Taiwan ancora vietata al prosciutto nostrano, ma non  all’imitazione.

Un prosciuttificio tradizionale

Un prosciuttificio tradizionale

I ripetuti interventi italiani – da parte del Ministero degli Esteri, del Ministero dello Sviluppo Economico e di quello della Salute – non sono ancora riusciti a smuovere autorità di Taiwan e intanto il campo è libero per l’importazione di prodotti, di dubbia qualità, provenienti da altri paesi asiatici e dall’Oceania comprese le imitazioni dei nostri più noti prodotti nazionali.

di redazione Parma, 28 febbraio 2016. Ancora una volta sono le epizoozie, presunte in Sardegna, a penalizzare il prosciutto nazionale e quello tipico di Parma in specifico.

L’argomento riguarda diversi mercati esteri dove i nostri prodotti alimentari “Made in Italy” trainano l’export ed incontrano un crescente successo.

È il caso di Taiwan, una delle “tigri” asiatiche che a seguito di uno straordinario sviluppo industriale e tecnologico, è oggi una società – sono 24 milioni gli abitanti del Paese – che registra uno dei più alti redditi pro-capite al mondo e un vasto mercato di consumatori alla ricerca delle migliori qualità ed eccellenze.

Per inquadrare meglio l’importanza di Taiwan, si pensi che l’interscambio annuale dell’Isola con l’Unione Europea ha superato i 40 miliardi di Euro.

Il tema è dibattuto da anni nel Foro economico bilaterale italo-taiwanese; che, nel 2014 e vi è stata in Sardegna una visita ispettiva del Bureau of Animal and Plant Inspection and Quarantine (BAPHIQ) di Taiwan, supportata dal nostro Ministero della Salute e dalla Associazione italiana produttori di carni (ASSICA); e nonostante tale ispezione abbia verificato la totale estraneità dalla Sardegna dei suini emiliani (come anche di quelli friulani da cui deriva il prosciutto San Daniele DOP)  dunque del prosciutto di Parma DOP, l’ente taiwanese BAPHIQ non ha ancora dato il “via libera” alla revoca del vigente divieto di importazione a Taiwan del nostro prosciutto crudo.

I ripetuti interventi italiani – da parte del Ministero degli Esteri, del Ministero dello Sviluppo Economico e di quello della Salute – non sono ancora riusciti a smuovere le neghittose autorità di Taiwan competenti in questa specifica materia.

Il problema ha, inoltre, risvolti allo stesso tempo gravi e assurdi perché a Taiwan, da anni, sono importati da altri paesi dell’Asia, Oceania e Americhe, prodotti di spregevole qualità che, imitando i nomi italiani – tra i quali proprio il “prosciutto di Parma” – attirano con l’inganno l’attenzione e l’acquisto dei consumatori locali.

Una vera e propria truffa commerciale che ha due conseguenze molto negative: il danno al prestigio e all’altissima qualità dei nostri prodotti, confusi con vere e proprie schifezze, e il potenziale danno alla salute di chi li consuma.

Mentre risulta che i nostri Ministeri competenti, anche in queste settimane, stiano lavorando per ottenere dalle Autorità di Taiwan la revoca del divieto ancora in essere per il nostro prosciutto, non è noto, in proposito, il ruolo che hanno svolto e svolgono i Consorzi di Tutela. per la funzione, non meno importante, di far conoscere agli appropriati interlocutori i procedimenti di allevamento e di lavorazione con tutte le garanzie veterinarie e sanitarie che determinano, al termine della filiera, un prodotto assolutamente sicuro e di imparagonabile squisitezza.

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