Il sovranismo al pesto alla genovese.

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Di Filippo Teglia Foligno, 24 gennaio 2026 – In questi giorni è ricorso l’anniversario della morte di Antonio Gramsci che, al di là di molte evidenti criticità, ha segnato una svolta politica  nel nostro paese e nel concetto di essere di sinistra tanto che non è da buttare tutto ciò che ha detto e scritto.

Certo è che da Gramsci alla Schlein dei giorni nostri, anche per alcuni puristi dell’ideale marxista, sembra che si sia anticipata l’entrata del Carnevale per il paradosso della parabola stessa.

Ma se Sparta piange Atene non ride perché anche a destra c’è un disastro badogliano laddove  accostare il nome di destra alla Meloni e a questo governo si sfiora l’ossimoro.

Perché promesse mantenute o tradite sono all’ordine del giorno che in confronto l’8 settembre 1943 – pur con i necessari distinguo- è una passeggiata di salute.

Se l’identità nazionale e quindi il sovranismo de noantri è stato esaltato con il riconoscimento della superiorità della nostra cucina da parte dell’Unesco come patrimonio immateriale dell’Umanità nel dicembre 2025 unendo quindi tutto il popolo italiano  nel sovranismo pastasciuttaro, dall’altra questi svalvolati governativi hanno votato a favore – in ambito Unione Europea- del Mercosur che è gran parte del mercato dell’America Latina per abbattere vicendevolmente i dazi negli scambi commerciali con l’U.E., protocollo per adesso stoppato dalla Corte dell’Unione Europea in attesa del sì definitivo.

E con questo temporaneo stop stanno gioendo gli agricoltori avendo chiaramente ragione.

La gloriosa enciclopedia Treccani definisce sovranismo s. m. posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione.

Capite bene, cari lettori, che basta parametrare quanto affermato dalla nota enciclopedia con la politica dell’attuale governo per trarre le ovvie conclusioni senza che io le suggerisca.

Se la globalizzazione comporta il perdersi di un pensiero individuale nel magma di un pensiero dominante, accade che la parola sovranismo perde significato e ci rimettono gli agricoltori e gli allevatori.

Questo perché quest’ultimi, strozzati da norme fiscali e sanitarie paurose su cui la Coldiretti poco può fare,  si fanno un mazzo tanto per sbarcare il lunario tanto da chiedersi se vale la pena, a fronte di un lavoro faticosissimo (la terra è bassa si dice in Umbria), ricavare guadagni di sussistenza con relativa ansia da prestazione.

Di conseguenza si abbandonano le campagne e gli appennini con oliveti non curati che a vederli in tale stato piange il cuore dato che i costi di produzione sono più alti rispetto ai guadagni.

Stessa cosa per l’ovinicoltura laddove  negli appennini resistono pochi pastori e poche pecore tanto che trovare un formaggio, come dio comanda,  ci si deve iscrivere alla massoneria e diventando le nostre dolci colline praterie per i cinghiali che finiscono l’opera di distruzione del territorio perché terre oramai incolte.

E avanzando il green deal con pale eoliche e pannelli fotovoltaici che devastano l’impareggiabile paesaggio Italiano, non quello dei propugnatori di tale corso che sono i tedeschi.

Il Trattato segna la svolta definitiva per ammazzare il mercato del lavoro dei nostro contadini e pastori perché è indubbio che i prodotti del sud America invaderanno l’Unione Europea  a prezzi infinitamente inferiori perché la manodopera costa meno e i controlli sanitari sono meno stringenti rispetto all’Italia dove per una mela con un verme i Nas ti fanno chiudere un ‘azienda e il supermercato di riferimento.

Per non parlare degli eventuali agenti chimici che arriveranno a deliziare il nostro palato spappolandoci il fegato perché non ci sarà  controllo né a monte né a valle dell’importazione.

La politica in generale si è sempre domandata  come far ripopolare le campagne e le nostre montagne  ma  attuando il taglio dei servizi e della sanità  di prossimità, non asfaltando strade e autorizzando – in un unico disegno criminoso – installazione di pale eoliche in posti dove c’era l’erba medica  ed orchidee selvatiche  dato che tutto e’ abbandonato a se stesso.

Ne consegue che, venendo meno l’antropizzazione delle campagne, le stesse non sono più curate  con fossi  e ruscelli intasati di tutto che al primo temporale  esonda  creando anche danni alle uniche aziende agricole che diventano le fortezze Bastiani (Dino Buzzati docet) dei nostri ricordi  campestri.

Per cui una fallace politica del territorio fatta di proclami degni dell’Istituto Luce cui si contrappone la intima presa in giro di chi – in questo caso- si spezza la schiena per garantire sì prodotti genuini ma anche quella filiera di tradizione rurale delle nostre campagne che hanno modellato le nostre terre e le nostre anime.

Sullo sfondo l’immagine di contadini con la zappa in mano e il mento e mano appoggiati sulla stessa  con lo sguardo perso tra le zolle di terra e ragionando intorno all’ennesimo tradimento governativo a scapito di chi incarna la tradizione stessa.

Ignazio Silone in Fontamara si domandava  “come può un uomo della terra rassegnarsi alla perdita della terra?” parlando del sottoproletariato dei cafoni.

Domanda che trova nel trattato Mercosur la empia risposta governativa che farà perdere – tra l’altro – la dignità estetica al paesaggio Italiano in una meccanizzazione  anche del sentimento.

E lo chiamano sovranismo.

(*) autore.

Filippo Teglia

Foligno – avvocato cassazionista penalista, pubblicista, giurista e docente universitario a contratto

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