Va di moda l’Offshore.

Paradisi-fiscali-lgc-maldUno scoop pruriginoso, un’inchiesta forse pilotata, piena di cose note e, probabilmente, per lo più legali.

Nomi noti dati in pasto all’opinione pubblica come se fossero dei delinquenti. Ma i veri scandali intanto rimangono coperti dal fumus di altre inutili notizie.

di Lamberto Colla Parma, 10 aprile 2016.

A chi giova lo scandalo “non scandalo” Panama Papers? E’ la domanda spontanea che viene da pormi osservando alcuni lati oscuri, omessi o pruriginosi con cui è stata data diffusione “globale a reti unificate” a una notizia che, in teoria, non avrebbe dovuto sconvolgere alcuno.

Da che esiste la società civile l’uomo ha sempre cercato di risparmiare sulle tasse. Nell’ultimo periodo dell’Impero romano, molti preferirono diventare sudditi dei regni barbarici pur di sfuggire al fisco di Roma. Così come, in era moderna, molti “Padri Pellegrini” furono mossi a espatriare in America per ragioni fiscali piuttosto che religiose.

Ma quello che la stampa mondiale cerca di fare passare è lo scandalo a tutti i costi, introducendo  elementi “pruriginosi” attraenti per vendere le copie dei propri giornali e non per fare una informazione corretta.

Ecco allora che spunta il figlio dell’ex SS tra i soci dello studio panamense dal quale vi è stata la fuga di notizie, piuttosto che il calciatore di grido o il pilota di formula uno piuttosto che la barbarella nazionale regina delle faccine e il noto attore comico e regista italiano. Tutti accomunati in quella che pare una operazione illegale e immorale.

Invece no! E’ giusto, anche se sicuramente impopolare in questo periodo storico di facile giustizialismo mediatico, difendere la reputazione di chi non ha commesso reati. E c’è da stare certi che la stragrande maggioranza di costoro di reati non ne hanno commessi, avendo invece solo sfruttato le migliori condizioni di favore che le norme nazionali e internazionali consentono.

Ha commesso reato la FCA (ex Fiat) espatriando in Regno Unito e in Olanda all’unico scopo di abbattere l’imposizione fiscale italiana? Il reato lo commise invece la Vecchia Parmalat, sfruttando la riservatezza dei paradisi fiscali, “depositando “liquidità” inesistente per coprire il buco miliardario di bilancio.

Un’altra questione strana è l’assenza di personaggi Statunitensi dall’elenco pubblicizzato dello studio panamense.

Non credo che, proprio nel regno dei “Paperoni” del mondo, non abbiano trovato qualche idea per ridurre le tasse, visto che sia Google, sia Amazon, solo per citare i più noti, hanno partite miliardarie sospese con molti stati europei di tasse non lasciate sul vecchio continente sfruttando pieghe legali che pian piano, forse, verranno stirate ma che al momento sono favorevoli a loro e non ai Paesi ove viene di fatto realizzata la loro azione commerciale.

O forse perché gli americani hanno realizzato due importanti e noti Stati riconosciuti come riservatissimi e efficaci “Paradisi Fiscali”, il Delaware e il Nevada?

Per non parlare della multinazionali del “gioco”, e qui giochiamo in casa essendo la più grande di proprietà di una ricca e storica famiglia piemontese, che opera da un paradiso fiscale e ha ricevuto sconti miliardari dai nostri Governi e di cui avevamo già dato riscontro nel settembre 2014 e nello scorso ottobre.

Ecco quindi che, tirate le somme, il vero scandalo non sta nella ricerca di occasioni legali per “pagare meno tasse” ma nella informazione distorta e soprattutto nella mancata vigilanza e controllo delle grandi società da parte del nostro fisco.

Solo il 10% dei controlli sono rivolti alle grandi imprese e il 90% alle micro e piccole medie imprese, come riscontrato da Unimprese.

Certo è molto più facile prendersela con i più deboli e ormai assuefatti sudditi tartassati.

   

   Fisco-accertamenti-Unimpresa-giu2015

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