Il balletto dei numeri.

 

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Dall’OCSE alle Agenzie di Rating è gara a chi la spara più grossa.  

di Lamberto Colla —

Parma, 15 giugno 2014 –

Un prossimo futuro eccezionale è quello che  prevede  l’OCSE (L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) per l’Italia. Addirittura una delle migliori performance del mondo occidentale. A attenuare i bollori ci ha pensato, nelle medesime ore, Standard & Poor’s asseverando che il nostro debito pubblico è una tale zavorra che comprometterà ogni iniziativa per una adeguata ripresa economica. Infatti, stando a S&P, il debito pubblico e privato di Italia, Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Slovenia è mediamente raddoppiato nel periodo 2006-2013 (+71,6% per l’Italia)  e , commenta l’agenzia di rating, la necessità di ridurlo “potrebbe bloccare la ripresa per anni”.

Quindi, stando al superindice dell’Ocse (34 i Paesi aderenti e sede a Parigi), per l’Italia  le previsioni dei prossimi 7 – 9 mesi si tradurrebbero, su base annua, in un incremento del 2,4% più che doppio rispetto alla Germania (+1,05%) che ci collocherebbe  ai vertici dei G7. Al contrario, secondo S&P, se mettessimo mano alla riduzione del debito pubblico la ripresa sarebbe bloccata. 

Un bel grattacapo. Il valzer delle cifre sulla eventuale ripresa continua a porre il medesimo interrogativo: a chi giova? Giova al ministro delle finanze per giustificare l’azione intrapresa che ancora non ha avuto effetto sugli indicatori promuovendo in questo modo altra inutile aleatorietà alle indagini statistiche previsionali? O forse giova agli investitori finanziari abili a speculare in quel mercato azionario così sensibile a ogni sparata di chicchessia? Fatto sta che gira che ti rigira tutte le azioni politiche ruotano attorno alla finanza. L’economia reale viene chiamata in causa solo quando si tratta di rastrellare liquidità, una volta per il mantenimento di uno Stato che erogava servizi ai cittadini e oggi per coprire i buchi di un apparato statale capace di intervenire sui comportamenti di tutti tranne che di sé stesso. Peccato che lo Stato siamo no e sarebbe ora che si tornasse a considerare questo sacrosanto principio. Un rapporto, quello tra cittadino e Paese, che è stato ancor più annacquato, per non dire affogato, dall’unione monetaria non seguita da una unione bancaria e militare (difesa dei confini) con l’aggravante di accogliere anche Stati che dell’Euro e del sistema metrico decimale – a torto o a ragione – non ne vogliono sapere. Così il Regno Unito mantiene  una sua politica monetaria, opera in asse perfetto con gli Stati Uniti, e si arroga pure  il diritto di dire la sua nelle scelte politiche dell’Unione arrivando a minacciare l’uscita in caso di mancato accoglimento delle sue istanze. 

 E che dire dei partner tedeschi che pur di contribuire pesantemente alla crisi politica hanno venduto, nella primavera 2011, una gran quantità dei titoli di stato italiani contribuendo all’innalzamento dello spread a 600 punti. Una operazione che non venne difesa dalla BCE e consentì alle borse di Londra e New York di realizzare incredibili guadagni scaricando la crisi sull’Italia e in parte sulla Spagna. Questi sì che sono degli alleati affidabili. 

La casta dei “sacerdoti” o anche detti “maghi” della finanza ha quindi gioco facile. Una analisi previsionale mal esposta dà il la per l’esecuzione; chi ha disponibilità monetaria lancia la prima offensiva che in un attimo si trasforma in effetto domino, quasi sempre, verso quello che sino a pochi anni fa era il Paese più ricco d’europa: l’Italia.

Sarebbe anche giunta l’ora di fare un fronte politico comune verso l’europa per difendere i legittimi diritti degli italiani invece di perseverare nella demenziale e irresponsabile campagna di intrighi di corte. 

 

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