… e il terzo giorno non è risorto

 

di Lamberto Colla – –

Parma, 10 Maggio 2013 – –

E’ quasi impossibile da credere, non che Giulio Andreotti sia spirato all’età di 94 anni, bensì che non sia risorto. 

“Belzebu”, come era soprannominato il Senatore a vita, l’immortale ha lasciato agli storici un patrimonio di documentazione e scritti che, molti ancora secretati, quando verranno rivisitati con distante oggettività, potranno, forse, far meglio comprendere la storia italiana del dopo guerra, della prima e della seconda repubblica.

Di lui, in 65 anni anni di attività politica, si è detto di tutto e di più. Gli si sono attribuite le più grandi malefatte al punto che lui stesso amava ripetere, con la sottile e arguta ironia che lo ha sempre distinto, che “a parte le guerre puniche mi hanno attribuito veramente di tutto”.

Coerenza, ostinazione, lucidità intellettuale, ironia e riservatezza. Tutto questo era il sette volte “Premier” Giulio Andreotti ma anche grande stratega e fine tessitore di relazioni. Basti pensare che gli americani hanno detto di lui che era “loro amico” nonostante fosse apertamente “filo arabo” e Shimon Perez, l’ex premier israeliano, lo ha definito “un amico del popolo ebraico”.  In questo sta la forza politica dell’uomo politico: perseguire sempre l’obiettivo del “meglio fra il possibili”.

Mi rendo conto, solo oggi, di come il mio personalissimo giudizio su Andreotti, sia virato in positivo in questi ultimi venti anni. Probabilmente, alla fine, convengo su un’altra delle sue perle di saggezza, “so di essere di media statura ma … non vedo giganti attorno a me”. Ho cominciato ad ammirarlo quando quello che ritenevo il vero “intoccabile” sfidò la magistratura che lo attaccava partecipando a tutte le udienze e non solo, pretese e combatté, ricorrendo per la sua piena assoluzione. Quando ciò accadde era un signore di ben oltre ottanta anni.

In 65 anni di intensa attività politica fu, sin dalla gioventù, incaricato di “operazioni riservate”. La sua “ombra” apparve già nell’imminente dopoguerra con la questione “triestina” e De Gasperi gli assegnò nel 1946 incarichi di estrema riservatezza nella gestione dei rapporti con le strutture di sicurezza ufficiali e clandestine, poi in parte confluite in “Gladio”.

Volenti o nolenti la storia del “Bel Paese” ha avuto come costanza di protagonismo il “Divo Giulio”. “Nel 1919 sono nati il Ppi di Sturzo, il fascismo e io. Di tutti e tre sono rimasto solo io” amava glorificarsi.

Con la morte dell’uomo “quasi eterno”, molti segreti di Stato sono andati nella tomba con lui. La sua testimonianza avverrà, se avverrà, postuma e solo se saranno rimossi i sigilli di segretezza di Stato o se venissero aperti gli archivi blindati custoditi nei sotterranei dell’Istituto Don Sturzo.

Le vicende che hanno visto direttamente o indirettamente coinvolto Giulio Andreotti sono tante di peso politico immenso, dalla strage di Piazza Fontana (1969), al caso Moro (1978), alla P2 (Loggia Propaganda due) e alle ancora non accertate connessioni  tra la “loggia Segreta” con la strage dell’Italicus, la strage di Bologna, lo scandalo del Banco Ambrosiano, l’assassinio di Roberto Calvi, l’ipotetico assassinio di Albino Luciani (ovvero Papa Giovanni Paolo I), il depistaggio sul rapimento di Aldo Moro, l’assassinio di Carmine Pecorelli e alcune affiliazioni con lo scandalo di Tangentopoli.

Tra luci e ombre Giulio Andreotti è stato soggetto attivo e testimone dell’Italia Repubblicana; dalla Costituzione al periodo stragista, da tangentopoli all’alba della terza Repubblica.

Impossible, perciò, giudicare  Giulio Andreotti  meglio che sia la storia a farlo.

Il mio personale pensiero è che sia stato un grande uomo, un politico pragmatico  e un uomo riservato che è sempre riuscito a tenere la sua vita privata lontano dai riflettori. Buon riposo Presidente.

 

 

 

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