Non è il clima a essere cambiato: è il modo in cui si decide sul clima

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Ma c’è una verità che raramente arriva sulle prime pagine: il clima non è solo cambiato. È entrato nei centri decisionali del potere.

Oggi l’atmosfera non è più soltanto osservata, misurata, studiata. È oggetto di pianificazione, di investimenti, di brevetti, di programmi governativi. Non per “capire” cosa succede, ma per programmare come intervenire.

Questa non è un’opinione: è ciò che emerge leggendo documenti ufficiali, report istituzionali, bandi pubblici e atti di agenzie ambientali.

Nel documento del 1996 “Possedere il clima entro il 2025, gli USA spiegavano chiaramente il loro piano: mettere le mani sul clima mondiale attraverso accordi con i governi di ogni Stato. In Italia tali accordi sono stati siglati nel 2002 da Berlusconi e successivamente confermati da Meloni, consentendo una collaborazione per la manipolazione climatica a livello globale.

Il controllo degli eventi meteorologici rappresenta un’arma estremamente potente. È possibile generare alluvioni, siccità ed eventi estremi di ogni genere, alterare le frequenze e modificare l’irraggiamento solare. Si possono distruggere agricoltura e allevamenti per costringere i proprietari a svendere le terre, avvelenare acqua, aria e suolo, contaminare i prodotti alimentari e affamare le popolazioni locali.

Il punto, allora, non è gridare al complotto. Il punto è molto più inquietante: ci stiamo abituando all’idea che il cielo possa diventare una leva politica e tecnologica, mentre al pubblico viene raccontata una storia semplificata, quasi infantile.

Negli Stati Uniti, in Europa, nel Regno Unito, la parola d’ordine non è più solo “ridurre le emissioni”. È gestire il rischio climatico. E quando un problema viene trattato come rischio, entra automaticamente nel linguaggio della sicurezza, della governance, dell’eccezione, dell’emergenza.

Si studiano tecniche per riflettere la luce solare. Si finanziano programmi di “raffreddamento climatico”. Si sviluppano sistemi per rilevare aerosol anomali in atmosfera, come se qualcuno, oggi o domani, potesse rilasciarli.

La narrazione ufficiale insiste: solo ricerca, nessun utilizzo operativo.
Ma la storia ci ha insegnato una cosa semplice: quando si costruisce un apparato tecnico, prima o poi qualcuno chiederà di usarlo. Ma chi lo decide?

In assenza di una governance globale vincolante, il vuoto decisionale non resta mai tale: viene occupato e così il mercato corre, l’Europa vive un limbo e l’Italia osserva.

Negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone lo spazio è già stato colonizzato dal capitale tecnologico, che sperimenta, brevetta, propone soluzioni e poi chiede alle istituzioni di inseguire e in Europa invece, come stanno le cose?

L’Unione Europea non parla il linguaggio dell’entusiasmo tecnologico, ma quello della poca trasparenza politica. Nei documenti ufficiali, nelle raccomandazioni scientifiche e nei pareri dei comitati etici, la solar geoingegneria non è molto chiaro come venga celebrata. Non a caso Bruxelles prova a evocare una moratoria sull’uso di queste tecnologie, distinguendo nettamente tra ricerca teorica e intervento operativo.

Tutto questo è un segnale non risolutivo, anzi di pseudo limbo. Perché mentre in Europa si fa credere di discutere di limiti, altrove si costruiscono capacità. E la storia insegna che chi costruisce le infrastrutture, prima o poi, detta le condizioni.

In questo scenario l’Italia occupa una posizione ancora più defilata, quasi silenziosa. Non esistono programmi nazionali dichiarati di solar radiation modification, né prese di posizione pubbliche forti. L’approccio italiano si muove dentro il perimetro europeo: attenzione etica, adesione al principio di precauzione, centralità della ricerca climatica tradizionale attraverso enti pubblici come università e centri di ricerca.

Ma proprio questo silenzio è parte del problema. Perché non prendere posizione significa accettare che le decisioni vengano prese altrove, salvo poi subirne le conseguenze.

Nel frattempo, il mercato globale va avanti. Startup che monetizzano l’idea del “raffreddamento”. Aziende che progettano tecnologie proprietarie per intervenire sulle nubi o sulla radiazione solare. Organizzazioni che, finanziando ricerca mirata, finiscono per orientare l’agenda scientifica internazionale.

Non è illegale è molto peggio: è già normalizzato.

E mentre l’Europa fa finta di mettere argini e l’Italia resta alla finestra, si consolida un fatto politico difficilmente reversibile: la gestione del clima diventa una competenza tecnica per pochi, non una scelta democratica per molti.

Quando un’impresa privata può spingersi fino a test ambientali e solo dopo arriva una reazione istituzionale, il messaggio è chiaro: le regole non precedono l’azione, la inseguono. Ed è esattamente così che si costruiscono i “fatti compiuti”.

E rimangono le domande che nessuno vuole fare perché il vero scandalo non è tecnologico, è solo politico e quindi, chi ha il diritto di intervenire sull’atmosfera? Chi decide quale regione può raffreddarsi e quale pagherà il prezzo? Chi risponde se un’alterazione “sperimentale” produce effetti imprevisti?

Perché una cosa è parlare di modelli climatici, un’altra è toccare il termostato del pianeta, anche solo in teoria e facciamo attenzione ad una scienza senza legittimità democratica perché diventa potere opaco.

Dire che “il clima è cambiato” sposta tutto sul piano dell’inevitabile. Dire che il clima è oggetto di una possibile manipolazione, invece, apre domande scomode.

E allora si preferisce il silenzio. O, peggio, la ridicolizzazione di chi osa porre il problema.

Ma i documenti esistono (vedi allegato) e noi ne abbiamo ricostruito davvero molti e li pubblichiamo. I finanziamenti sono pubblici. Le strutture di governance sono in costruzione.

Siamo di fronte a una trasformazione storica del rapporto tra potere e natura. Perché il vero punto del dibattito non è negare il cambiamento climatico, ma chi lo manipola. E l’altro è quello di rifiutare che la sua gestione avvenga senza un dibattito pubblico reale.

Perché quando l’atmosfera entra nei bilanci, nei brevetti e nelle strategie di sicurezza, non è più solo ambiente. È sovranità. È disuguaglianza. È potere.

E il potere, se non viene discusso alla luce del sole, finisce sempre per agire nell’ombra, anche quando guarda al cielo.

Link utili:

https://www.nogeoingegneria.com/wp-content/uploads/2014/03/Possedere_il_clima_entro_il_2025.pdf

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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