Tra crisi e spinte indipendentiste

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11 settembre, una catena umana di 400 chilometri per chiedere l’indipendenza della Catalogna.

di Lamberto Colla — Parma, 15  settembre 2013 –

Il fatto di cronaca dal prendo spunto è la DIADA , la festività spagnola o meglio Catalana che la regione   è tornata a celebrare nel 1980, dopo la caduta del Generale Franco.  l’11 settembre 1714 è stato l’ultimo giorno d’indipendenza catalana  dopo 14 mesi d’assedio di Barcellona per opera delle truppe Borboniche. Perciò, ogni 11 di settembre si organizzano concerti, diverse manifestazioni con grandi striscioni, vengono portate corone di fiori ai monumenti storici e la gente intona l’inno della Catalogna, fra tante altre attività che celebrano l’identità nazionale.

Dalla identità nazionale alla spinta separatista il volo non è proprio breve. Fatto sta che, in questa prolungata crisi economica, le spinte indipendentiste europee si allargano a macchia d’olio.

– Catalogna e Scozia sempre più vicine al referendum e poi a chi tocca? –

Il modello europeo degli Stati nazionali con la crisi dell’euro, sta mostrando le sue crepe. Da una parte gli interessi nazionali rallentano l’architrave europea e dall’altra le richieste indipendentiste regionali ne destabilizzano la leadership.

Già lo scorso anno il Belgio diede un forte segnale  di quanto l’etnia abbia il suo peso nel comune senso dello stato e della appartenenza ad esso. La netta vittoria nelle Fiandre dell’N-va alle amministrative belghe – nello scorso ottobre – (in particolare il successo ad Anversa, dove sarà sindaco il leader Bart De Wever) riporta il clima all’agenda politica la richiesta di più autonomia per la ricca regione del Nord, stanca di finanziare la più povera Vallonia e soprattutto, aggiungo io, francofona. Valloni e Fiamminghi due popoli distinti con nulla o quasi in comune, nemmeno la lingua.

Dopo lunghe trattative anche la Scozia ha ottenuto, dal premier Cameron, la possibilità di indire un referendum sull’indipendenza di Edimburgo da Londra  nell’ottobre 2014.

“Speriamo che questa Diada avvicini il giorno dell’indipendenza”. Il tweet di David Olmedo, uno dei tanti che esprimono il desiderio di indipendenza della regiona Catalana.

Il 52% dei catalani è, infatti, a favore dell’indipendenza e l’80,5% è d’accordo a consentire la
convocazione di un referendum sulla sovranità, stando al sondaggio realizzato dall’Osservatorio di MyWord per la radio Cadena Ser.  350.000 le persone che si erano iscritte per coprire i 400 chilometri che uniscono il nord al sud della regione. E non è nulla in paragone al 2012 quando tra 1,5 e i due milioni di persone si radunarono per affermare un desiderio di indipendenza ancestrale ma ancor più sentito e voluto in questo lungo periodo di crisi economica.

E domani chi sarà a chiedere l’indipendenza? I “padani”, gli “altoatesini”, i “siciliani”, i “galluresi”? Per il momento la nostra “Lega”  sta a guardare con ammirazione verso Barcellona. Lo scorso 10 settembre, alla vigilia della Diada appunto, il Vice presidente del Consiglio Regionale lombardo, Fabrizio Cecchetti (Lega Nord), si è presentato al Pirellone con tanto di maglietta “pro referendum” catalano. “La spinta indipendentista in atto in Catalunya – ha commentato Cecchetti –  è fondamentale per l’affermazione dei processi  di autodeterminazione dei popoli. La catena umana di domani è infatti un’occasione per ribadire l’importanza di un modello che proponiamo da anni, quello dell’Europa dei popoli e delle regioni, che si rende necessario per superare il fallimento dell’Unione Europea e degli stati nazionali ormai sempre più lontani dalle esigenze reali dei cittadini e dei territori.”

Le difficoltà delle aree regionali attuali

La stretta amministrativa e la severità imposta dalla UE, sta incrinando la tenuta anche di alcune regioni diverse dalle mediterranee già ad alto rischio come Spagna, Grecia, Portogallo e Italia, così “simpaticamente” raccolti sotto l’acronimo PIGS.

E’ il caso della virtuosa Germania, all’interno della quale il debito dei Lander è salito a 622 miliardi, un terzo del debito nazionale, con 27 miliardi di soli interessi. Il buco cronico è Berlino, capitale sovvenzionata da prima che cadesse il Muro. La Francia non se la passa meglio, se soltanto si considera che in dieci anni le spese delle collettività locali sono aumentate del 60% (da 137 a 213 miliardi). La Corrèze, il dipartimento del presidente Hollande, risulta il più indebitato (350 milioni), ma in molti si riscontrano forti disparità di costi e servizi per abitante.

– Conclusioni –

Se la Scozia nell’autunno 2014 dovesse diventare stato indipendente come sarebbe il suo rapporto con la UE? Altrettanto dicasi per la Catalogna se riuscirà nell’intento di farsi autorizzare il referendum entro il prossimo maggio. Così via per tutte quelle regioni che, alla luce delle prime esperienze Scozzese e Catalana, potranno rialzare la testa per dare l’ultima spallata alla solidità dell’UE.

Nei Trattati dell’Unione Europea non vi è traccia in merito al comportamento da adottare nei confronti di un nuovo Stato che dovesse nascere per separazione da uno Stato membro.

Il problema è serio e forse anche imminente. Credo valga la pena che l’UE inizi a ragionare sia sulla rigidità amministrativa sia sulla spinta indipendentista, sempre più estesa e dilagante, come conseguenza dell’austerity  imposta dall’asse Bruxelles Berlino.

 

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