Ora d’aria. Il silenzio discreto del lavoro.

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“Il canile è il nostro specchio. Riflette la nostra immagine. Come trattiamo gli animali la dice lunga sulla società”. Ne definisce il profilo di civiltà e umanità.

Scolpisce sulla pietra chi siamo.

E’ un pensiero scivolato fuori in spontaneo sincrono dal dialogo-intervista con Isabella Bertoldi, Presidente della Cooperativa sociale La Fenice, l’organizzazione gerente del canile di Cella di Reggio Emilia.

La Fenice non si occupa solo della gestione della struttura ma promuove anche percorsi di formazione e di sensibilizzazione.

Il rischio di scivolare nella sconfinata terra dei massimi sistemi è molto alto, con Isabella Bertoldi. L’organizzazione del rifugio per cani e gatti di Cella è tema complesso. Con lei si finisce per parlare di relazioni: con i cani, con i gatti, con gli operatori della cooperativa, con i volontari, con le persone e le famiglie che si propongono per le adozioni.

E con le persone e le famiglie che per cause di forza maggiore sono costrette ad affidare i loro quadrupedi al canile; a quelle che in modo superficiale acquistano e abbandonano; a quelle che accolgono con consapevolezza bassa un cane senza mettere in conto quanto e come possano cambiare i ritmi di vita, le abitudini, e di quanto possano intensificarsi gli impegni di cura, accudimento e di relazione con il nuovo componente della famiglia, gatto o cane che sia.

Istruttrice cinofila, formatrice, oggi vice-Presidente dell’Enpa, dopo  un periodo alla Presidenza: la testimonianza di Isabella Bertoldi lascia intendere un background culturale di spessore. E’ da qui che scaturiscono i motivi di slittamento verso i massimi sistemi.

Nella quotidianità il lavoro della gestione del canile richiede di andare al punto in modo efficace.  Allora, i cani accolti. Come arrivano e perché arrivano i cani, qui; perché non se ne vanno e perché ritornano quando è possibile rintracciare i proprietari e riaffidare alle loro attenzione il quadrupede disperso; come vengono accolti, curati, accuditi gli animali.  Quanto e come sono ascoltati e accompagnati in una traiettoria esistenziale che si pone l’obiettivo di restituire loro dignità e qualità della vita. E la potenza emotiva della relazione.

Entriamo di nuovo nel canile-rifugio di Cella, Reggio Emilia.

La strada verso il rifugio.

A Cella, arrivando da Milano, al semaforo svoltare a sinistra. La direzione del canile comunale è indicata. Si va verso la pianura, modulata verso la più autentica versione padana.

Si allontana il nucleo urbano della via Emilia e l’abitato si stempera gradualmente, una direttrice con abitazioni ai lati, poi piccoli gruppi di case, infine case sole.  Una qui e una in lontananza. La carreggiata si restringe e cammina sul saliscendi dei canali. Che tralignano lo sguardo e lo richiamano verso la rete di vapori e fumi e nebbie intrappolati nel verde bagnato dell’erba. Il cemento dei ponticelli a scavalco delle acque, la ferrovia e i pannelli fono assorbenti: tutto è paesaggio padano. Come la via Emilia.

Fumi di nebbia; vapore dalla terra.

Veli di grigi intermedi interrotti da sprazzi di verde e di cielo imbronciato di nubi invernali.

Campi solcati da corsi d’acqua. Strade strette con argini con declivio sfumato. Il tronco dell’alta velocità da una parte, a sinistra il canale di San Silvestro e a destra il torrente Modolena. Presenze silenziose ma prepotenti: l’ultima volta dell’acqua alta è datata dicembre 2024.

Si arriva al canile per strade con curve a gomito e tratti di saliscendi dall’asfalto bucato dalle intemperie e dal clima.

Un paesaggio padano e piatto, confuso nelle cortine di nebbia e nei vapori fumosi delle brume d’inverno.

Scenario duro ma letterario. Odi et amo, direbbe Valerio Catullo. Un posto da scarpe grosse.

L’ultimo tratto di strada sbrecciata supera un nucleo abitativo mobile, frequentato da persone di origine Rom. Poi, il cancello d’ingresso.

I lavoratori.

Viene qui chi ha una motivazione etica forte. Chi nel profondo crede che il benessere degli animali ci riguardi. Perché ci identifica. E perché fotografa in modo deciso e schietto la faccia di una società.

La Fenice gestisce il canile comunale di Cella di Reggio Emilia dal 2020. Un impegno triennale, raddoppiato fino alla fine del 2026. Alla fine dell’anno, una nuova gara d’appalto. Nei fatti emerge un dialogo agile e diretto tra Ente gestore e Comune.

Per una parte dell’attuale gruppo di lavoro l’impegno nell’accoglienza rivolta a cani e gatti è iniziato negli anni Novanta. Alla fine degli anni Novanta, nel 1998, il Comune ha acquistato l’area ed è iniziata la gestione del canile comunale.

A gestirlo, una squadra sempre più competente a garanzia della continuità e del miglioramento. La cooperativa La Fenice conta una manciata di soci, sette lavoratori dipendenti che si occupano del canile e tre persone impegnate al gattile. A complemento, settanta volontari si alternano, ruotano, supportano. Garantiscono la loro presenza nei turni proposti. Arrivano puntuali. Se ne vanno spesso in ritardo sulla loro personale tabella di marcia. Quando non possono presentarsi per motivi personali anticipano oppure posticipano il loro contributo in un giorno diverso rispetto alle abitudini. Collaborazione e dialogo tra operatori e volontari sono costanti.

Figure silenziose, non celebrate dalla grancassa dell’informazione. Presenze discrete ma impegnate in attività regolari e intense tanto da dimenticare l’insidia dell’umidità.

Questa è la prima immagine del canile, osservando con i piedi fuori dal cancello dell’ingresso principale. Il deserto del piazzale inaspettatamente si anima: un’auto che parte; un operatore esce dalla griglia di ingresso di uno dei corridoi; qualcun altro transita velocemente verso il parallelepipedo di servizio con una pettorina e un guinzaglio in mano. Dopo averli scelti con attenzione.

I criteri di selezione per i lavoratori impegnati al rifugio canile sono strettamente intrecciati alla motivazione, all’esperienza, all’attitudine e alla predisposizione fisica. “E alla formazione e alla conoscenza degli animali e alle loro modalità di relazione”, sottolinea Isabella Bertoldi.

“Il nostro lavoro si ispira soprattutto al well being più che al welfare. Ci impegniamo per garantire benessere ed equilibrio psico-emotivo agli ospiti, un obiettivo che si pone a un livello superiore della scala dei bisogni rispetto al welfare. Il welfare, inteso come generale benessere degli animali, non è più sufficiente. L’accudimento puro e semplice è importante ma rappresenta la base dalla quale partire.”

Anche la Presidente ha collaborato come volontaria. E’ così che si è avvicinata alla cinofilia e alla relazione con gli animali, valorizzando la consapevolezza dell’esperienza con la formazione. “Ho avuto la fortuna di frequentare i corsi di Roberto Marchesini, presso Siua – Scuola di interazione tra uomo e animale.”, spiega. Una base sicura che l’ha accompagnata fino alla docenza in diversi corsi di alta formazione e master organizzati da Università italiane per le figure professionali di specifica competenza in ambito cinofilo.

Well being è il livello superiore del welfare: la cooperativa è cresciuta professionalmente “ma ormai i canili in generale stanno andando in questa direzione” – dice Isabella Bertoldi.

Torniamo al rifugio di Cella. C’è un rapporto definito tra il numero di cani accolti e il numero di lavoratori dipendenti? “Nessun rapporto. Perché questo è un indicatore fuorviante. Un pitbull richiede un impegno molto più intenso rispetto ad altre tipologie di cani. Questi cani hanno necessità di uscire al guinzaglio e di camminare, di sgambare in autonomia senza entrare in contatto ravvicinato con altri cani. Un pit richiede più tempo e impegno rispetto ai cani da caccia oppure ai meticci. Una volta potevamo creare gruppi di uscita, ma ora non è più possibile. Il lavoro è rallentato. Meglio centocinquanta segugi di quaranta pitbull”, commenta. Fra le righe della attuale descrizione del lavoro emerge l’evoluzione degli accolti: dai meticci e dai segugi degli anni Novanta fino ai pitbull, la tipologia maggiormente rappresentata nel canile.

La struttura.

Difficile scattare una fotografia senza una presenza. A sinistra del piazzale cubature edilizie basse, dove hanno sede un piccolo ufficio con il gatto mascotte al controllo sul tavolo della Presidente e altri ambienti di lavoro e di supporto. A destra, con le spalle rivolte al cancello di ingresso, le tre così dette stecche, cioè le strutture a pianta rettangolare che ospitano i box, che nel caso del canile di Cella possiamo chiamare le case dei cani ospiti. Stecca A e stecca B: sono contigue. La stecca C è all’esterno, più lontana sul lato destro, una volta entrati nel piazzale e con le spalle rivolte al cancello di ingresso. A fianco della stecca C, il parallelepipedo che ospita le case dei cani codificate come “isolamento”.

Alla stecca A sono diciassette, gli ospiti.  Circa lo stesso numero di ospiti alla stecca C. La stecca B è andata sott’acqua e ha subito i danni maggiori nel dicembre del 2024, quindi la densità abitativa è più bassa. I box dell’isolamento sono quattordici ma non sono pieni. Le dimensioni dei box sono in linea con le direttive legislative nazionali: oltre nove metri quadrati per i cani di taglia grande. Gli spazi sono ampi, manutenuti costantemente, riscaldati, con spazi al coperto e in alcuni box la possibilità di uscire all’aperto nel quadrato di terra all’esterno.

In alcune stecche, La Fenice ha introdotto concreti miglioramenti strutturali. I parallelepipedi chiamati stecche sono protetti da cancellate a griglia, per rendere sicure le uscite e gli ingressi. Molta attenzione al tema della sicurezza da parte di operatori-lavoratori dipendenti e operatori-volontari, tema all’attenzione dei frequentatori del rifugio. Pulizie regolari, quando il cane è fuori dalla casa-box, a passeggio per i campi. Cibo controllato e regolare. Due volte al giorno ma non per tutti. Per alcuni il numero di pasti è maggiore, per altri e in alcuni momenti ha una cadenza oppure un ritmo diverso. Dipende dallo stato di salute. Operatori e volontari osservano i loro amici quadrupedi: vivacità, comportamento durante la passeggiata, richieste dirette e indirette. La comunicazione tra operatore è cane rappresenta lo strumento principale del lavoro, insieme ad una osservazione costante.

Sicurezza, manutenzione degli spazi e osservazione degli ospiti: sono tutti indicatori importanti, variabili da considerare per garantire la qualità della vita.

I cani ospiti.

Sono ottanta i cani ospiti del rifugio-canile di Cella.  In passato il canile ha ospitato fino a centosettanta cani. Sul bando della gara d’appalto, il numero indicato era centoundici. Ma la capienza molto dipende dalla tipologia degli ospiti.

Partiamo dall’isolamento. Perché si chiama così e a che cosa serve una sezione destinata all’isolamento? “L’isolamento permette agli ospiti un ingresso tutelato.  Sia per i cuccioli che per i cani adulti. La prima fase dell’accoglienza è dedicata al controllo sanitario, alla visite del medico-veterinario, all’osservazione obiettiva dell’accolto, alla conoscenza delle peculiarità e delle modalità di relazione con gli altri cani e con le persone. Questa prima fase ci consente di gestire le vaccinazioni e di introdurre i cani nelle loro case-box in sicurezza. Ma il così detto isolamento lo dedichiamo anche ad ospiti che hanno necessità specifiche di controllo, osservazione e tutela. Per questo motivo, anche in questo momento in isolamento non ci sono solo cani appena arrivati al canile”, risponde Isabella Berloldi. A chi è in isolamento non sono precluse le attività di socializzazione. Nessun divieto di passeggiata con i volontari alla domenica oppure quanto possibile, sempre che non ci siano validi motivi.

Non è detto che ad ogni cane sia assegnata una casa-box. In qualche caso l’equipe degli operatori della cooperativa La Fenice, coordinati da Isabella Bertoldi, decide e organizza convivenze. E’ il caso di una coppia di cani che condividono uno spazio-box. Sono ospiti di una delle stecche più vicine alla struttura centrale. Uno dei due è di piccola taglia e l’altro di media taglia.  Sono caratterialmente compatibili: ciascuno con una peculiare condizione sanitaria. In questo caso vivere nello stesso spazio rappresenta un rinforzo positivo alla relazione e migliora la qualità della vita. E non è l’unico caso. “Alcuni cani esprimono nella loro quotidianità la tendenza a rimanere nella relazione di branco. Spontaneamente si associano in una alleanza sociale in un gruppo scelto. Quando capita cerchiamo di valorizzare questa modalità di comunicazione sociale. Li destiniamo ad un’altra struttura di accoglienza con caratteristiche che permettono la convivenza tutelata dei piccoli gruppi, del branco che si è formato.” L’intervistata fa riferimento ad un casolare molto vicino sia in linea d’aria che via terra al canile rifugio. E’ una casa colonica di grandi dimensioni sulla sinistra, arrivando dal nucleo urbano di Cella in automobile.

Vent’anni di esperienza e di formazione proposta al territorio. Vent’anni e più di osservazione. Chi arriva adesso in canile e chi arrivava vent’anni fa? “Oggi arrivano soprattutto pitbull. Vent’anni fa arrivavano meticci e cani da caccia

Come e perché arrivano? “C’è chi porta qui il cane senza microchip e racconta una storia palesemente inventata e noi ci accorgiamo che il cane è il suo e che non lo vuole più. Oppure ci sono cani che arrivano perché ritrovati sul territorio e nessuno si presenta a cercarli. I cani di campagna fanno una vita molto bella finché dura. Vivono e corrono liberi, poi un giorno qualcuno di loro si allontana dalla casa e dal branco e finisce in canile. I proprietari non li cercano. Poi torneranno, pensano. E il cane invece è in canile. Ci sono le persone che si trasferiscono e che non possono oppure non vogliono portare con sé il cane. Altri molto serenamente non lo vogliono più.  Oppure hanno preso troppi cani e non vanno d’accordo fra di loro e non riescono a gestirli. E ci sono le cause di forza maggiore. Abbiamo due cagnolini che vengono da una situazione di fragilità. Uno di questi è carrellato, perché ha il treno posteriore paralizzato. Il loro amico umano viveva per loro e con loro e teneva moltissimo a loro. Ogni volta che andava in crisi e che veniva ricoverato i cagnolini venivano qui. Poi è mancato. E noi abbiamo voluto tenerli qui, perché ci conosciamo da tempo.”

Dalla inconsapevolezza e disinteresse alla effettiva impossibilità di tenere il cane con sé. Le leggi che cosa dicono a proposito? “A tutela degli animali la legge prevede la possibilità di rinunciare alla proprietà. Il legislatore si è detto: meglio il canile dell’abbandono. La possibilità di rinunciare alla proprietà è diventata però un’arma a doppio taglio perché non è specificato che i motivi devono essere gravi. Rispetto alla possibilità di rinuncia i Comuni si comportano in modo diverso. Alcuni hanno provato a disincentivare collegando una tassa alla rinuncia di proprietà. Nel caso di un conduttore portatore di fragilità, la tassa viene annullata. In altri casi, come ad esempio in casi di morsicatura, le persone si rivolgono ad esperti per dimostrare che il cane non è più facilmente gestibile. Se vivi solo e non hai familiari che non possano occuparsi del cane, si cercano i parenti. La rinuncia di proprietà ci permette di mettere il cane nel circuito dell’adozione e se è un cane teoricamente adottabile potrebbe avere la possibilità di ricominciare una nuova vita sociale in una famiglia nuova”, ancora Isabella Bertoldi.

Poi, i casi singolari. La Presidente cita il caso di un cane pastore maremmano.  E racconta la sua storia: “Andava sempre in vacanza con loro, era sempre con la famiglia. Fino a che un giorno non è stato più possibile. Lo hanno affidato a un loro parente più anziano che lo teneva in un box vicino a casa. Il cane ha cominciato a ringhiare. Ma la loro richiesta di ingresso nel canile non è stata accettata, perché il parente aveva la possibilità di tenerlo con sé nella pertinenza della sua casa. Un Comune  – aggiunge – potrebbe anche accettare la richiesta di rinuncia ma rimandare l’ingresso al canile fino alla disponibilità di un posto libero.”

Storie di cani, storie sociali. Gli animali raccontano chi siamo. Cani e gatti parlano di noi. Gli abbandoni raccontano il backstage della nostra Storia e anche delle nostre storie di vita: il fenomeno del randagismo in Romania, dopo Ceaușescu; i cani e i gatti fuggiti dall’Ucraina fuggiti in braccio ai loro amici umani dopo l’operazione speciale russa del 2022; i cani di Chernobyl.  Sono casi estremi: è la stessa nostra Storia raccontata da una fatica diversa.

Un atto consapevole, la rinuncia. Come dovrebbero esserlo le adozioni: l focus di uno dei prossimi impegni della Gazzetta dell’Emilia.

(con il contributo di Mister Pet – Traversetolo Parma)

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