1° maggio, è vera festa?

Bandiere-sindacaliCi sono lavoratori e lavoratori. Ma ci sono anche sempre più disoccupati e sottoccupati, pensionati relegati in casa per indigenza e altri a sostenere figli e nipoti. Stipendi e salari da fame e privilegi e vitalizi da nababbi. I sindacati dovrebbero riflettere e dare l’esempio.

di Lamberto Colla Parma, 1 maggio 2016.

Feste canti  e musica in tutta Italia per celebrare la festa del lavoro, convenzionalmente riconosciuta nel 1° maggio.

La scelta di festeggiare il 1 maggio è legata ad alcuni eventi storici avvenuti nel 1886 a Chicago, negli Stati Uniti, dove ci furono una serie di gravi incidenti che sfociarono in una rivolta che prese poi il nome di Haymarket. In quella giornata i sindacati organizzarono un corteo operaio per chiedere la riduzione della giornata lavorativa ad otto ore e la protesta durò alcuni giorni. Il 3 maggio tutti i lavoratori che avevano preso parte allo sciopero si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick e vennero colpiti dagli spari della polizia che era stata chiamata a reprimere l’assembramento e due persone rimasero uccise e altre furono ferite anche gravemente.

Una festa dei lavoratori e una festa per celebrare il contributo indispensabile dei sindacati per il raggiungimento di molteplici traguardi di civiltà.

Però francamente oggi risulta molto difficile pensare di scrivere un articolo celebrativo del lavoro e dei sindacati.

La parola lavoro oggi evoca dolore diffuso per i tanti, giovani e meno giovani, che il lavoro non hanno più o l’hanno perduto e con esso addirittura le speranze di ritrovarlo. Lavoro evoca immediatamente “pensione”. Un traguardo sempre più lontano e sempre più misero. Una  data, se sarà scritta, darà l’inizio certo di stenti per molti.

Ma lavoro torna a fare rima con salari o “compensi” sempre più limitati e con “morte”.

Gli ultimi decessi in ordine di tempo riguardano i due addetti alla cava di marmo di Carrara, ma come non dimenticare lo “sterminio”, dell’estate del 2015. Uomini e donne  martirizzati per 2 euro all’ora. Braccianti agricoli deceduti al Sud come al Nord senza distinzione di latitudine, nè di sesso e nemmeno di razza o colore di pelle, italiani  o immigrati. Unico comune denominatore: il bisogno di lavorare per sopravvivere e alimentare i propri familiari.

E Sindacato oggi è parola che ha perso molto del romanticismo degli anni ’60. Sempre più difficile trovare “missionari” all’interno dei movimenti dei lavoratori, più facile, o forse fa solo più scalpore, intercettare privilegi e stipendi da favola.

Scalpore hanno fatto le remunerazioni dell’ex segretario CISL Raffaele Bonanni (oltre 330.000€/anno) o dell’attuale numero uno di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, l’uomo, il filosofo “contadino” da 10 milioni di euro in 11 anni.

Per non parlare dei vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali, così facili da ottenere ma così difficile farglieli mollare.

I diritti acquisiti non si toccano: è quanto hanno affermato gli ex parlamentari e gli ex consiglieri regionali in due audizioni alla Commissione affari costituzionali della Camera a fine gennaio scorso, non mezzo secolo fa. 

I diritti acquisiti (loro) non si toccano, peccato che i diritti acquisiti dei cittadini sudditi invece sì, quelli possono essere toccati e addirittura alienati.

Forse sarebbe giunto il tempo che i sindacati tornassero a fare i sindacati. Farebbe bene a loro e farebbe bene alla società.

Ma perché andarsi  a cercare del freddo per il letto?

   

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