La brusca frenata dell’economia dovrebbe far riflettere

materieprime07-Ilva_TarantoLa frenata dell’industria nazionale è una notizia che nemmeno i più accaniti detrattori delle politiche del governo avrebbero mai voluto leggere.

di Lamberto Colla Parma, 29 maggio 2016.

Quello che l’Istat ci ha rappresentato è un salto indietro al 2013 e una ulteriore conferma di quanto inutili siano stati gli sforzi e i sacrifici fatti all’insegna della politica del rigore imposta da Bruxelles.  Manovre che alla fine non sono servite a nulla salvo, aggiungiamo noi, aiutare le banche e a trasferire quote di potere verso un sempre minor numero di soggetti.

Quei sacrifici, ci dissero da Bruxelles e Roma, sarebbero serviti a innescare un processo virtuoso a partire dal consolidamento delle banche affinché queste tornassero a finanziare le imprese le quali, attraverso la loro ripresa, avrebbero creato nuovi posti di lavoro che avrebbero quindi contribuito incrementare i consumi.

Ebbene di tutto ciò non resta nulla. Rimane soltanto il sacrificio inutile di quei tanti che saranno ben presto, ancora  una volta, chiamati a rispondere degli errori e  degli orrori delle politiche economiche nazionali e europee.

E’ accaduto come nella profetica canzone di Angelo Branduardi “Alla fiera dell’est” dove “per due soldi un topolino mio padre compro` e venne il gatto che si mangio` il topo che al mercato mio padre compro.” … e così via.

Siamo andati tutti quanti alla fiera dell’est a comprarci un topolino che alla fine si è mangiato qualcun altro. 

Stando così le cose come le ha rappresentate l’Istat si fa sempre più concreta l’applicazione delle clausole di salvaguardia che farebbero scattare l’Iva sino al 25,5% con il conseguente e inevitabile De Profundis dei consumi e delle piccole e medie imprese. Quelle PMI che sono sempre state il tessuto economico più vivace, produttivo e innovativo dell’Italia, però sacrificate sull’altare dell’elite bancario e della grande impresa con tutti i limiti dei loro “grandi” capitani che oggi sono stati ben evidenziati.

I numeri diffusi nelle scorse ore dall’istituto statistico sono preoccupanti.  Giusto per la cronaca l’ISTAT ha registrato che a marzo il fatturato dell’industria italiana è calato del 3,6% rispetto allo stesso mese del 2015, il peggiore calo su base annuale a partire dall’agosto 2013.

La contrazione del fatturato è sintesi della flessione del 2,6% sul mercato interno e di un lieve incremento (+0,1%) su quello estero. Risultano in contrazione mese su mese anche gli ordinativi (-3,3%), che invece, rispetto all’anno precedente, crescono dello 0,1%.

Sorprende che il mercato dell’auto abbia segnato un -6,5%, proprio il settore che nel corso del 2015 aveva maggiormente contribuito a riportare il nostro PIL, seppur di poco, in zona positiva. Ma è tutta la grande impresa che ha frenato. A trascinare verso il basso sono stati il crollo delle attività estrattive (-39,5%), insieme al tessile e abbigliamento (-9,8%) e alla metallurgia (-9,4%).

Ebbene, sull’onda di questi risultati c’è poco da essere ottimisti sul futuro del Paese e sarebbe opportuna una rapida inversione di rotta delle politiche economiche e del lavoro, aprendo alla più ampia liberalizzazione in barba all’UE (almeno per qualche anno), confidando sulla creatività diffusa.

Invece, da parte del governo, nessuna particolare presa di posizione o commento, troppo concentrati sulla propaganda referendaria di ottobre.

Allora una domanda sorge spontanea: quando arriverà il tempo in cui “il bastone che picchio` il cane che morse il gatto che si mangio` il topo che al mercato mio padre compro`”, si abbatterà sulle teste degli incapaci invece delle solite teste dei lavoratori e pensionati a reddito fisso sempre più decrescente?

   

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