezza politica di Ciolos e le tante modifiche già intervenute, sembra tutt’altro che blindato.

Dario Stefano
Coordinatore della commissione Politiche agricole della Conferenza Stato-Regioni

Per il coordinatore della commissione Politiche agricole della conferenza Stato-Regioni, Dario Stefàno, dalla nuova Pac “si annunciano effetti devastanti, che preoccupano sul piano della tenuta e della sostenibilità del nostro sistema produttivo. Tuttavia non tutto è già scritto e possiamo migliorare anche se partiamo da una posizione svantaggiata”. Secondo Stefàno è necessario che il negoziato sia giocato come sistema Italia, con una posizione comune. A questo può servire il documento delle regioni, presentato a organizzazioni di rappresentanza, Camera, senato, Governo e parlamentari europei. “Siamo disposti come regioni – ha detto Stefàno – a lavorare assieme a due condizioni: far parte della delegazione che va a trattare in sede Ue e essere presenti nel gruppo di contatto con il ministero dell’Economia”. Le priorità da sostenere nei confronti dell’Ue sono per il coordinatore agricolo delle Regioni sono la rivisitazione del peso del Greening, l’aumento della quota degli aiuti accoppiati, una maggiore equità dell’uso dei fondi. “Per noi – ha detto – è necessario che venga posta attenzione agli strumenti per la gestione del mercato e una sburocratizzazione reale, per cui non occorrano 800 euro per ottenere un aiuto di 1.000” secondo Stefàno, lo scarso peso dell’Italia dipende dalla difficoltà di generare alleanze in Italia e in Europa. “Il primo punto è riuscire ad avere autorevolezza – ha concluso – al nostro interno, per averla poi a livello internazionale”.

Paolo Scarpa Bonazza Buora
Presidente Commissione Agricoltura Senato

L’approccio giusto in una situazione difficile è un approccio unitario, virile, forte, solidale. Impariamo dai francesi ad essere monolitici in Europa. Lo ha detto Paolo Scarpa Bonazza Buora, Presidente della Commissione Agricoltura del Senato al Forum Coldiretti di Cernobbio. La Francia e la Spagna si presentano in Europa uniti e forti. C’è stato l’avviso comune del mese di febbraio a cui ha aderito il mondo dell’agroalimentare per andare a Bruxelles per negoziare. Di quel che c’era scritto, è rimasto davvero ben poco. Il risultato – denuncia il senatore – è quello illustrato da De Filippis: da un lato quadro finanziario pluriennale non definito, immaginato nel 2013, rivisto nella primavera di quest’anno e oggi morto. Il mondo è cambiato da luglio ad oggi e fa riferimento a quel quadro finanziario. Non è detto che arrivino più o meno di quei soldi. Avevamo chiesto tutti insieme che l’unico parametro non fosse la superficie. Alla fine, l’unico che vale è proprio il parametro superficie, vedendoci perdenti. Avevamo sostenuto che il valore aggiunto e della produzione vanno considerati. Dare 10mila euro a un contadino italiano ha un significato – ha detto Scarpa Bonazza -, darne 1.000 ad un contadino romeno ne ha un altro. Un ettaro di terra della Puglia ha un valore diverso rispetto ad un ettaro di terra in Romania. Cercare di fare una minoranza di bloccaggio per provare a rovesciare la situazione. Con chi fai le alleanze? Con Malta, la Grecia, il Belgio ed il Lussemburgo? Con Francia e Germania sarebbe davvero complicato. La Spagna prenderà più soldi di quanti ne ha avuti adesso. La Romania avrà un aumento del 35% rispetto a prima. La battaglia comune diventa una battaglia da fare in modo autorevole, anche se complicata. Questa Pac non semplifica la vita degli agricoltori, meno soldi e una convergenza che viene pagata prima dagli agricoltori che da altri settori. Questo potrebbe portare anche problemi interregionali – ha concluso -. La Pac sarà più complicata, farà lavorare il settore terziario avanzato con un impianto burocratico e vecchio perché è la riproposizione dell’impianto giudicato superato dall’Europa, ma che viene presentato ai nuovi Paesi aderenti all’Ue.

FONTE: COLDIRETTI

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