Brindisi al lambrusco

 

Lambrusco_Primi grappoli_cibus

Lambrusco, l’orgoglio reggiano

di Giulia Rossi – 14 giugno 2014 – 

“Piace ai bimbi ai giovani e ai vecchi, ai poeti, agli stolti, ai letterati: ai grassi piace e piace ancora ai secchi, agli ebrei, ai cristiani, ai turchi, ai frati, alle dame, alle serve, ai prenci, ai re. Piace a voi tutti, come piace a me”.
Scriveva così, riguardo al lambrusco, sul far del Novecento, Luigi Bertelli, autore dell’intramontabile libro Il giornalino di Gian Burrasca, confidandoci una grande e immortale certezza: il lambrusco è un vino che piace e piace perché è buono, nella sua ricca semplicità.
LE ORIGINI DEL LAMBRUSCO. I primi riferimenti al lambrusco sono custoditi tra le pagine immortali delle più importanti opere latine del passato: la Quinta Bucolica del poeta Virgilio per esempio, Il De re rustica di Varrone, il Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, ma anche il De agri cultura di Catone, scrittore che nel 160 a.c ci ha offerto la testimonianza dell’esistenza di una vite che cresceva spontaneamente ai margini della campagna, chiamata appunto Lambrusca Vitis: nient’altro che piccoli grappoli di uva nera, simili a bacche aspre. Si può affermare quindi con una certa sicurezza che il progenitore del nostro lambrusco avesse messo radici già ai tempi latini. A loro il merito di aver iniziato a conoscere e utilizzare questa vite che cresceva incontrollata. Latina anche l’etimologia del termine lambrusco che si pensa derivi da labrum, margine dei campi e ruscum, ovvero rovo, pianta spontanea.
LA STORIA. Da qui in avanti il nostro “rubino frizzante” ha cavalcato la linea del tempo, passando tra le mani dei principali personaggi del passato, tra cui anche la bella contessa Matilde di Canossa.
Ma quando si iniziò a coltivare realmente questa vite? Forse a partire dal 1305, dopo che il bolognese Pietro de’ Crescenzi, in un trattato di agricoltura, aveva sollecitato gli emiliani a prendere realmente in considerazione l’idea. Già allora dunque, il lambrusco nutriva grandi aspettative.
La certezza che il nostro vino si coltivasse e gustasse anche nel passato arriva, prima, nel 1567, dalla dichiarazione di Andrea Bacci, medico del papa Sisto V e botanico, il quale affermò che “sulle colline di fronte alla città di Modena si coltivano lambrusche, uve rosse, che danno vini speziati, odorosi, spumeggianti per auree bollicine, qualora si versino nei bicchieri”, e poi, da una distinta datata il 29 ottobre 1693, che indica una sostanziosa partita di lambrusco in casa d’Este.
Siamo nel 1800 quando ormai il lambrusco spopola tra le cantine degli aristocratici, poiché considerato un vino di pregio e venduto in bottiglia e non più sfuso, segno distintivo della sua qualità.
La prima suddivisione del lambrusco avvenne nel 1867 per mano di Francesco Aggazzotti, che all’epoca distinse i vitigni coltivati in tre tipologie: il lambrusco di Sorbara, il lambrusco Salamino e il lambrusco dai Graspi Rossi. Da questi “capostipiti” si ricavarono, mischiati con altre e diverse varietà, tutti i tipi di Lambrusco delle varie province.
E poi arrivò il 1971, data da incorniciare, poiché proprio in questo anno nacque finalmente la Denominazione d’Origine Controllata Lambrusco Reggiano, con lo scopo di diffondere e promuovere le tante qualità del nostro vino.
CARATTERISTICHE DEL VINO. Secondo il poeta maledetto Charles Boudelaire: “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”. Custode di tante verità infatti, il lambrusco è prima di tutto un vino divenuto “saggio”. Ma è anche un vino che fa sorridere, che fa ballare il liscio agli anziani, che fa intonare canzoni davanti a tutti, vincendo la timidezza. Sulle tavole reggiane, è l’accompagnatore ufficiale di tortelli e cappelletti, ed è quello che nelle “cene della domenica”, a base di pane caldo, prosciutto crudo e Parmigiano Reggiano, fa gustare ancora di più le chiacchiere in famiglia. 
Non è insolente, non dà alla testa, non ha pretese. Ha una storia secolare, ma nonostante questo non  si vanta. La sua è una personalità agreste, generosa, spiritosa. Con le sue sfumature dal rosso al rubino all’intenso, le bollicine che lo rendono vivace e frizzante al punto giusto, il suo profumo gradevole e il suo gusto leggero, si fa amare da tutti.
PER I REGGIANI. Soprattutto dai reggiani che con il lambrusco hanno un legame particolare, forse perché caratterialmente c’è intesa. Forse perché questo tipo di vino si sposa perfettamente con l’ospitalità e la genuinità di chi è nato da quelle parti. Forse perché il legame con il suo territorio è davvero forte. Fatto sta che non esiste reggiano che non abbia un’assortita scorta di lambrusco in cantina.
EVENTI ALBINEA. Ed è proprio per dimostrargli l’affetto dovuto e per onorarlo al meglio che il Comune di Albinea, in collaborazione con la Pro loco ha deciso di dedicare a questo vino eventi e manifestazioni per tutto il mese di giugno.
La scorsa settimana si è conclusa la Sagra del lambrusco e degli Spiriti diVini, una ricorrenza ormai imperdibile per tanti cittadini e non, che ha portato decine di stand con degustazioni di vari tipi di lambrusco reggiano Doc tra le vie del centro. Accanto ai vini, tanti anche gli allestimenti gastronomici per offrire ai partecipanti qualche assaggio della buona tavola reggiana.
Ed è bello vedere che nella piazza, ai piedi della grande fontana ad Albinea, vecchie e nuove generazioni si incontrano. Così capita che un ragazzo con in mano un cono gelato, rigorosamente al gusto lambrusco della gelateria Pam Pam, chieda spiegazioni al suo nonno: vuole sapere qualche segreto sulla vendemmia, a settembre anche lui andrà tra i vigneti delle nostre terre a lavorare.
“VIGNE PERDUTE”. Ma l’omaggio estivo al nostro vino preferito non si ferma: anche il week-end del 14 e 15 giugno il calendario degli appuntamenti si preannuncia ricco di gusto. Al parco Lavezza di Albinea va in scena infatti, Vigne perdute, un viaggio indietro nel tempo tra i sapori antichi, ormai scomparsi ai più.
Protagonisti della serata saranno infatti vini antichi, autoctoni e ormai rari come il Montericco, lambrusco rosso doc che viene coltivato proprio sulla collina più alta di Albinea, Montericco, di cui il vino ha acquisito il nome, e il vino bianco la Spergola, chiamata anche “alata”, poiché i grappoli principali sono sempre accompagnati da un grappolo più piccolo, come fosse una piccola ala. L’habitat naturale di questo vitigno è il terreno argilloso del comprensorio ceramico di Scandiano-Casalgrande. Casa sua è proprio lì.
E tra “i big” più anziani e sconosciuti, sarà possibili degustare persino il lambrusco Fogarina. E se il nome vi suona famigliare, be’, avete ragione. Quante volte avrete sentito dai vostri nonni intonare quel  

Diri rindindin, din, din, din, din.
E com’è bella l’uva fogarina
e come è bella saperla vendemmiar
a far l’amor con la mia bella
a far l’amore in mezzo al prà.

Questa canzone popolare, incisa nella memoria dei più anziani, sul finire del secolo scorso ha rischiato di essere tutto ciò che restava di questo lambrusco, cresciuto per anni nelle sponde reggiane del Po.
Già a partire dagli anni ’70 il vitigno era stato cancellato dal registro nazionale delle uve da vino, credendolo ormai estinto. Persino a Gualtieri (Reggio Emilia), terra madre della Fogarina, gli ettari coltivati erano rimasti pochissimi e sarebbero sicuramente scomparsi, se non fosse stato per il contributo di alcuni volontari della cantina Sociale di Gualtieri che, in collaborazione con l’assessorato all’Agricoltura della Provincia di Reggio e alla Regione, si impegnarono per salvare una delle più importanti tradizioni locali.
ASSAGGI DI GASTRONOMIA LOCALE. Ma tornando al Albinea, oltre alle degustazioni che saranno accompagnate dalla musica, ci sarà un banchetto dove potranno essere assaggiate alcune chicche della gastronomia emiliano-romagnola e un mercato nel quale i visitatori potranno acquistare prodotti a “chilometro zero”, con un ottimo rapporto qualità prezzo.
Insomma, una due giorni ricca e gustosa, e un buon modo per riscoprire in un solo week-end i gusti di una volta, assaporando assieme ad essi la storia del territorio e delle genti che li ha coltivati per secoli.
“VIGNE VALOROSE”. Non è finita. Le bollicine saranno le star indiscusse anche della serata di venerdì 20 giugno dedicata alle Vigne valorose. Stavolta come location si è scelta la cantina di Canali (Albinea), costruita negli anni trenta del Novecento e restaurata di recente. Cambia anche la tipologia di vino: il lambrusco cede il passo a vini differenti.
L’evento è infatti volto alla promozione di quella viticoltura realizzata in luoghi impervi di tutto il nostro Stivale, come i rilievi del Trentino Alto Adige, la Costiera Amalfitana, le Cinque Terre, e alla celebrazione di quei vignaioli determinati e ostinati, che non si sono lasciati intimidire da dislivelli, rocce a strapiombo sul mare e altezze, anche superiori ai 500 metri, ottenendo così il loro vino, reso ancora più prezioso dallo sforzo e dalla perseveranza di chi non si arrende. Alcuni esempi?
Insomma, per tutto il mese di giugno, le occasioni per gustare buoni vini alla riscoperta delle tradizioni non mancheranno, quindi non resta che fare a tutti voi un bel brindisi. 

Una vecchia cantina reggiana_cibus Una vigna sul far della sera_cibus

La cantina di Canali_cibus

 

Torna su