Eureka, l’economia avanza! Oibò

La ripresa c’è, ma non si vede. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) cresce addirittura meglio delle previsioni.

Pochi decimi di punto percentuale ma sufficienti a galvanizzare i nostri politici. Ma la realtà, percepita e concreta, è ben diversa. 

di Lamberto Colla Parma 27 agosto 2017

“Il tempo è galantuomo: basta saper aspettare. Oggi i dati ISTAT dicono che la strategia di questi anni produce risultati.” ha orgogliosamente dichiarato l’ex premier Matteo Renzi all’indomani (16 agosto) dei dati sul PIL diffusi dall’Istat. Il Pil italiano nel secondo trimestre 2017 è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,5% rispetto al secondo trimestre 2016.

Valori infinitesimali e comunque inferiori  a quelli registrati nell’Eurozona dove il Pil cresce dello 0,6% e del 2,2% su base annuale. Per non parlare della Spagna che ha fatto registrare una crescita, su base annua, del 3,5% proseguendo perciò una striscia positiva da ben 15 trimestri.

Ma c’è di più, il debito pubblico nel frattempo ha raggiunto il nuovo record di 2.281 miliardi di euro.

Quantomeno inopportune le dichiarazioni, Gentiloni compreso, di coloro i quali  tendono a accaparrarsi un merito immotivato relativamente a una crescita che la stragrande maggioranza dei cittadini e gli imprenditori non percepisce.

Se fosse vero che i dati positivi sono da assegnare alle politiche dei Governi dell’Austerity, allora sarebbe interessante conoscere:

1- quali sono stati gli interventi strutturali realizzati?

2- quali le prospettive di sviluppo a seguito di questi efficaci interventi, quindi dove andremo a finire e in quanto tempo?

Risposte che non arriveranno mai perché nessuno prende il coraggio di fare scelte che metterebbero a rischio qualche migliaio di voti che verosimilmente verrebbero a mancare dalle urne. E così, volenti o nolenti, le sorti della nostra economia saranno ancora legate ai fattori congiunturali e alle politiche finanziarie dell’UE (Mario Draghi con il QE – Quantitative Easing ha dato una gran mano!).

Se la Politica nazionale avesse giocato con un po’ più di coraggio oggi le cose sarebbero molto migliori e la conferma viene dall’elaborazione di Giorgio Meletti pubblicate da Il fatto Quotidiano lo scorso 20 agosto che riportiamo:

Nel 2007 il Prodotto interno lordo (Pil) dell’Italia è stato 1.687 miliardi. Poi è iniziata la crisi e il Pil è sceso fino a toccare il fondo nel 2013: 1.541 miliardi, 136 miliardi (8,6 per cento) in meno rispetto al 2007. Dal 2014 – per merito di Renzi, di Mario Draghi o della congiuntura internazionale, ampio dibattito – il Pil è risalito. Nel 2017, con il progresso dell’1,5 per cento, dovrebbe arrivare a quota 1.591. Dopo dieci anni siamo ancora sotto del 6 per cento, un centinaio di miliardi. Nel frattempo, il Pil dei primi 12 Paesi “sudditi” dell’Euro cresce da 9.590 a 10.074 miliardi, con un progresso in dieci anni del 5 per cento. Se l’Italia avesse tenuto il ritmo dell’Eurozona, il Pil 2017 sarebbe arrivato a 1.771 miliardi, 180 miliardi più del disastro”.

Infine val la pena di ricordare che l’origine di tutti i mali deriva dall’esplosione degli interessi a seguito della folle operazione, voluta dal Ministro Andreatta e assecondata da Ciampi (all’epoca – 1981 -Governatore di Baca d’Italia), di indipendenza della Banca d’Italia. Operazione che aprì le porte alla speculazione privata sui nostri Titoli di Stato (vedi grafici allegati).

Tutto ciò ha contribuito a generare sempre maggior debito, in barba ai sacrifici dei cittadini e delle imprese che hanno versato imposte in misura molto maggiore di quanto abbiano ricevuto in servizi.

Dati confermati anche da un’analisi del bilancio annuale dello Stato: dal 1990 al 2015, con la sola eccezione del 2009, ogni anno l’Italia ha chiuso con un avanzo primario di oltre 700 miliardi. 

Di politiche all’Andreatta non ne vorremmo più vedere ma di nuove e un po’ più azzardate sarebbe il caso di immaginarle e porre in campo. Una bella Flat Tax , che da diversi anni andiamo proponendo da questo giornale, ad esempio, potrebbe riportare il gioco all’attacco invece di restare in difesa a subire la pressione degli avversari (Finanza internazionale).

“Prima o poi il gol ci scappa e la partita si perde per sempre”   

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