Dal MOSE al MUSE, la storia infinita delle incompiute

Dal MOSE= MOdulo Sperimentale Elettromeccanico al MUSE = Museo Universale dei Soldi Evanescenti.  

di Lamberto Colla Parma  17 novembre 2019 – In una campagna elettorale, senza soluzioni di continuità da ormai molti anni, nemmeno interrotta a scrutini chiusi, ecco che qualsiasi fatto, tragico o meno, viene sfruttato per attaccare gli avversari mandando tutto in vacca.

Dal terremoto dell’Aquila passando per Amatrice e infine per Venezia, la storia è sempre la stessa. Soldi a go-go per interventi d’emergenza ma problemi sempre irrisolti e concittadini, da nord a sud, in braghe di tela.

L’attualità ci ha sbattuti a controllare la TV per aggiornarci sulle sorti di Venezia dopo la “acqua granda  dei giorni scorsi, seconda solo a quella di 53 anni fa. Ma l’acqua alta, oltre a un disagio, è anche un motivo di attrazione e il MOSE il salvagente della città galleggiante, dei suoi calle, dei suoi affreschi, dei suoi mosaici e infine delle sue passerelle mobili che rendono un fascino stralunato a Piazza san Marco, per la gioia dei turisti stranieri.

Dopo il canale di Panama, il MOSE sarebbe diventata l’impresa idraulica più importante al mondo.

Sarebbe stato, come ben tutti sappiamo, il sistema di difesa attiva della più bella e al contempo più fragile città al mondo. Venezia  la splendida viene quotidianamente  messa alla prova dai transatlantici, che ben poco educatamente, vengono a porgere l’inchino al fascino sempreverde della città di Colombina.

Ma come è ormai nella storia italiana, le grandi opere dopo il primo decennio post bellico, in cui la A1, nota come Autostrada del Sole, venne realizzata in soli 7 anni, hanno percorso strade tormentose e in salita.

Da lì in poi  è stato un continuo peggioramento in termini di tempi, di sicurezza mentre a aumentare sono sempre stati i costi, la burocrazia e le promesse elettorali di una imminente conclusione, come ad esempio la fantomatica Salerno Reggio Calabria e  la Variante di Valico (impegno di spesa risalente al 1996,  inizio lavori nel 2002 e conclusione nel 2015) che finalmente dopo 35 e 15 anni rispettivamente sono state ultimate.

Nel frattempo era stato avviato il progetto del MOSE e, poco dopo, del villaggio che avrebbe dovuto ospitare l’EXPO Mondiale di  Milano del 2015; due eventi che avrebbero dovuto riabilitare l’Italia agli occhi del mondo, ma si sa, il diavolo ci mette lo zampino e alla vigilia dell’inaugurazione milanese e a due anni dal sollevamento delle paratie di “biblica” memoria, il patatrac.

Le tangenti travolgono sia l’uno che l’altro manufatto nel 2014, ma ben diversa la soluzione che i politici decisero di adottare per superare l’impasse temporaneo.

Commissariamento con  prosecuzione dei lavori per concludere l’impegno nei tempi stabiliti per l’EXPO e blocco di tutte le opere del MOSE ormai completate per l’87%, tant’è che l’inaugurazione era programmata per il 2016.

Così, mentre l’EXPO, nonostante gli scongiuri di tutti i menagrami italiani e europei che avrebbero voluto assistere all’ennesima figuraccia italiana, almeno  per far perdere il primato negativo  del 2000 saldamente in mano ai tedeschi di Hannover (Exposition Universelle Hanovre 2000), il giorno stabilito Milano aprì i battenti e addirittura qualcuno propose di prolungare il periodo dell’esposizione in forza del successo riscontrato.

 

Ben diversamente è andata invece al MOSE.

Da commissari a super-commissari ma niente, o quasi, lavori.

Tutto è stato bloccato da cinque anni. Una sospensione che, come spesso accade, è stata utile ai detrattori per rilanciare dubbi sulla validità dell’opera con quasi 4 miliardi spesi e altri quasi due impegnati da progetto esecutivo per terminare l’opera (restano fuori, ancora ignoti, i preventivi annuali per la manutenzione).

 

Purtroppo, ogniqualvolta che un disastro accade, c’è sempre una parte politica che coglie l’occasione al balzo per sfruttarne in termini di visibilità. Così in questi giorni abbiamo assistito al balletto dei numeri (da 6 a oltre 10 miliardi di euro spesi) e di soggetti veneti responsabili del default, nonostante l’opera si stata in carico al governo centrale e non periferico.

 

Quel che è chiaro è che erano stati  impegnati  5,9 miliardi e spesi 3,8 con un arretrato di pagamenti di circa 800 milioni. Fatto sta che però, nonostante questi anni di blocco, i costi non si sono arrestati completamente e dopo le tangenti altri costi imprevisti sono stati drenati dai commissari e provveditori, ben poco in accordo tra loro,  anzi spesso in pieno contrasto.

Adesso vedremo come si comporterà la nuova super commissaria Elisabetta Spitz, recentemente nominata dal Governo Giallo Rosso.  Espertissima in beni del demanio, architetta e già moglie  dell’ex segretario Udc Marco Follini, dal 2000 al 2008 ha guidato l’Agenzia del Demanio.

 

Secondo la Ministra delle infrastrutture, Paola De MIcheli,  l’opera non è ferma e è completa per il 93% e entro la fine del 2021 sarà definitivamente ultimata.

E’ evidente che il tempo sia veramente una convenzione se per completare un’opera già quasi conclusa siano necessari ulteriori 24 mesi.

 

Anzi, da indiscrezioni provenienti proprio dai cantieri, le paratie sarebbero già funzionanti (come si vede dalle immagini) e alternativamente testate da oltre un anno.  Volendo, in forza della previsione disastrosa di una alta marea eccezionale, il buon senso avrebbe potuto autorizzare a una esercitazione straordinaria nel tentativo di ridurre i prevedibili danni che a caldo sono già stimati a un miliardo di euro.

Ma i commissari del consorzio hanno un ben preciso incarico di completate l’opera, non di avviarla e tantomeno di mantenerla.

Così, tanto per non essere indotti in tentazione, il giorno precedente la acqua granda del 12 novembre  ecco che tutti i dipendenti sono stati lasciati a casa, come ha perfettamente documentato il “gazzettino.it “… una direttiva interna ha – scrive Davide Scalzotto, stabilito che i dipendenti potessero stare a casa, viste le condizioni meteo. Un paradosso che in una giornata di emergenza come ieri siano stati dispensati dal lavoro coloro che il Mose dovrebbero farlo funzionare…”

 

Dalla parte dei Commissari ci sta il beneficio del dubbio e dell’incertezza su quanto sarebbe accaduto se, e questo non ci è noto,  l’impianto nella sua interezza non fosse mai stato sottoposto a validazione per l’entrata in funzione e se le prove fin qui eseguite possano avere valore ai fini dell’utilizzo e infine se  l’impianto sia stato collaudato e progettato per far fronte al fenomeno ondoso  delle dimensioni del 12 novembre o del 4 novembre 1966. 

 

C’è da augurarsi di sì, ma su quest’ultimo dubbio non ci scommetterei una lira.

Intanto, tra quelli che si parano il c..o e quelli che hanno maggiori introiti a non far nulla e sicuramente al riparo da  attacchi da parte della magistratura chiamata a verificare in forza di qualche querela mossa da nemici storici che vorrebbero il loro posto sullo scranno ricco e comodo, molti veneziani hanno perso molto o quasi tutto. 100 gondole sono in manutenzione e i gondolieri si sosterranno prestandosi le gondole ancora in attività.

Come i friulani nel 1976 , i modenesi ne 2012 e via di seguito tutti gli altri, anche i veneziani, dalla tempra forte, si risolleveranno dalla lacrima granda.

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