“Parma cotta” e “Italia bollita”

 

La sede di Parma Cotto

La sede di Parma Cotto

Piove sul bagnato. Un’altra storica e importante azienda della food valley entra “ufficialmente” in crisi. Ma è tutto il settore legato ai consumi a mostrare grandi difficoltà. E il “sistema Parma” sembra immobile, forse mi sbaglio ma se così fosse varrebbe la pena che chi può faccia… non solo pro domo sua…

di Lamberto Colla –
Parma, 16 novembre 2014 –
Ore di apprensione collettiva in attesa del passaggio del colmo di piena del Po e per quello che lascerà alle spalle; terreni fertili o devastazione? Così come è per il Grande Fiume anche per la crisi occorre sperare che, dopo il suo passaggio, lasci non solo devastazione ma anche qualche terreno fertile su cui seminare nuovamente e più preziosamente.

Il colmo di piena di questa lunga e devastante crisi economica non sembra mai giungere. E’ una agonia continua che logora le aziende, gli imprenditori e i lavoratori occupati o in mobilità o ancor peggio senza salario o stipendio che sia.
Una situazione che, a livello nazionale, ha già mietuto un gran numero di suicidi che, stando alle fredde statistiche, per la prima volta vede il numero dei dipendenti superare quello degli imprenditori e, più in generale, l’incremento di suicidi per cause economiche nei primi 6 medi del 2014 è stato del 59,1% superiore al 2013.

E Parma, la splendida Parma, la ricca e industriale Parma, la regina della food valley mostra cedimenti su cedimenti. Poca pubblicità, come è consuetudine, ma la crisi è palpabile camminando per il centro storico o nela immediata periferia. Vendesi e affittasi sono i cartelli pubblicitari più ricorrenti, ormai tappezzerie di buona parte degli edifici e delle cancellate.

Nei primi sei mesi del 2014, il Tribunale di Parma ha dichiarato fallite 88 aziende ed ha avviato 16 concordati. L’anno scorso, i fallimenti nel periodo gennaio-giugno erano stati 66 (l’incremento è del 33%), ma molto più numerosi erano stati i concordati, ben 44, molti dei quali ancora in itinere.
Quando poi è una società del calibro di Parma Cotto a dichiarare uno stato di difficoltà allora non si può più fare finta di niente.

Non è certamente una sorpresa che Parma Cotto sia in difficoltà di liquidità, situazione peraltro aggravata dai 26 milioni dell’investimento (in leasing) del nuovo e super tecnologico stabilimento che, probabilmente, associato al sogno americano sfumato, non è riuscito a generare quei flussi utili a una più rapida ripresa dell’economia aziendale.
L’irriducibile guerriero, Marco Rosi, non si arrende e la mossa concordataria potrebbe esere finalizzata a salvaguardare i fornitori e tentare una probabile cessione, a qualche gruppo alimentare nazionale, in grado di rilanciare l’industria, forte di un prestigioso marchio dall’intenso aroma territoriale.

Quella desinenza “Parma” che è garanzia di qualità ma che, alla luce dei fatti, non è più in grado da sola di sostenere lo “tsunami” finanziario.
Dal crack Parmalat a Parma Cotto passando per il tritacarne della crisi recessiva nazionale, la capitale del food sta sprofondando in una sempre più grave e desolata crisi.
Si contano in 500 i posti nel settore agroalimentare a rischio senza contare la crisi del Parmigiano Reggiano che altre vittime potrà ben presto mietere.

In quest’ultima tragica settimana parmense, infatti, segnali inquietanti giungono anche da Spumador che annuncia la volontà di chiudere lo storico stabilimento di Sant’Andrea, Eridania Saddam e il saccarifero mandano segnali riguardo a possibili, immediate, dismissioni e multinazionali come Plasmon e Nestlé, presenti da anni sul nostro territorio continuano a presentare piani di ridimensionamento senza alcuna certezza sul futuro degli stabilimenti locali. Infine, è di queste giovedi (13/11) la notizia del fallimento di un salumificio di Fornovo Taro (Maini Camillo) per effetto di un’ istanza presentata da due lavoratrici.

Gli stabilimenti Magic e Barilla separati solo dall'autostrada

Gli stabilimenti Magic e Barilla separati solo dall’autostrada

Una settimana di passione che ha visto il transito, nei locali della procura di Parma anche dell’imprenditore di punta del sistema economico parmense, Guido Barilla, molto probabilmente non per fatti riguardanti l’azienda di famiglia ma per gli strascichi, si suppone, connessi al fallimento di Magic Spa, un tempo leader nel settore mangimistico e recentemente, dopo il fallimento del 2012, acquistata dal gruppo mangimistico Ferrero.

Guido Barilla e Giuseppe Lina, uniti anche da amicizia almeno sino al 2012, si trovano separati non solo dall’autostrada ma anche dalle carte bollate. Una “joint venture” infelicemente sciolta e dai risvolti anche giudiziari.

Pezzi di Parma che si sfilano dalle mani parmensi per passare a proprietà non autoctone. Italiane come nel caso della Magic piuttosto che francesi come il caso di Parmalat (Lactalis) e del lievitificio ex Eridania (Lesaffre) o il caso Cariparma da qualche anno acquisita da Credit Agricole.

CONCLUSIONE
“Parma Cotta” altro non è che una fotocopia ridotta della bollitura italiana. Fotocopia di un sistema di governo incapace di progettare e di fare ma capace, invece, di essere forte con i deboli e debole con i forti.

Stando così le cose, la luce in fondo al tunnel non si vedrà mai se chi può o potrebbe fare non fa. Serve coraggio e capacità d’intrapresa ma se costoro che ne hanno il potere e le risorse non partono, prima o poi, la ruota gira anche per loro.

Il rischio deindustrializzazione è alle porte.

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