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Sardegna quando la cura diventa distruzione: la zootecnia sacrificata all’illusione del controllo totale

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È un confine sottile, ma oggi, davanti alle crisi sanitarie che colpiscono gli allevamenti, come da qualche giorno è ripreso in Sardegna per via della Lumpy Skin (LSD), dermatite nodulare bovina, quel confine sembra essere stato superato senza un vero dibattito pubblico, esattamente come l’estate scorsa.

L’idea dominante è semplice, brutale e apparentemente razionale: eliminare il problema alla radice, anche quando la radice coincide con intere mandrie, spesso sane. Ma è davvero questa la strada più efficace, o stiamo inseguendo una illusione pericolosa?

Dal punto di vista biologico, la malattia non è un’anomalia da cancellare: è parte integrante della vita. Ogni organismo vivente, prima o poi, si confronta con essa. Pretendere di azzerarla completamente equivale a negare la complessità stessa dei sistemi naturali. Eppure, nuovamente in Sardegna la risposta istituzionale ai pochissimi nuovi episodi di infezione negli allevamenti continua a essere quella degli abbattimenti di massa che includono anche capi non infetti.

Questa scelta non è solo eticamente discutibile; è anche scientificamente miope. Eliminando indiscriminatamente gli animali, si cancella la possibilità di individuare e valorizzare soggetti dotati di resistenza naturale o tolleranza genetica. In altre parole, si interrompe un processo evolutivo fondamentale, sostituendolo con una dipendenza totale da protocolli di pseudo biosicurezza sempre più rigidi e costosi, ma mai davvero infallibili.

Ed è qui che il ruolo del veterinario cambia natura. Da medico chiamato a curare, si trasforma in esecutore di politiche sanitarie, spesso orientate più alla gestione economica del rischio che alla tutela della vita animale. Una trasformazione che solleva interrogativi profondi: chi decide davvero? E in base a quali priorità?

Il nodo politico è centrale. Gli abbattimenti vengono giustificati come misura necessaria per contenere la diffusione delle malattie e proteggere il mercato. Ma a quale prezzo? Lo Stato interviene con indennità per compensare gli allevatori, ma queste compensazioni sono davvero adeguate? Arrivano in tempi utili? E soprattutto: coprono il valore reale di ciò che viene perso, cultura, sacrifico, storia, identità?

Perché qui non si parla solo di numeri o di capi di bestiame. Si parla di anni di selezione genetica, di investimenti, di identità produttive locali. Si parla di famiglie che vedono svanire il lavoro di una vita, spesso con il loro stesso consenso, ottenuto sotto la pressione di normative stringenti e alternative inesistenti. L’indennizzo economico, quando arriva, raramente compensa il danno complessivo: economico, sociale e psicologico.

Nel frattempo, le risorse pubbliche vengono assorbite da questo meccanismo di distruzione e compensazione. Si spendono cifre ingenti per eliminare valore già prodotto, invece di investirle in prevenzione strutturale, ricerca su resistenze naturali, miglioramento delle condizioni di allevamento. È una logica che appare più reattiva che strategica, più orientata a spegnere incendi che a costruire sistemi resilienti.

E poi c’è il tema, spesso ignorato, della biodiversità. L’idea di poter eradicare ogni virus attraverso l’eliminazione sistematica dei batteri è non solo irrealistica, ma anche dannosa. Ogni abbattimento di massa riduce la variabilità genetica delle popolazioni animali, rendendole nel lungo periodo più vulnerabili. È un paradosso: nel tentativo di rendere il sistema più sicuro, lo si rende più fragile.

Le stalle diventano ambienti sempre più chiusi, controllati, quasi sterilizzati. Ma questo modello di prigionia ha un costo elevato sul benessere animale. Stress, sovraffollamento, isolamento: fattori che indeboliscono le difese immunitarie. E quando un patogeno riesce comunque a entrare, trova un terreno ideale per diffondersi rapidamente, proprio perché manca una memoria immunitaria diffusa.

In Sardegna continua a circolare un forte sospetto: che, come già accaduto ai tempi dello scandalo della Lingua Blu, il contagio possa essere legato alla somministrazione dei vaccini a mRNA. Allo stesso tempo, si percepisce che molti allevatori finiscano per cedere, logorati dalla pressione mediatica e dalla situazione generale.

C’è poi un aspetto economico non secondario: i capi non vaccinati diventano di fatto invendibili. Questo mette gli allevatori di fronte a una scelta difficile, che spesso si traduce nel silenzio e nell’accettazione di un ristoro economico limitato per ogni animale, secondo quanto imposto dalle disposizioni europee.

Il nodo centrale, però, è un altro: andando avanti in questo modo, il rischio concreto è la scomparsa della razza bovina sarda. Al suo posto, aumenterebbero le importazioni di carne proveniente da allevamenti intensivi esteri, con tutte le conseguenze che ciò comporta sia sul piano economico che su quello della qualità e dell’identità del territorio.

Di fronte a tutto questo, la domanda non può più essere rimandata: stiamo davvero operando nell’interesse collettivo? O stiamo seguendo un modello che privilegia la standardizzazione e la gestione economico-industriale a scapito della complessità biologica e sociale?

Forse è il momento di rimettere in discussione alcuni assunti di base ovvero, che la convivenza con alcune malattie, se gestita con intelligenza, può essere meno distruttiva della loro eliminazione forzata. E che la vera sicurezza non nasce dall’isolamento totale, ma dalla resilienza dei sistemi viventi.

Continuare su questa strada significa accettare una progressiva erosione del patrimonio zootecnico, della biodiversità e del tessuto rurale. Significa trasformare la medicina veterinaria in uno strumento di controllo più che di cura. E significa, soprattutto, ignorare una verità scomoda: la natura non si piega alle logiche di semplificazione. E ogni tentativo di forzarla ha un prezzo.

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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