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Lo Champagne non è soltanto un brindisi ma un’economia che resiste al tempo

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Oltre seimila visitatori a Bologna per Champagne Experience 2026. Dietro le bollicine più celebri del mondo si nascondono imprese, famiglie, territori e un modello economico che oggi affronta nuove sfide.

Di Mario Vacca Parma, 14 ottobre 2026 – Ci sono vini che accompagnano un pasto, altri che raccontano un territorio e altri ancora che diventano parte della nostra memoria, lo Champagne appartiene probabilmente a tutte e tre queste categorie, ma possiede qualcosa in più, la straordinaria capacità di trasformare un momento ordinario in un’occasione da ricordare.

Una promozione, un matrimonio, una nascita, un successo professionale persino una riconciliazione.

Quando abbiamo qualcosa da festeggiare, spesso non diciamo semplicemente di voler bere del vino, diciamo che vogliamo stappare una bottiglia di Champagne.

È una differenza apparentemente insignificante, ma dal punto di vista economico racconta uno dei più grandi successi di posizionamento commerciale della storia.

Lo Champagne non vende soltanto vino, vende emozioni, appartenenza, prestigio e memoria.

Ed è proprio partendo da questa considerazione che possiamo interpretare quanto accaduto a Bologna il 4 e 5 ottobre, quando la nona edizione di Champagne Experience ha riunito oltre seimila persone intorno alle bollicine francesi più conosciute al mondo.

Per due giorni BolognaFiere si è trasformata in una sorta di ambasciata della Champagne in Italia, la manifestazione, organizzata da Excellence SIDI, realtà che riunisce ventuno tra i principali importatori e distributori italiani di vini e distillati di alta gamma, ha accolto 125 Maison, tra grandi nomi internazionali e piccoli produttori indipendenti.

Non soltanto degustazioni, dunque, ma incontri tra produttori, distributori, ristoratori, operatori del settore e appassionati.

Un appuntamento che, dopo sette edizioni a Modena ed il trasferimento a Bologna nel 2025, conferma la propria capacità di attrarre un pubblico interessato non soltanto al prodotto, ma soprattutto alla sua identità.

Il percorso espositivo è stato organizzato seguendo la geografia della Champagne, Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Côte des Blancs e Côte des Bar, oltre a uno spazio dedicato alle grandi Maison, Un percorso che ho avuto il piacere e l’onore di condividere con l’amico Mauro Loffredo, che da anni vive professionalmente il mondo del food & beverage e rappresenta sul territorio numerose e importanti aziende del settore enologico.

Una scelta che merita attenzione perché lo Champagne non è un prodotto industriale indistinto, ma l’espressione di un territorio nel quale clima, suolo, vitigni, tradizioni e competenze concorrono a determinare caratteristiche differenti. Ed è proprio questa diversità, spesso nascosta dietro l’apparente uniformità delle bollicine, a rappresentare uno dei suoi principali valori economici.

Se osservassimo soltanto i numeri dei visitatori di Bologna, potremmo immaginare un settore in continua espansione, la realtà però è più complessa. Secondo i dati ufficiali del Comité Champagne, nel 2025 le spedizioni mondiali si sono fermate a circa 266 milioni di bottiglie, contro i 326 milioni raggiunti nel 2022, sessanta milioni di bottiglie in meno nell’arco di tre anni.

Una contrazione che non può essere ignorata e che riflette diversi fenomeni,  inflazione, incertezza economica, tensioni geopolitiche, mutamento delle abitudini di consumo e una crescente attenzione alla spesa. Il consumatore contemporaneo è diventato più selettivo, acquista meno frequentemente, confronta maggiormente i prezzi e, soprattutto, pretende che il valore percepito sia coerente con quello richiesto. Lo Champagne non è immune da questi cambiamenti, anzi, proprio perché appartiene prevalentemente alla fascia premium del mercato, rappresenta un osservatorio particolarmente interessante per comprendere come stiano evolvendo i consumi.

Eppure Bologna ci consegna un segnale apparentemente contraddittorio.

Mentre diminuiscono le bottiglie vendute nel mondo, migliaia di persone continuano a cercare occasioni per conoscere, comprendere e degustare Champagne.

È la dimostrazione che una contrazione dei volumi non coincide necessariamente con la perdita di attrattività di un prodotto, il  desiderio può rimanere forte anche quando il potere d’acquisto impone maggiore prudenza.

Per comprendere realmente il fenomeno Champagne dobbiamo abbandonare per un momento il calice ed osservare l’impresa. Nel 2025 il comparto ha generato un giro d’affari di circa 5,7 miliardi di euro, attraverso una produzione commercializzata in oltre duecento destinazioni internazionali ma non stiamo parlando soltanto di vino, parliamo di agricoltura, trasformazione, logistica, commercio internazionale, distribuzione, ristorazione, turismo, comunicazione e servizi. Ogni bottiglia rappresenta il risultato di una filiera complessa, nella quale convivono grandi gruppi internazionali, imprese familiari, cooperative e piccoli viticoltori ed è forse proprio questa convivenza a rendere il modello particolarmente interessante.

Da una parte troviamo Maison capaci di investire ingenti risorse nella comunicazione, nella distribuzione e nel posizionamento internazionale, dall’altra incontriamo piccoli vigneron che spesso costruiscono il proprio vantaggio competitivo attraverso la riconoscibilità del territorio, l’identità familiare e il rapporto diretto con il consumatore.

Due modelli imprenditoriali differenti, accomunati dalla stessa denominazione, il grande marchio offre riconoscibilità, il piccolo produttore offre spesso una storia personale, entrambi contribuiscono alla costruzione del valore complessivo dello Champagne.

Tra gli aspetti più interessanti dell’edizione bolognese emerge proprio l’attenzione riservata ai piccoli produttori, la collaborazione con Champagne de Vignerons ha consentito di valorizzare ulteriormente quella parte della produzione che conserva un rapporto particolarmente diretto tra famiglia, vigneto e bottiglia.

È un fenomeno che conosco e apprezzo profondamente.

Quando si incontra un vignaiolo, infatti, non si incontra soltanto qualcuno che produce vino, si incontra una persona che spesso ha ereditato una terra, una responsabilità e una storia.

Qualcuno che deve confrontarsi ogni anno con il clima, con i costi, con la disponibilità di manodopera, con le scelte commerciali e con l’incertezza del futuro e che, nonostante tutto, continua a investire in qualcosa i cui risultati potranno essere apprezzati soltanto dopo anni.

Il vino è probabilmente uno dei pochi prodotti nei quali il tempo non rappresenta soltanto un costo, ma diventa parte integrante del valore.

Una considerazione che assume un significato ancora maggiore quando osserviamo il mondo dello Champagne, dove affinamento, immobilizzazione delle scorte e investimenti anticipati richiedono capacità finanziarie e visione imprenditoriale.

C’è un aspetto economico dello Champagne che raramente viene raccontato al grande pubblico, produrre una bottiglia non significa necessariamente poterla vendere subito.

I tempi di affinamento imposti dal disciplinare, ai quali molte Maison aggiungono periodi ben più lunghi, comportano che una parte significativa del capitale rimanga immobilizzata prima di trasformarsi in ricavo, per un’impresa questo significa sostenere costi oggi nella prospettiva di incassare domani. Significa finanziare magazzini, personale, investimenti ed attività produttive mentre il prodotto continua lentamente a maturare. Una gestione che richiede pianificazione finanziaria, equilibrio patrimoniale e capacità di prevedere l’evoluzione della domanda.

Quando il mercato rallenta, questa struttura può diventare particolarmente impegnativa, le scorte aumentano, i tempi di rotazione si allungano ed il capitale circolante assorbe maggiori risorse.

Non sorprende quindi che il Comité Champagne abbia deciso di fissare per la vendemmia 2026 una resa commercializzabile di 8.800 chilogrammi per ettaro, con l’obiettivo di contribuire al riequilibrio delle scorte rispetto alle prospettive della domanda.

È una decisione che racconta molto bene la capacità di governo economico di questa denominazione.

Perché anche il prodotto più prestigioso del mondo deve fare i conti con una regola fondamentale dell’economia: non basta saper produrre, bisogna saper programmare quanto produrre, quando vendere e a quale mercato rivolgersi.

 

L’Italia rappresenta un mercato particolarmente interessante per lo Champagne. Secondo i dati ufficiali relativi al 2025, il nostro Paese si colloca al sesto posto tra i mercati esteri della denominazione, con circa 7,8 milioni di bottiglie e un valore delle spedizioni dalla Champagne di circa 210 milioni di euro, al netto delle imposte, numeri significativi, soprattutto se consideriamo che l’Italia possiede una delle più importanti tradizioni spumantistiche del mondo.

Prosecco, Franciacorta, Trentodoc e numerose altre denominazioni rappresentano eccellenze riconosciute a livello internazionale eppure lo Champagne continua ad esercitare un fascino particolare.

Non necessariamente perché sia migliore di qualsiasi spumante italiano ma perché è riuscito a costruire, attraverso generazioni, un’identità riconoscibile e un’associazione quasi universale con il prestigio e la celebrazione.

Questo dovrebbe far riflettere anche le nostre imprese la qualità è indispensabile, ma da sola non sempre basta occorrono organizzazione, continuità, distribuzione, comunicazione e soprattutto una visione collettiva capace di valorizzare il territorio oltre il singolo produttore.

Lo Champagne insegna che il successo internazionale non nasce soltanto dalla bravura di un’azienda.

Nasce anche dalla capacità di tante imprese di riconoscersi in un patrimonio comune.

 

C’è poi un’altra questione che il settore non può permettersi di sottovalutare, il rapporto delle nuove generazioni con il vino sta cambiando. Il consumo non è più necessariamente legato alla quotidianità e cresce l’attenzione verso moderazione, benessere, sostenibilità e qualità dell’esperienza.

Per un prodotto come lo Champagne questo cambiamento rappresenta contemporaneamente una minaccia e un’opportunità, una minaccia, perché potrebbe ridurre ulteriormente la frequenza degli acquisti, un’opportunità, perché il consumatore che beve meno potrebbe essere disposto a scegliere meglio, attribuendo maggiore importanza alla provenienza, alla storia e alla qualità.

Ma attenzione: non è un risultato automatico. Le imprese dovranno saper raccontare il proprio prodotto senza affidarsi esclusivamente al prestigio costruito nel passato.

Dovranno dialogare con un pubblico diverso, più informato, più curioso e spesso meno condizionato dalla notorietà delle grandi etichette.

In questo senso, il successo delle masterclass di Bologna rappresenta un segnale interessante, il  pubblico non cerca soltanto un bicchiere da degustare ma vuole conoscere il territorio, comprendere le differenze tra i produttori, scoprire i vitigni e capire quali scelte si nascondano dietro una bottiglia.

Il consumatore non vuole più soltanto acquistare un prodotto. Vuole comprendere ciò che acquista.

Champagne Experience rappresenta anche un esempio di come una manifestazione specializzata possa generare valore ben oltre il proprio settore. Oltre seimila presenze significano movimento di persone, pernottamenti, ristorazione, trasporti, servizi e opportunità commerciali.

Non disponiamo di una quantificazione ufficiale dell’indotto economico prodotto dall’edizione 2026, ma è evidente che un appuntamento di questa dimensione coinvolga una filiera di attività che va ben oltre gli espositori.

Per Bologna, città che ha costruito una parte importante della propria identità economica intorno alle manifestazioni fieristiche, eventi di questo genere rappresentano occasioni di attrazione e posizionamento.

Per gli operatori del vino, invece, costituiscono strumenti di relazione commerciale perché una fiera non dovrebbe essere valutata soltanto attraverso il numero dei visitatori.

Il vero risultato si misura anche nei contatti sviluppati, nelle collaborazioni avviate, nei nuovi mercati raggiunti e nelle opportunità che continueranno a produrre effetti nei mesi successivi.

Da questo punto di vista merita attenzione anche il ruolo di Excellence SIDI l’organizzazione riunisce ventuno imprese che, pur operando individualmente sul mercato, hanno scelto di collaborare per costruire un progetto comune. Un modello nel quale la collaborazione tra operatori diventa uno strumento per generare valore collettivo.

Non è un dettaglio.

In un sistema economico come quello italiano, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese, la capacità di fare rete rappresenta spesso la differenza tra rimanere confinati nel proprio mercato e costruire opportunità di crescita.

 

La nona edizione di Champagne Experience si è conclusa con un bilancio positivo. Oltre seimila visitatori, 125 Maison, una partecipazione significativa alle degustazioni e alle masterclass, insieme a una proposta gastronomica valorizzata dalla collaborazione con Vicook, società di ristorazione della famiglia Cerea.

Il presidente di Excellence SIDI, Guido Folonari, ha sottolineato come lo Champagne continui a rappresentare un riferimento per immagine, valore percepito e capacità di attrazione ma il risultato più interessante non riguarda soltanto i numeri riguarda la capacità di un settore storico di continuare ad interrogarsi sul proprio futuro perché nessuna impresa, nessun territorio e nessuna denominazione possono pensare di vivere indefinitamente della reputazione conquistata dalle generazioni precedenti.

La storia rappresenta un patrimonio.

Non può diventare un alibi.

Occorre continuare ad investire, innovare, comprendere i consumatori e affrontare le trasformazioni del mercato.

Ed è forse proprio questa la lezione più importante che arriva da Bologna.

 

Quando osserviamo le bollicine risalire lentamente in un calice, raramente pensiamo al capitale immobilizzato in cantina, ai rischi dell’imprenditore, alla fatica del vignaiolo o alle scelte commerciali di chi dovrà portare quella bottiglia dall’altra parte del mondo.

Vediamo il risultato.

Non il percorso.

Eppure, dietro ogni Champagne, ci sono uomini e donne che hanno lavorato per anni prima di conoscere il destino economico del proprio prodotto.

Ci sono famiglie che hanno tramandato competenze, imprese che hanno attraversato crisi, generazioni che hanno saputo trasformare un territorio in un simbolo internazionale.

Forse è proprio questo che dovremmo imparare a riconoscere quando scegliamo una bottiglia.

Non soltanto il prestigio dell’etichetta.

Ma il valore del lavoro che contiene.

Bologna, per due giorni, ha avuto il merito di ricordarcelo.

E se è vero che lo Champagne accompagna da sempre i momenti nei quali celebriamo qualcosa di importante, forse dovremmo ricordare che il suo successo nasce proprio da ciò che ogni imprenditore conosce bene: la capacità di lavorare oggi per costruire un risultato che arriverà domani.

Perché il vero lusso non è soltanto poter brindare a un successo. È aver avuto il coraggio, la pazienza e la visione necessari per costruirlo.

La Bussola d’Impresa – Mario Vacca

“Mi presento, sono nato a Capri nel 1973, la mia carriera è iniziata nell’impresa di famiglia, dove ho acquisito la cultura aziendale ed ho potuto specializzarmi nel management dell’impresa e contestualmente ho maturato esperienza in Ascom Confcommercio per 12 anni ricoprendo diverse attività sino al ruolo di vice presidente.

Per migliorare la mia conoscenza e professionalità ho accettato di fare esperienza in un gruppo finanziario inglese e, provatane l’efficacia ne ho voluta fare una anche in Svizzera.

Le competenze acquisite mi hanno portato a collaborare con diversi studi di consulenza in qualità di Manager al servizio delle aziende per pianificare crescite aziendali o per risolvere crisi aziendali e riorganizzare gli assetti societari efficientando il controllo di gestione e la finanza d’impresa.

Un iter professionale che mi ha consentito di sviluppare negli anni competenze in vari ambiti, dalla sfera Finanziaria, Amministrativa e Gestionale, alle dinamiche fiscali, passando attraverso esperienze di “start-up”, M&A e Turnaround, con un occhio vigile e sempre attento alla prevenzione del rischio d’impresa.

Un percorso arricchito da anni di esperienza nella gestione di Risorse Umane e Finanziarie, nella Contrattualistica, nella gestione dei rapporti diretti con Clienti e Fornitori, nella gestione delle dinamiche di Gruppo con soci e loro consulenti.

Nel corso degli anni le esperienze aziendali unite alle attitudini personali mi hanno permesso di sviluppare la capacità di anticipare e nel contempo essere un buon risolutore dei problemi ordinari e straordinari delle attività.

Il mio agire è sempre stato caratterizzato da entusiasmo e passione in tutto quello che ho fatto e continuo a fare sia in ambito professionale che extra-professionale, sempre alla ricerca dell’innovazione e della differenziazione come caratteristica vincente.

La passione per la cultura mi ha portato ad iscrivermi all’Ordine dei Giornalisti ed a  scrivere articoli di economia pubblicati nella rubrica “La Bussola d’Impresa” edita dalla Gazzetta dell’Emilia ed a collaborare saltuariamente con altre testate.

La stessa passione mi porta a pianificare ed organizzare eventi non profit volti al raggiungimento di obiettivi filantropici legati  alla carità ed alla fratellanza anche attraverso  club ed associazioni locali.

Mi piace lavorare in squadra, mi piace curare le pubbliche relazioni e, sono convinto che l’unione delle professionalità tra due singoli, non le somma ma, le moltiplica.

Il mio impegno è lavorare sodo con etica, lealtà ed armonia.”

Contatto Personale: mvacca@capri.it

Profilo Professionale: https://www.gazzettadellemilia.it/economia/itemlist/user/981-la-bussola-soluzioni-d-impresa.html

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