Come stanno cambiando i “ghiacciai” in Italia

 

Vedretta de la Mare - Casarotto

Vedretta de la Mare – Casarotto

La risposta arriva dal nuovo catasto dei ghiacciai italiani

L’Università  degli Studi di Milano e Levissima, in collaborazione con Ev-K2-CNR e il contributo del Comitato Glaciologico Italiano, presentano i risultati del nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani

Milano, 29 maggio 2014 – Lo scorso 22 maggio, all’Università degli Studi di Milano, in occasione di uno degli appuntamenti “Aperitivo Expo 2015”, sono stati resi noti i risultati del Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani: ambizioso progetto realizzato dall’Università degli Studi di Milano e da Levissima, l’acqua minerale sinonimo di purezza che nasce dai ghiacciai della Valtellina, in collaborazione con Ev-K2-CNR e con il supporto scientifico del Comitato Glaciologico Italiano. Il progetto, che ha ricevuto il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e del World Glacier Monitoring Service, è stato avviato nel 2012 con l’obiettivo di aggiornare i dati dei due precedenti catasti, realizzati dal Comitato Glaciologico Italiano (CGI) rispettivamente nel 1959-1962 e nel 1981-1984.

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Claudio Smiraglia, professore ed esperto glaciologo dell’Università degli Studi di Milano, a capo del progetto di ricerca, e Daniela Murelli, Direttore CSR del Gruppo Sanpellegrino, hanno fatto gli onori di casa affiancati da personalità autorevoli come Paolo Angelini, Presidente del Comitato Permanente della Convenzione delle Alpi, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Luca Cetara, Coordinatore della Segreteria Scientifica Presidenza italiana della Convenzione delle Alpi, Agostino Da Polenza, Presidente di Ev-K2-CNR e Carlo Baroni, Presidente del Comitato Glaciologico Italiano. 

Durante la conferenza è stato fornito un quadro del glacialismo italiano e delle relative evoluzioni, dagli anni ’50 ad oggi, per capire lo “stato di salute” del cuore freddo delle nostre Alpi, principale indicatore dei cambiamenti climatici in atto.

896 sono i corpi glaciali oggi presenti sulle montagne italiane, per una superficie complessiva confrontabile a quella del Lago di Garda, ovvero 368 km2. Sono numerosi, frammentati e di piccole dimensioni (si stima un valore areale medio 0,4 km2), ad eccezione di 3 ghiacciai, che presentano un’area superiore ai 10 km2: i Forni, in Lombardia, il Miage, in Valle d’Aosta, e il complesso Adamello-Mandrone, in Lombardia e Trentino. Quest’ultimo detiene il primato e rappresenta in assoluto il più vasto ghiacciaio italiano, 16,44 km2; ha una forma insolita, che ricorda i grandi ghiacciai della Scandinavia, caratterizzata da un altopiano da cui si diramano tante lingue. Curiosamente ha tolto il primato al Ghiacciaio dei Forni, in Valtellina, non perché l’Adamello-Mandrone si sia ingrandito in modo particolare, ma perché è stata creata una nuova suddivisione su basi glaciologiche. Mentre nel precedente catasto veniva suddiviso in numerosi ghiacciai, recenti rilievi di spessore hanno mostrato che si tratta di un grande corpo glaciale unitario. 

I ghiacciai piccoli, inferiori a 0,1 km2, sono i più numerosi e coprono complessivamente una superficie molto ridotta (17 km2), pari al 4,6% di quella totale. I ghiacciai superiori a 10 km2 ricoprono il 10% (37 km2), mentre quelli fra i 2 e i 5 km2 occupano la superficie maggiore, rappresentando più di un quarto dell’intera area glaciale italiana (105 km2). 

In Italia predominano oggi i ghiacciai di tipo “montano”, che rappresentano il 62%, seguiti dai “glacionevati”, 35%, e in misura molto ridotta, 3%, dai grandi ghiacciai “vallivi”. 

I ghiacciai italiani sono presenti in tutte le regioni alpine, ma con una distribuzione molto diversificata che dipende, almeno in parte, dalle quote dei massicci montuosi: si passa, infatti, dai 134 km2 della Valle d’Aosta, agli 88 km2 della Lombardia, agli 85 km2 dell’Alto Adige per arrivare ai 3,2 km2 del Veneto e agli 0,2 km2 del Friuli-Venezia Giulia. Va anche ricordato che i ghiacciai italiani sono tutti collocati sulle Alpi, con un’unica eccezione: il Calderone in Abruzzo (0,04 km2 di area), ultimo residuo della glaciazione appenninica, ormai frammentato in due parti. 

“Nonostante sia tutt’ora in atto una lunga fase di regresso glaciale, l’incremento della copertura detritica superficiale potrebbe ridurre i ritmi di fusione, mentre l’incremento di polveri naturali o antropiche potrebbe aumentarla. La variabilità meteo-climatica, con inverni molto nevosi ed estati fresche ed umide, favorirebbe inoltre periodi di rallentamento di questa attuale fase negativa. A fine estate 2013, ad esempio, la riduzione di spessore di molti ghiacciai italiani è stata minore rispetto a quella registrata negli anni precedenti, a causa delle forti nevicate dell’inverno 2012-2013. E’ chiaro che, per avere una vera e propria inversione di tendenza, dovrebbe verificarsi una successione, almeno decennale, di queste caratteristiche meteo-climatiche, come quella del 1965-1985.”, spiega il professor Smiraglia, a capo del progetto di ricerca.

E’ dunque chiaro come i ghiacciai, che rappresentano da sempre un’importante risorsa idrica, energetica, paesaggistica, siano diventati in questi ultimi anni il simbolo più tangibile ed affidabile delle rapide trasformazioni climatiche che il nostro pianeta sta vivendo. Questo spiega l’importanza di un Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani e l’impegno di Levissima nello studio dei loro cambiamenti. “Levissima, marchio di acqua minerale del Gruppo Sanpellegrino, ha nel suo DNA la natura incontaminata e la passione per l’alta montagna, da cui trae tutta la sua purezza. – afferma Daniela Murelli, Direttore Corporate Social Responsibility del Gruppo Sanpellegrino – Proprio per questo collaboriamo con l’Università degli Studi di Milano dal 2007, con l’obiettivo di conoscere e tutelare il patrimonio freddo delle nostre montagne. Il progetto che presentiamo oggi ha un valore non solo strettamente scientifico, ma anche applicativo e culturale; grazie alle informazioni tratte dal Nuovo Catasto abbiamo, infatti, realizzato una vera e propria mappa dei ghiacciai italiani, fruibile da tutti gli appassionati e già disponibile sul sito “levissima” La mappa interattiva riporta la distribuzione dei ghiacciai nelle varie regioni d’Italia e, per ciascuno di essi, specifica: il nome, la Regione di appartenenza, il settore montuoso, il bacino idrografico che va ad alimentare, la tipologia e la superficie attuale. Ai ghiacciai più significativi di ogni Regione, è dedicata inoltre una scheda di approfondimento e una galleria fotografica.  

L’evoluzione dei ghiacciai italiani 

dalla fine degli anni ’50 ad oggi 

Facendo un confronto con il precedente catasto nazionale dei ghiacciai, risalente alla fine degli anni ’50, è emerso come il numero dei ghiacciai italiani sia oggi aumentato, passando da  824 a 896, con incrementi in quasi tutte le Regioni. Questo a causa della frammentazione delle unità glaciali preesistenti. Complessivamente la superficie glaciale ha registrato, però, una perdita del 29%, confrontabile all’area del Lago di Como (151 km2), passando da 519 km2 agli attuali 368 km2 (circa 3 km2 persi all’anno). 

A livello regionale si sono registrate differenze sensibili nella riduzione areale: si passa, infatti, da superfici quasi dimezzate in Friuli e in Piemonte, a riduzioni di circa un terzo in Trentino e in Alto Adige. Riduzioni più circoscritte in Lombardia e Valle d’Aosta. 

Del tutto peculiari, invece, il caso dell’Abruzzo, dove la riduzione di circa un terzo riguarda l’unico ghiacciaio presente nella Regione, e quello del Veneto. In quest’ultima Regione, l’elevata percentuale di riduzione areale (-40%) che emerge dal confronto dei dati, è dovuta al mutamento dei confini amministrativi, che hanno visto passare la porzione veneta della Marmolada al Trentino. Se si tiene, invece, conto dei vecchi confini amministrativi, e non si sposta la competenza territoriale di questo ghiacciaio, la riduzione dei ghiacciai veneti  risulta molto più limitata (-23%). 

– dalla metà degli anni ’80 ad oggi 

Il confronto tra l’attuale catasto e quello internazionale realizzato a metà degli anni ‘80, mostra una intensa contrazione areale, passando da 609 km2 agli attuali 368 km2. 

Risulta quindi evidente una fluttuazione glaciale dapprima positiva, dalla metà degli anni ’60 del XX secolo – con un incremento areale del 18% – , e una negativa tuttora in corso, dalla metà degli anni ’80 del XX secolo, che ha fatto registrare una riduzione di area di circa il 40%. E’ un andamento già verificato in tutti gli altri settori della catena alpina. 

Il Catasto degli anni ’80 è stato realizzato proprio durante la piccola fase di espansione, causata da una lieve riduzione delle temperature e da un lieve incremento delle precipitazioni invernali. Questa breve fase fredda e umida ha favorito sia l’incremento areale dei ghiacciai preesistenti, sia la formazione di numerosi piccoli “glacionevati”, che sono stati registrati nel Catasto degli anni ’80. 

– La metodologia –

Il lavoro di ricerca, che ha dato vita al Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani, si è protratto per circa due anni – 2012, 2013 – rifacendosi ad un complesso di dati raccolti in almeno un decennio. L’analisi è stata sviluppata elaborando foto aeree ad alta definizione rilevate nell’arco temporale 2005-2011, concesse in consultazione da enti e strutture regionali e provinciali, ma anche utilizzando immagini satellitari, carte topografiche, catasti settoriali precedenti e numerose campagne di terreno.

Per verificare l’evoluzione del glacialismo italiano nell’ultimo mezzo secolo si è proceduto, inoltre, al confronto dei nuovi dati con quelli raccolti nei due catasti precedenti, realizzati dal Comitato Glaciologico Italiano (quello nazionale 1959-1962 e quello internazionale nel 1981-1984). E’ quindi da considerare che le metodologie di raccolta ed elaborazione dati sono state differenti. Il Nuovo Catasto ha infatti potuto contare su immagini ad alta risoluzione; in passato queste sorgenti di dati non erano disponibili e i dati raccolti erano quindi caratterizzati da maggiore incertezza.

 

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