Cibus 2016, il riscatto dell’agroalimentare italiano

Martina_maurizio-09052016-CIBUS2016 193Da Cibus 2016 note positive sul futuro dell’agroalimentare a patto che si faccia realmente sistema. Il Trattato Transatlantico  (TTIP),  

con un po’ di impegno e maggiore trasparenza, potrebbe trasformarsi da Minaccia in Opportunità.

di Lamberto Colla Parma, 15 maggio 2016.

Si è chiusa giovedi sera a Parma la 18° edizione di Cibus. Ormai entrata nella storia della manifestazione come l’edizione dei record, la fiera internazionale dell’alimentazione organizzata da Fiere di Parma e Federalimentare, ha visto infatti la partecipazione di 3mila aziende espositrici su 130mila metri quadri, 72mila visitatori di cui 16 mila operatori esteri e 2.200 top buyer (nel 2014 i visitatori erano 67mila, gli operatori esteri 13mila). 

“E’ la migliore edizione di sempre, che ha raccolto il testimone di Expo2015 – ha commentato Elda Ghiretti, Cibus Brand Manager – ed ha visto il comparto agroalimentare italiano presentarsi con circa mille innovazioni di prodotto, pronte a conquistare i mercati esteri e recuperare posizioni sul mercato interno. Abbiamo notizia di un alto volume di affari conclusi o ben avviati, con la piena soddisfazione delle aziende e dei buyer esteri e italiani”.

E se i numeri fanno giustamente gongolare gli organizzatori, l’intero settore agroalimentare dovrà fare tesoro delle indicazioni d’indirizzo da più parti sostenute e delle principali minacce che  si dovranno rapidamente affrontare e annientare.

Innanzitutto è imperativo fare sistema. Agricoltura e Industria dovranno collaborare e soprattutto progettare insieme il riscatto del modello agroalimentare italiano. Lo hanno condiviso e sollecitato tutti i rappresentanti del Governo intervenuti all’inaugurazione della manifestazione lunedi scorso,   “Abbiamo un nemico importante, l’Italian Sounding”, aveva sostenuto Ivan Scalfarotto. Arginare il fenomeno dell’imitazione, che vale quasi il doppio dell’export nazionale, è la battaglia di tutte le battaglie. La ricetta secondo il sottosegretario allo sviluppo economico sta nel fare sistema e concentrarsi. Il Governo, aveva concluso il parlamentare, non può dare la soluzione ma essere da stimolo affinché tutti gli attori operino nella stessa direzione.

Ma finalmente a Cibus 2016, forse per casualità o forse per raggiunta maturità degli interessati, è stato portato sotto i riflettori della cronaca il  TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l’accordo transatlantico che dovrebbe unificare i due grandi mercati, quello Ue e quello USA.

Una accordo che non ha mai visto la luce, sempre mantenuti riservati i temi trattati e, quel che è peggio, è stata proprio la parte europea a mantenere il più alto grado di riservatezza, addirittura in seno ai più alti rappresentanti del vecchio continente.

Quasi 10 anni di trattative stanno a significare gli enormi interessi in gioco e la difficoltà di immaginare i nuovi scenari di mercato.

NO_OGM_green_peace_cibusIn pochi, tra giornali e movimenti d’opinione e di consumatori, hanno cercato di sollecitare le istituzioni sulla verifica dello stato d’avanzamento, quasi nessuno. Noi invece, già pochi giorni dopo avere inaugurato la testata (era il luglio 2013) avevamo iniziato a manifestare preoccupazioni in tal senso e in molte altre circostanze tentato di alimentare una critica costruttiva evidenziando i segnali che stavano per incanalarsi (vedi OGM) nella direzione di un accordo troppo sbilanciato verso gli Stati Uniti. Avevamo invitato i cugini transalpini a coalizzarsi con noi per fare fronte comune di resistenza alle spinte omologanti che avrebbero potuto distruggere il patrimonio dell’agricoltura mediterranea di cui Italia e Francia sono la massima espressione mondiale.

E finalmente questi temi stanno, seppure lentamente, emergendo. Lo stesso Ministro Francese Fekl si è reso conto che ha bisogno di una collaborazione italiana (vedi Repubblica.it del 11 maggio 2016): “Ecco perché all’Italia, come alla Francia, conviene dire no al Ttip”

Meglio tardi che mai e forse un po’ troppo eccessivo. Ma tutto serve così come è necessario che abbia iniziato a occuparsene, o meglio a parlarne, il Ministro Martina in occasione dell’inaugurazione di Cibus 2016. Un’opportunità più che una fonte di problemi è in sintesi il pensiero del vertice del dicastero dell’agricoltura, posizione che condividiamo ma che dovrebbe essere maggiormente sostenuta con una più autorevole azione politica, mettendosi a braccetto con il collega francese Fekl e magari anche con lo Spagnolo, sempre che abbia veramente in animo di raggiungere quella soglia di 50 miliardi di esportazione entro il 2020 e soprattutto se voglia bene al nostro sistema di qualità e sicurezza agroalimentare.

Un modello che dovrebbe essere messo a sistema e preso a esempio e non invece minacciato dai modelli e prodotti anglosassoni.

Ben venga quindi “Cibus annuale”, anche nella forma ridotta (Cibus Connect), affinché si possa  con maggior frequenza riunire gli stati generali dell’agricoltura e dell’industria, esporre il fermento del settore, tra innovazione, qualità, sostenibilità e gustosa appetibilità del Made in Italy.

   

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