L’espressione deriva direttamente dall’articolo 101 della Costituzione secondo cui “la giustizia è amministrata in nome del popolo e i giudici sono soggetti soltanto alla legge.”
L’espressione nasce dalla rottura col passato monarchico, quando le sentenze venivano emesse “in nome di Sua Maestà il Re”. Col passaggio infatti alla Repubblica, lo Stato Italiano ha cambiato la sua struttura riconoscendo quale fonte ultima della sovranità non il sovrano, non il governo o altra autorità superiore, ma (solo) il popolo italiano.
La solennità della formula giuridica non rappresenta un timbro burocratico o una semplice frase di rito, è un principio costituzionale.
“In nome del popolo italiano” esprime un impegno reverenziale nei confronti di chi detiene la sovranità, una sorta di promessa di fedeltà alla Carta Costituzionale.
Il giudice, dunque, non parla a nome proprio e non rappresenta un potere personale. Egli amministra la giustizia in quanto organo della Repubblica, di quella comunità di cittadini, cioè, che la Costituzione definisce sovrana.
La vicenda del gioielliere Mario Roggero, condannato per il duplice omicidio avvenuto durante una rapina nel suo negozio, ha riaperto una delle domande più scomode e dolorose della nostra Repubblica: ma il popolo italiano riesce ancora a riconoscersi nelle sentenze pronunciate in suo nome?
La sentenza Roggero, pronunciata da giudici indipendenti, è sicuramente tecnicamente corretta e motivata secondo le leggi vigenti.
Lascia però aperta una domanda politico-sociale ineludibile: Roggero e la sua famiglia sono o non sono (anche loro) il popolo italiano?
O meglio, il gioielliere che ha reagito contro dei malviventi (da solo contro 3) nell’esclusivo intento di proteggere la propria famiglia e i propri beni, ha agito o no a difesa di ciò che il popolo italiano ritiene essere il bene supremo? (Famiglia e proprietà privata appunto?)
Le circa 135.000 persone che in pochi giorni hanno firmato una petizione a favore della grazia a Roggero, sono o non sono il popolo italiano?
La giustizia non vive soltanto nei codici. Vive anche sul rapporto di fiducia tra Cittadini e Stato. Ed è questo rapporto che va salvaguardato in ogni modo.
La querelle di questi giorni tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lascia l’amaro in bocca.
Dov’è il popolo italiano?
La formula “In nome del popolo italiano” rischia ormai di diventare solo un’insegna a neon montata su un negozio in rovina, in cui solo i topi (d’appartamento e non solo) la fanno da padrone.
SatiLeaks by Gianfranco Colella per quotidianoweb.it














































