È quello che avvolge le campagne italiane mentre le decisioni vengono prese lontano, in luoghi dove la terra è solo una riga di bilancio e non una responsabilità collettiva. In nome di un presunto progresso, la politica ha accettato un ruolo subalterno, rinunciando a difendere chi garantisce cibo, presidio del territorio e continuità sociale.
La rabbia che esplode nelle piazze non nasce dal nulla. È la risposta diretta a una decisione assunta nelle stanze del potere europeo, dove una larga convergenza di governi ha scelto di procedere comunque, ignorando le conseguenze sui territori. Solo pochi Paesi membri quali, Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, hanno provato a frenare votando contro, sollevando obiezioni che però non hanno scalfito l’esito finale. Il risultato è stato un via libera che ha acceso la miccia della protesta: chi produce e alleva ha compreso di essere stato messo definitivamente ai margini, sacrificato in nome di equilibri politici e interessi economici che nulla hanno a che vedere con la sopravvivenza delle campagne.
L’Italia non sta semplicemente firmando intese commerciali: sta accettando una nuova forma di dipendenza. Un colonialismo elegante, senza eserciti ma con contratti, imposto da un modello economico che arriva da Oltreoceano e che riduce l’Europa a mercato di consumo. Queste scelte non nascono nei campi e nemmeno nei territori, ma in un sistema finanziario globale che detta le regole e pretende obbedienza.
Il confronto tra chi produce qui e chi produce dall’altra parte dell’Atlantico è volutamente falsato. Da un lato, chi coltiva è sommerso da obblighi, controlli, vincoli, investimenti continui per rispettare criteri sempre più stringenti. Ogni ettaro è sorvegliato, ogni pratica regolata, ogni errore punito. Dall’altro lato, estensioni immense vengono sfruttate con logiche industriali, dove la terra è consumata, il lavoro è compresso e l’impatto ambientale è un dettaglio sacrificabile sull’altare del prezzo più basso.
Non è competizione: è asimmetria strutturale. È come far correre un atleta appesantito da catene contro chi parte libero, e poi accusare il primo di essere inefficiente. Questo squilibrio non è un effetto collaterale, ma il cuore del progetto: abbattere i costi globali scaricando il peso sociale ed economico su chi non ha strumenti per difendersi.
In questo schema, l’Europa assume il ruolo di colonia raffinata. Produce regole, burocrazia e narrazioni etiche, ma importa ciò che vieta sul proprio territorio. Si predica sostenibilità mentre si incentiva un modello che la nega nei fatti. Si parla di sicurezza alimentare mentre si distrugge la capacità di produrre in casa.
La politica italiana, invece di opporsi, accompagna questo processo. Accetta il racconto secondo cui non esistono alternative, si allinea alle direttive e abbandona chi lavora la terra a una concorrenza impossibile. Il risultato è una desertificazione economica e sociale che avanza in silenzio, tra aziende che chiudono e territori che perdono identità.
Chi resta nei campi non è arretrato, ma resistente. Difende un modo di produrre che tiene insieme lavoro, ambiente e comunità. Ma in un sistema che risponde a interessi lontani e concentrati, questa resistenza viene vista come un problema da eliminare.
Se questo è il futuro immaginato, allora non si tratta più di sviluppo, ma di sottomissione. Un continente che rinuncia alla propria autonomia produttiva rinuncia anche alla propria libertà. E quando il cibo diventa una merce qualsiasi, chi lo produce diventa superfluo.
Foto copertina: immagine generata dall’AI

















































