Festa dei lavoratori. Oggi i sindacati ne suoneranno di belle!

francesca

Cosa c’è da celebrare quest’anno? La disuguaglianza sociale che ha guadagnato un nuovo vantaggio o l’incremento dei soggetti a rischio di disoccupazione?

di Lamberto Colla Parma, 1 Maggio 2019 –

Accontentiamoci, anche per quest’anno, di due cantate e del solito concerto.

Dopo il concerto di Capodanno quello del 1° maggio, organizzato dalla potente triplice alleanza, è il più prestigioso dell’anno. Da Roma per espandersi in ogni angolo del Bel Paese, le note delle celebrazioni si leveranno al cielo, in quel Paradiso Laico dove nessuno si immolerà e nemmeno risorgerà per salvare il “Lavoro”.

Già perché più passano gli anni e meno lavoro si trova. La disuguaglianza cresce e il rischio disoccupazione altrettanto.

Tutto è cominciato, in tempi non sospetti di crisi, con l’introduzione della “flessibilità” lavorativa, dal sapore anglosassone  (CO.CO.CO. ad esempio – 1997 Treu –  etc…), tanto sbandierata da quella sinistra perfetta nel criticare chi è alla guida del Paese e invece così “liberista” quando è al governo.

Con il “pacchetto Treu” (o forse sarebbe meglio dire “pacco Treu”) il lavoro interinale e altre forme contrattuali di lavoro atipico ottengono il riconoscimento legislativo da parte dell’ordinamento italiano.

Il “Pacchetto Treu” viene considerato come uno dei principali atti legislativi che hanno riconosciuto il lavoro interinale generando il fenomeno del precariato in Italia.

Quella sinistra che, se deve sottrarre dei diritti, preferisce esonerare i dipendenti pubblici e così l’articolo 18 che era una parte fondamentale dello Statuto dei lavoratori, viene cancellato nel settore privato e mantenuto nel  pubblico impiego, giustappunto per non creare diseguaglianze di trattamento e proteggere i poveri “furbetti del cartellino”.

Il primo colpo all’articolo 18 lo diede la legge Fornero del 2014 e poi, definitivamente e “orgogliosamente”, sepolto l’anno successivo grazie al Jobs Act del fenomenale tandem Renzi – Poletti.

L’avrei compreso maggiorente, seppure non giustificato, se a approvare una tale riforma fosse stato un “Governo Fascista” e invece il Jobs Act (anche la nomenclatura è anglosassone pur di edulcorare la “mattonate”) ha introdotto nel nostro ordinamento il contratto di lavoro a tempo “indeterminabile” e a “tutele crescenti”. In pratica, dal 7 marzo 2015 si può essere licenziati in qualsiasi momento e senza particolari motivazioni, “conquista” vanto di Renzi: Noi abbiamo infranto il tabù dell’art. 18”.

Quest’anno cosa c’è da festeggiare?

Forse l’aumento delle morti sul lavoro, o forse dei suicidi e tentati suicidi economici? No, forse sono da celebrare i successi dichiarati dall’OCSE nei giorni scorsi, in cui viene segnalato  il raddoppio della sottoccupazione a partire dal 2006. “In particolare, riferisce il dossier, i contratti a tempo determinato si collocano al 15,4% del lavoro dipendente contro una media nell’area Ocse dell’11,2%.” e prosegue “Scivolano i salari. I rischi di un salario basso sono aumentati più della media Ocse per i lavoratori dipendenti con un livello di istruzione medio o basso.” Insomma, sempre secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, siamo il fanalino di coda dei Paesi OCSE e raggiungiamo il paradosso che al tasso elevato di disoccupazione si aggiunge il “rischio disoccupazione”.

Vabbé, intanto cantiamo per dimenticare, per festeggiare c’è tempo.

francesca

(Foto: Francesca Bocchia – Parma 2018)

 

 

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