Questione Siri, un precedente rischioso

Dopo tangentopoli, con il depotenziamento dell’immunità parlamentare, si è aperta una breccia sulla democrazia  dopo il caso Siri si potrebbe spalancare la porta dell’Inquisizione di medievale memoria.

di Lamberto Colla Parma  12 maggio 2019 –

La settimana politica appena conclusa si è contraddistinta, quasi esclusivamente, per la questione Siri e la pretesa di Luigi Di Maio ricevere la revoca del mandato al sottosegretario del Ministero delle Infrastrutture a seguito dell’indagine che lo vede coinvolto per corruzione.

Armando Siri è accusato di aver accettato denaro per inserire una norma sulle energie rinnovabili nella manovra. Tutto ruota intorno a una presunta tangente da 30mila euro, “data o promessa” a Siri in cambio di un “aggiustamento” al Def 2018 sugli incentivi al mini-eolico

Una pretesa grillina che ha avuto, come si sa, il placet di Giuseppe Conte,  il quale, pur di non portare alla conta i due schieramenti, ha preso in mano la situazione e, assumendosene la responsabilità politica, ha deciso per la revoca del mandato trasformando così il Consiglio dei Ministri in un dibattito accademico invece di un campo di battaglia.

Il risultato non sarebbe stato diverso, avendo la compagine grillina la maggioranza dei componenti del Consiglio dei Ministri, ma così facendo si è evitata una crisi “formale” di Governo proprio alla vigilia delle elezioni amministrative e europee.

La ragion partitica ha avuto il sopravvento e la necessità di recuperare consensi da parte M5S ha avuto ragione sulla logica e sul buon senso.

E’ fuori di dubbio che le accuse mosse a Armando Siri siano assolutamente gravi e è pur vero che un incarico di Governo di quella natura, dove tra appalti e finanziamenti il Ministero dei Trasporti di soldi ne fa girare, il Ministro e i suoi sottosegretari deve risultare oltremodo pulito, ma in questa precisa circostanza forse si è ecceduto in prudenza, porgendo il fianco a un pericoloso precedente.

Infatti il sottosegretario alle infrastrutture Armando Siri viene a sapere di essere sotto indagine da un articolo giornalistico e tutt’ora non ha ricevuto né l’avviso di garanzia e nemmeno è stato convocato in procura per essere sentito sulla questione.

Questi i fatti registrati allo stato attuale.

Di fatto, il nulla!

Al contrario il principio di presunzione di innocenza è stato totalmente rimosso, esponendo, oggi tocca a Siri, ma domani potrebbe toccare a Conte, Di Maio, Salvini o addirittura al Presidente Mattarella, lo Stato stesso a rischio di stabilità e indifeso a eventuali e non improbabili “Colpi di Stato in bianco”.

Una velina giornalistica, seppur ben confezionata con supporti audio, non può trasformarsi in sentenza definitiva e obbligare alle dimissioni dei rappresentanti del popolo democraticamente eletti.

Sarebbe un “Colpo di Stato in Bianco” come in parte è stato per Mani Pulite nel 1992 che ha lasciato immune solo una parte politica, quella che faceva riferimento al “duro e puro” Primo Greganti soprannominato “il Compagno G” il quale resistette in carcere 115 giorni negando che la tangente  di 621 milioni di lire, ricevuta da un alto funzionario del Gruppo Ferruzzi, fosse destinata al Partito di cui era lui stesso alto funzionario.

Una resistenza che salvò il PCI/PDS dal filone rosso di tangentopoli.

Se tangentopoli potè essere considerata una opportunità per l’Italia di fatto si trasformò in un massacro della politica e quello che risorse dalle ceneri fu ancor peggio.

Con la legge costituzionale numero 3 del 1993, l’articolo 68 della Costituzione è stato modificato e la sua portata fortemente limitata. E’ superfluo ricordare quale fosse il clima che regnava in quegli anni: si era nel pieno e tumultuoso incedere del fenomeno di Tangentopoli e di mani pulite, che investendo l’intero sistema dei partiti della prima repubblica, comportò la perdita di soggettività dell’intera classe politica, travolta e delegittimata dagli scandali giudiziari.

In virtù di quella affrettata riforma i parlamentari possono oggi essere liberamente sottoposti a processo penale ed anche tratti in arresto in esecuzione di una sentenza di condanna definitiva, senza che alcuna autorizzazione debba essere domandata o concessa. La necessità dell’autorizzazione sorge solo laddove il membro del Parlamento debba essere oggetto di perquisizione, intercettazione, o limitazione della libertà personale in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare.

Non più, quindi, limiti al processo e all’efficacia delle sentenze passate in giudicato ma, semplicemente alla compressione della libertà personale fin tanto che l’accertamento dell’eventuale responsabilità penale è in corso.

La riforma costituzionale ha aperto una prima breccia alla democrazia, ma la richiesta, approvata e concessa, di Di Maio potrebbe spalancare il portone all’ingiustizia  e inaugurare una nuova era all’Inquisizione di medievale memoria.

Siamo certi che sia quello che vogliamo?

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