Una conversazione tra parlanti

«Conforma il tuo contributo conversazionale a quanto è richiesto, nel momento in cui avviene, dall’intento comune accettato o dalla direzione dello scambio verbale in cui sei impegnato». Paul Grice

di Guido Zaccarelli Mirandola 30 giugno 2019 – Con questa massima conversazionale il filosofo inglese Paul Grice ha introdotto il principio di cooperazione che aiuta le persone a fissare i principi cardini della conversazione. Per Grice, l’intenzionalità, come vedremo, comunica di più di quando effettivamente il parlante vuole comunicare e fa di tutto, perché il ricevente agisca, pensi, e riconosca le sue intenzioni. Grice distingue in modo netto fra ciò che la persona (parlante o agente) dice e ciò che implica (suggerisce).

La parola conversazione è composta da con e versare e insieme suggeriscono al parlante di volgere lo sguardo verso una direzione precisa, quello del suo interlocutore al quale la parola e i gesti sono indirizzati. Nel momento stesso in cui un parlante avvia una relazione discorsiva, deve esprimere i contenuti agendo sulla sintassi, sulla semantica e sulla pragmatica.

Il filosofo statunitense e semiologo Charles Morris (1938), padre delle semiotica, la disciplina che studia il comportamento dei segni e il modo con il quale questi esprimono un senso nel contesto di riferimento, ha dato le seguenti definizioni: la sintassi studia la relazione tra i segni, che sono indipendenti dalla loro interpretazione, e deriva dalla dottrina della buona formazione grammaticale delle espressioni. La semantica che agisce sulla relazione agli oggetti e deriva dalla dottrina del significato delle espressioni. Infine la pragmatica che studia la relazione dei segni con i parlanti e deriva dalla applicazione della dottrina che riguarda l’uso che i parlanti fanno delle espressioni in un contesto. Riguarda tutto ciò che non è il significato letterale delle espressioni, ma il loro significato inteso.

Come esempio potremmo riportare i seguenti casi: sintassi e semantica a confronto: il sole illumina la terra e la terra illumina il sole. Entrambe sono sintatticamente corrette ma semanticamente sbagliate, una è certamente priva di significato. Nel terzo caso, la pragmatica, un esempio potrebbe essere: chiudi la porta!. In questo caso implica non solo la presenza della sintassi, della semantica, ma l’azione, non solo il dire ma anche il fare. La pragmatica supera il significato letterario per accedere al mondo delle intenzioni che il parlante, in un contesto ben preciso, vuole trasmettere. Occorre porre attenzione alla differenza tra pragmatica – pragmatica e pragmatica semantica, dove la prima coinvolge tutti gli elementi situazionali rilevanti del contesto, gli stati mentali degli interlocutori e loro estrinsecazioni comportamentali, sfondo culturale e sociale, mentre la seconda analizza un insieme finito di parametri come il locutore (chi parla), lo spazio intorno, il tempo e il mondo dove si attua la conversazione.

Quando le persone entrano in un contesto, e avviano una relazione tra parlanti dove gli agenti possono due o più, seguono delle regole ben precise che Paul Grice ha individuato nel principio di cooperazione con le quali si adottano schemi e linguaggi utili allo scopo. L’intendere o meno l’espressione con cui viene proferita una frase, agisce sulla interpretazione che abilita successive chiavi discorsive differenti dai propositi originali. In tutti i casi, il linguaggio impiegato deve dare ascolto al contesto nel quale si svolge il dialogo, al tipo di relazione che avviene tra gli agenti impegnati nella conversazione, e come anticipato, ai loro stati mentali, alle regole che gestiscono il dialogo e che i parlanti si danno tra di loro. Il contesto, in generale, svolge soprattutto la funzione di arricchire, com¬pletare il senso delle informazioni. Determina la scelta di una data parola precisandone il senso, cioè la direzione che l’interlocutore deve seguire per comprendere.

Il senso si completa con le diverse sfumature create dall’applicazione par¬ticolare di una parola posta in una cornice specifica: tutto ciò che “circonda” una data parola, la situazione, i vincoli culturali, contribuisce al completa¬mento del significato.

Le parole proferite e il contesto non possono essere con¬siderati come elementi distinti, ma piuttosto come due elementi in continua interazione che hanno come risultato il testo del messaggio, inteso come l’oggetto della comunicazione. La pertinenza è sempre legata al contesto, inteso come l’insieme delle condizioni, delle opportunità e dei vincoli, spaziali, temporali, relazio¬nali, istituzionali e culturali presenti in un qualsiasi scambio comunicativo. Il contesto si può ampliare o restringere secondo le esigenze presenti nell’in¬terazione comunicativa. Le persone dovrebbero sempre puntare alla per¬tinenza ottimale per favorire la capacità degli altri agenti presenti nello scambio comunicativo di seguire un’ipotesi che massimizzi gli effetti contestuali e che minimizzi l’impe¬gno cognitivo. In generale è importante sottolineare la possibile adozione di regole tra i parlanti attribuito al significato convenzionale che i parlanti attribuiscono a ciò che viene detto oppure a implicare, che si riferisce a tutto quello che non viene detto, ma che è in grado di determinare.

Da qui l’implicatura, è il dare ad intendere qualcosa che è molto diverso da implicito che si dà ad intendere qualcosa. Determinati comportamenti possono infatti essere inspiegabili se le persone osservano il soggetto come sin¬golo, ma acquista immediatamente un nuovo senso se viene collocato all’interno di un contesto più ampio in cui l’individuo normalmente opera. Il principio di cooperazione, qui richiamato, opera su quatto dimensioni ben precise: quantità, di qualità, di relazione e di modo.

Di quantità: non dire di più di quanto non ti sia stato richiesto. Di qualità: dire sempre la verità. Di relazione: sii pertinente. Di modo: evita di essere oscuro, ambiguo, sii breve e ordinato nell’espressione.

Comunicare significa aderire al principio di cooperazione evitando di violare le norme, e non le regole, dove serve inviare, trasmettere, trasferire, notificare, far vedere, far sentire, illustrare, far conoscere, investire, contagiare, partecipare, unire, mettere in comune con gli altri ciò che è nostro.

Ma tutto questo non è sufficiente, serve una competenza pragmatica che sta nella capacità della persona di comprendere il significato che viene inferito (portato dentro) nelle persone. Poi serve una competenza linguistica definita da Avram Noam Chomskyv, il quale si riferisce ad un “insieme di regole” basato su un apparato linguistico innato – che ogni parlante possiede indipendentemente da come egli usi effettivamente il linguaggio.

Tale nozione permette di spiegare in modo chiaro e pertinente accompagnato dalla capacità di costruire tessuti discorsivi imbevuti di creatività: «la capacità innata nell’essere umano di costruire e comprendere le frasi grammaticali, di giudicare quelle non grammaticali e di decodificare le frasi mai ascoltate prima, abilità presente fin dai primi stadi dello sviluppo infantile. L’insieme di queste competenze contribuisce ad ottenere una competenza comunicativa che fa riferimento alla “conoscenza” di tutto quel “complesso di regole”, linguistiche e non linguistiche, che all’interno di una cultura data permettono ad ogni individuo di interagire in modo comunicativo con gli altri in modo adeguato. Questo concetto si deve all’antropologo statunitense Dell Hymes, che afferma che «un bambino normale acquisisce una conoscenza delle frasi non soltanto in quanto grammaticali, ma anche in quanto appropriate, sa quando parlare e quando tacere, e riguardo a che cosa dire, a chi, quando, dove, in che modo».

La conversazione apre le porte al mondo degli altri. Occorre imparare a farlo agendo sulla verità della parola, dei gesti e delle intenzioni. Si eviterebbe l’interpretazione ambigua e l’innesto ricorsivo di stati situazionali contrari al principio di cooperazione, ma soprattutto al valore etico e morale che sta alla base della relazione dell’uomo con l’altro.

Riferimenti bibliografici:
Guido Zaccarelli, La Conoscenza Condivisa, verso un nuovo modello di organizzazione aziendale e Dalla Piramide al Cerchio, la persona al centro dell’azienda, Franco Angeli Editore.

Riferimenti sitografici:
https://www.wikipedia.org/
http://reteintegrazione.xoom.it/in_rete02/I%20materiali/mod_8_competenza_linguistica_comunicativa.pdf
http://www.pieropolidoro.it/schede/grice.htm
https://www.tesionline.it/appunto/Le-implicature-conversazionali-in-linguistica/168/33
http://www.filosofico.net/charlesmorris.htm

 

CURRICULUM – Guido Zaccarelli, è docente di informatica, consulente aziendale, saggista e collaboratore redazionale di Gazzetta dell’Emilia. È laureato in Comunicazione e Marketing, ha conseguito un Master in Management per il coordinamento delle professioni sanitarie e frequentato la scuola di alta specializzazione per formatore e consulente d’impresa. È stato referente del Servizio Informativo dell’Azienda Sanitaria di Modena, presso il distretto di Mirandola e dal 2008 al 2018 docente a contratto di informatica presso l’Università di Modena Reggio.
Bibliografia: Informatica, insieme verso la conoscenza (2010) – La conoscenza condivisa, verso un nuovo modello organizzativo (2012) – Finestre di casa nostra (2013) – Dalla piramide al cerchio, la persona al centro della azienda (2016)

 

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