Vendetta, Senza rete

social_mediaLa responsabilità sulle conseguenze derivanti dall’utilizzo improprio  o spregiudicato delle parole o delle azioni, è di natura strettamente privatistica. Attenzione a non confondere la libertà con

l’autorizzazione a insultare, urlare e vendicarsi. L’abuso della libertà di espressione potrebbe condurre a una limitazione di quegli straordinari mezzi di informazione che sono i social media.

di Lamberto Colla Parma, 18  settembre 2016.

Si fa presto a dire, “tutta colpa dei social media” e allora giù, a mano di vanga, a scatenare giudizi sui mezzi, Facebook in primis, come se fosse loro la colpa di quello che gli utenti, scientemente, “postano”.

A ogni fatto di cronaca nera, come i due tragici casi di Tiziana da Napoli e “anonima” da   Rimini, nel quale un mezzo elettronico è indirettamente coinvolto, i benpensanti cominciano a erigere barriere e a invocare una rigida regolamentazione, imputando quindi la responsabilità al mezzo di diffusione e non alla mente che ha architettato la nefandezza.

Sarebbe come di  pretendere l’alienazione del  servizio postale “reo” di aver recapitato la “lettera bomba” o di vietare o limitare l’uso dell’auto o dei camion perché hanno causato incidenti, piccole stragi, per arrivare addirittura a veri e propri atti di guerra (Nizza docet).

Un errore diffuso è perciò di imputare la responsabilità ai “vettore” (i Social Media), molto spesso per semplificazione coinvolgendo direttamente il primo e più noto Facebook, e non alla potenza degli strumenti che consentono ai messaggi (testuali, fotografici e video) di muoversi e diffondersi così rapidamente.

Inoltre, val la pena di ricordare che i Social Media vietano e intervengono immediatamente con la rimozione del messaggio e alla sospensione del servizio dell’utente che l’ha postato, la pubblicazione di materiale audio-visivo dal contenuto “sessuale, soft o hard” che sia.

Altro discorso invece riguarda la messaggistica istantanea (WhatsApp per esempio) che si avvale della “potenza” delle ultime generazioni di Smartphone (capacità delle memorie, operative e di servizio all’elaborazione) e delle “autostrade” virtuali (connessioni 4G ad esempio) per veicolare un gran quantitativo di dati, immagini e molti interminabili secondi di video, di ottima qualità in un brevissimo tempo. L’utente può così registrare fatti (più o meno leciti) e in un battibaleno indirizzarli verso uno o più “amici” in un rapporto esclusivamente privatistico.

Ecco quindi che, alla fine, si ritorna alla reale responsabilità che è sempre e unicamente in carico ai singoli soggetti, educati o maleducati, sapienti o burloni, arroganti o moderati, prudenti  o spregiudicati  che siano e, è mia opinione, la responsabilità è equamente distribuita tra chi avvia la catena infamante e tra coloro che la alimentano inoltrando i contenuti.

Una catena di malvagità che, come abbiamo drammaticamente assistito nelle ultime ore, può distruggere la vita delle persone e condurle alle estreme conseguenze.

La  “Libertà” quindi potrebbe essere una trappola mortale se ciascuno di noi non ne percepisce i vincoli, prima di tutto etici e del vivere civile, governati prima di tutto dal “Buon Senso” e poi dalle regolamentazioni e leggi. Ma posto che è quasi impossibile regolamentare tutto, ma anche così facendo si otterrebbe solo una società dell’inquisizione, un regime e perciò una limitazione dell’area operativa della libertà.

Con il buon gusto molta libertà si può conquistare ogni giorno. Nelle cadute di stile e di gusto tutti possono incorrere anche quelli più professionalmente preparati e abili. Ma alle volte l’emotività dei fatti dissemina il percorso di trappole.

In una di queste trappole credo sia scivolata anche Selvaggia Lucarelli quando, nel caso di Tiziana Cantone, nel momento in cui, intercettando e pubblicizzando un ignobile post di un Maestro d’Orchestra salernitano, è caduta di stile augurandogli il licenziamento e la medesima gogna mediatica subita dalla povera Tiziana.

Con questo atteggiamento Selvaggia Lucarelli, in forza della popolarità mediatica e “social”, ha trasmesso come positivo il concetto di “vendetta” perdendo un’ottima occasione educativa per il suo immenso pubblico.

Non vorrei mai che la bella e intelligente “blogger”, un giorno, dovesse avere sulla coscienza un’altra vittima della maleducazione e arroganza che i social media hanno la sola colpa di pubblicizzare.

  

  

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