Ingenuità e sofferenza

La dialettica e la retorica sono le arti spesso utilizzate nella conversazione tra parlanti.

Di Guido Zaccarelli Mirandola 14 luglio 2019 – La dialettica trova ampio spazio nei dialoghi di Platone impiegati nella ricerca della verità. L’origine greca della parola pone gli interlocutori nella condizione “di parlare attraverso”, “di raccogliere” il pensiero altrui fino a raggiungere la dimensione luminosa della parola, che unita alle altre, definisce la linea immaginaria sulla quale s’appoggia il dialogo. La dialettica è un’arte che s’impegna a riunire insieme, a riportare a fattore comune le parole, segmenti che si uniscono fino a disegnare il dialogo all’interno del tracciato dove si concretizza lo scambio naturale del pensiero.

Le parole devono rimanere nel selciato indicato evitando di ricorrere al gioco di sponda che modifica costantemente la traiettoria del discorso, impedendo di raggiungere appieno la verità. Un gioco di luci e ombre difficile da seguire quando il parlante esce dai confini della logica per assumere contorni dell’ambiguità: dove vuole arrivare?, ieri ha detto una cosa e oggi ne afferma un’altra. Molti conoscono l’arte della maieutica (della levatrice) usata da Socrate per raccogliere più informazioni e testimonianze possibili dal suo interlocutore fingendosi ingenuo e ignorante per raggiungere la verità, con domande semplici e apparentemente banali.

L’applicazione rigorosa del metodo deduttivo, dal generale al particolare, consente al filosofo di raggiungere la dimensione più intima, e non divisibile del pensiero, per il continuo incedere con chiarimenti di vario genere che disposti uno di seguito all’altro, fanno emergere nel tempo, l’ombra nascosta dell’intelligenza, l’ignoranza dell’interlocutore. Il metodo adottato si fonda sul principio di “non contraddizione” il quale afferma che ogni cosa detta, per essere contraddetta, necessita di essere confutata in modo esauriente con parole dense di significato, per evitare di considerare una parola, o un concetto, per qualcosa d’altro. Anche Platone ricorre a tale principio, ma è soprattutto Aristotele che gli assegna un valore ontologico (che riguarda lo studio dell’essere) e logico. Nel primo caso è “impossibile essere o non essere ad un tempo” e nel secondo caso “ogni cosa deve essere affermata e negata”: desidero una torta dolce. Se elimino il principio di non contraddizione, sto chiedendo una torta dolce e una non dolce. La torta non può essere dolce e non dolce allo stesso tempo.

Le persone che enunciano un fatto, una circostanza, o esprimono un pensiero, non possono prescindere dall’applicare il principio di contraddizione, perché se così non fosse, potrei chiedere, nello stesso momento, la torta dolce e non dolce. Chi nega infatti, deve rispondere con qualcosa che sia dotato di significato per evitare di cadere nell’uso di parole prive di senso. La retorica, al contrario della dialettica, è l’arte del parlare in pubblico che usa le parole per persuadere. È una tecnica che viene fornita a chi deve comporre un discorso persuasivo, che deve influenzare, che nega la presenza di una verità. Il filosofo presocratico e retore Gorgia, uno dei maggiori sofisti, una corrente filosofica che pone al centro l’uomo e le problematiche relative alla morale e alla vita pubblica e politica, affermava che se non vi è una verità, chiunque può farsi portatore di verità e per questo usa tutti gli strumenti a sua disposizione per persuadere il pubblico. Come si evince siamo in presenza di un forte dualismo tra l’anima e il corpo, (verità e persuasione), diventando difficile da interpretare e da considerare, ora in una situazione ora in un’altra, all’interno di un dialogo tra parlanti dove da un lato si vuole arrivare alla verità e dall’altro si vuole persuadere. Entrambe respirano dentro l’uomo come l’ingenuità e la sofferenza legati tra loro dal filo della dialettica e della retorica. L’ingenuità è una parola che porta dentro, che si genera dentro, che nasce dentro.

Soffrire è una parola che porta dentro di sé il peso della sofferenza. Tutto è dentro e non fuori. Ai tempi dei romani, una persona ingenua era colui che nasceva da un padre di cui si conosceva l’identità, diverso dai servi, che godevano di una sostanziale libertà, di essere onesta e sincera: una persona vera. L’essere ingenuo significa osservare la realtà con l’occhio della purezza, con lo sguardo fisso rivolto alla verità, indirizzato verso colui che parla, o agisce, lontano dal vivere l’ambiguità come perenne azione di confutazione della parola, dal suo significato letterario. L’ingenuo non è un credulone, come spesso viene disegnato. È colui che crede nella purezza dell’anima e del pensiero. Non vive alla ricerca dell’ombra della parola appena pronunciata, perché il dialogo è nella fiducia che si fonda su argomenti seri e convincenti, dove si vince insieme, dove c’è chi parla e chi ascolta. L’ingenuità viene spesso dipinta come il mancato aggiornamento della purezza all’esperienza acquisita nelle differenti fasi della vita, che rendono più maturo l’individuo innanzi alla lettura ingenua della realtà che lo circonda. Questo aspetto può incontrare il favore di molti, ma non di tutti.

L’ingenuità è l’espressione autentica dell’onestà intellettuale e Spirituale con la quale si conforma l’uomo alla sua identità che si plasma nel tempo, evitando all’anima di essere continuamente esposta ad un duro lavoro di purificazione (catarsi) per comprendete ora la dialettica e ora alla retorica. Un’azione quotidiana che conduce l’uomo alla sofferenza per le ricadute negative che possono incidere sulla purezza, a cui le persone dovrebbero tendere allontanandosi da quegli interlocutori che modificano continuamente il senso delle parole all’interno dello spazio del detto, del non detto, hai capito male e di quella sottile linea che separa la verità dalla ingenuità e dalla fiducia reciproca. La matrice bidimensionale a quattro caselle dove riportare l’ingenuità e sofferenza contrapposta alla dialettica e alla retorica, può essere un modo per condurre le persone alla riflessione attraverso la combinazione delle quattro parole ipotizzando da ogni relazione a coppie le conseguenze e gli scenari che si potrebbero delineare nei diversi casi presi come oggetto di analisi e di studio.

Quello che deve emergere al termine è sempre la ricerca della verità.

Riferimenti bibliografici:
Guido Zaccarelli, La Conoscenza Condivisa, verso un nuovo modello di organizzazione aziendale e Dalla Piramide al Cerchio, la persona al centro dell’azienda, Franco Angeli Editore.

Riferimenti sitografici:
https://www.wikipedia.org/
https://doc.studenti.it/appunti/filosofia/principio-non-cantraddizione.html
http://tuttosapere.altervista.org/blogsapere/il-principio-di-non-contraddizione-di-aristotele/
https://manipolazione.wordpress.com/2015/11/28/il-cammino-del-pensiero-retorica-vs-dialettica/
http://www.multytheme.com/cultura/multimedia/didattmultitema/scuoladg/filosofia/socrateironia.html

CURRICULUM – Guido Zaccarelli, è docente di informatica, consulente aziendale, saggista e collaboratore redazionale di Gazzetta dell’Emilia. È laureato in Comunicazione e Marketing, ha conseguito un Master in Management per il coordinamento delle professioni sanitarie e frequentato la scuola di alta specializzazione per formatore e consulente d’impresa. È stato referente del Servizio Informativo dell’Azienda Sanitaria di Modena, presso il distretto di Mirandola e dal 2008 al 2018 docente a contratto di informatica presso l’Università di Modena Reggio.
Bibliografia: Informatica, insieme verso la conoscenza (2010) – La conoscenza condivisa, verso un nuovo modello organizzativo (2012) – Finestre di casa nostra (2013) – Dalla piramide al cerchio, la persona al centro della azienda (2016)

 

 

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