Di Andrea Caldart (Quotidianoweb.it) Cagliari, 2 gennaio 2026 Le manifestazioni degli agricoltori a Bruxelles contro il trattato Mercosur, accordo per la liberalizzazione dell’importazione di beni e servizi da MERcato COmune SUd AmeRica, non sono folklore né eccessi corporativi: sono l’ultimo grido di un mondo produttivo che sta venendo deliberatamente sacrificato sull’altare dell’ideologia e degli interessi industriali. Mentre i trattori bloccano le strade e il fumo delle proteste sale davanti ai palazzi del potere europeo, la politica continua a recitare il suo copione ipocrita, proclamandosi “fianco a fianco” degli agricoltori mentre, nei fatti, ne firma la condanna.
Il trattato Mercosur viene venduto come opportunità, come progresso, come apertura dei mercati. In realtà è l’ennesimo schiaffo a chi produce cibo in Europa rispettando regole rigidissime, costose e spesso vessatorie. È un accordo che spalanca le porte a prodotti agricoli e zootecnici provenienti da Paesi dove le norme su pesticidi, antibiotici, benessere animale, tutela ambientale e diritti dei lavoratori sono, nella migliore delle ipotesi, più permissive; nella peggiore, semplicemente ignorate. E la domanda è tanto semplice quanto devastante: perché dovremmo accettare tutto questo?
Perché dovremmo far entrare nei nostri mercati alimenti che non rispettano gli standard che imponiamo ai nostri agricoltori? Quale logica perversa giustifica una concorrenza che non è competizione, ma dumping legalizzato? Ai produttori europei si chiede di ridurre le emissioni, di limitare i fitofarmaci, di garantire tracciabilità, qualità, sicurezza. Tutto giusto, per carità. Ma poi si importano derrate prodotte abbattendo foreste, usando sostanze vietate da decenni in Europa e comprimendo i costi grazie a regole che qui sarebbero considerate inaccettabili. Tutto questo non è libero scambio: è una truffa ai danni di chi lavora onestamente nella filiera del cibo.
E allora viene da chiedersi: cosa bolle davvero sotto? Chi trae beneficio da questo trattato? Di certo non gli agricoltori, non gli allevatori, non i territori rurali che già oggi faticano a sopravvivere. Il Mercosur risponde a logiche industriali e finanziarie, a interessi di grandi gruppi che vedono nel cibo solo una merce, una variabile di costo da comprimere, non un bene strategico né un pilastro della sovranità di un Paese. La politica, invece di difendere chi produce, si piega a queste logiche e poi osa presentarsi alle fiere agricole, stringere mani, fare promesse vuote.
Ma c’è un aspetto ancora più grave, che questi politicanti sembrano ignorare, o fingono di ignorare: la sicurezza alimentare. Indebolire l’agricoltura europea significa rendere i cittadini più dipendenti dall’estero per il cibo. Significa perdere controllo sulla qualità, sulla tracciabilità, sulla disponibilità delle derrate in momenti di crisi. Dopo pseudo-pandemie, guerre per interposta persona, blocchi logistici, davvero qualcuno pensa che affidare l’alimentazione a filiere lunghe e opache sia una scelta intelligente?
Viene spontanea una provocazione, tanto amara quanto necessaria: ma questi politici mangiano? Si nutrono degli stessi alimenti che arrivano sulle tavole dei cittadini comuni, o vivono in una bolla dove il cibo è solo una voce di bilancio? Perché chi ha davvero a cuore la sicurezza alimentare, la salute pubblica e il futuro dei territori rurali non può sostenere un accordo che mette tutto questo a rischio.
Le proteste di Bruxelles non sono contro il commercio in sé, ma contro una politica che ha smesso di distinguere tra apertura e svendita. Se il prezzo del Mercosur è la distruzione dell’agricoltura europea e l’indebolimento della sicurezza alimentare, allora non è progresso: è irresponsabilità. E prima o poi, il conto lo pagheranno tutti. Non solo gli agricoltori.
Foto copertina: immagine generata dall’AI
















































