Di Lamberto Colla e Daniele Trabucco Parma 31 maggio 2026 – Il prossimo 2 giugno prepariamoci a ascoltare il tripudio della retorica, del “volemose bene tutti” mentre ci pugnaliamo alle spalle. Che l’ottantesimo della Repubblica sia invece il punto di svolta verso la consacrazione dei valori e non la sola loro enunciazione.
Per un’occasione così importante ho chiesto un contributo intellettuale al professor Daniele Trabucco, Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato, nella consapevolezza che avrebbe trovato vari spunti sui quali tutti noi dovremmo riflettere.
Potremo condividere o meno le considerazioni del professore, ma non possiamo limitarci a celebrare una festa che sta alienando i valori nobili originali.
Repubblica senza fondamento: ottant’anni di volontà senza verità.
Di Daniele Trabucco (*)
Il 2 giugno ritorna ogni anno con il suo apparato cerimoniale, con le bandiere esposte, con le formule istituzionali ripetute, con il linguaggio ufficiale dei valori repubblicani, con la retorica dell’unità nazionale e della memoria condivisa, eppure proprio nell’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana si impone una domanda che la celebrazione tende accuratamente a evitare: che cosa si celebra davvero, quale fondamento viene riconosciuto, quale ordine di giustizia viene riaffermato, quale verità sull’uomo e sulla comunità politica viene posta alla base della convivenza civile, perché una Repubblica che si limita a commemorare se stessa, senza interrogarsi sul proprio principio costitutivo, rischia di ridursi a un rito stanco, a una liturgia secolarizzata, a una religione civile che sopravvive non per la forza della verità che custodisce, ma per l’abitudine sociale e istituzionale a considerarla intangibile.
L’anniversario della Repubblica non dovrebbe essere soltanto occasione di omaggio formale, né il pretesto per una narrazione edificante nella quale tutto appare pacificato, ordinato, progressivo, inevitabile, quasi che la storia politica italiana avesse trovato nel 2 giugno 1946 il proprio compimento definitivo, perché ogni ordinamento politico, se vuole essere preso sul serio, deve sottoporsi al giudizio della ragione e della giustizia, deve rispondere alla domanda sul bene comune, deve mostrare se il proprio diritto sia misura dell’agire umano o soltanto tecnica di organizzazione del potere, e proprio da questa prospettiva il problema della Repubblica non è anzitutto il funzionamento delle sue istituzioni, né la qualità delle sue classi dirigenti, né la fragilità dei suoi partiti, bensì il fondamento ultimo sul quale essa pretende di reggersi.
Il punto decisivo è che la modernità politica ha progressivamente sostituito l’ordine naturale della giustizia con il primato della volontà, ha mutato la legge da ordinamento razionale al bene comune in prodotto della decisione sovrana, ha trasformato la libertà da perfezione dell’agire conforme al vero e al bene in autodeterminazione del soggetto, ha ridotto la comunità politica da ordine di fini a procedura di composizione degli interessi, e in questa sostituzione si coglie il tratto più profondo della crisi contemporanea, perché quando il diritto non riconosce più una misura superiore alla decisione umana, quando la Costituzione stessa viene letta non come possibile espressione storica di principi oggettivi, ma come tavola aperta alla manipolazione interpretativa, allora ciò che resta non è la giustizia, ma la volontà organizzata, non è il bene comune, ma il consenso mutevole, non è la legge in senso classico, ma il comando legittimato dalla procedura.
In questo orizzonte, la festa della Repubblica assume il volto ambiguo di una celebrazione che pretende di essere fondativa mentre evita accuratamente la questione del fondamento, poiché essa celebra la nascita di una forma politica senza domandarsi se la forma politica, per essere giusta, possa bastare a se stessa, e se il voto, il referendum, la maggioranza, il patto costituzionale, la legalità positiva possano realmente costituire il criterio ultimo del giusto, oppure se essi abbiano bisogno di essere misurati da un ordine anteriore e superiore, non prodotto dall’uomo, non disponibile alla maggioranza, non revocabile dalla mutevolezza delle opinioni collettive.
La prospettiva del diritto naturale classico, che la modernità ha spesso caricaturato come residuo del passato o come ingombro metafisico da superare, consente invece di porre la domanda in termini radicali: una comunità politica è giusta non perché si proclama democratica, non perché deriva da una decisione popolare, non perché possiede una Carta costituzionale, non perché dispone di istituzioni rappresentative, ma perché riconosce e serve un ordine oggettivo del bene umano, perché subordina il potere alla giustizia, perché considera la legge non come pura volontà del legislatore, ma come ordinamento della ragione, perché sa che la persona non è un fascio di desideri da proteggere indiscriminatamente, bensì un essere razionale e sociale ordinato a fini che non crea arbitrariamente, ma riceve nella struttura stessa della propria natura.
Da questo punto di vista, la Repubblica italiana appare sempre più prigioniera di una contraddizione originaria che l’ottantesimo anniversario rende soltanto più evidente, poiché da un lato essa continua a invocare dignità, diritti, solidarietà, uguaglianza, libertà e democrazia come se fossero principi indisponibili, dall’altro li consegna a una interpretazione progressivamente volontaristica, soggettivistica e relativistica, nella quale dignità significa spesso autodeterminazione senza limite, libertà significa emancipazione da ogni vincolo naturale, uguaglianza significa neutralizzazione delle differenze reali, solidarietà significa amministrazione pubblica del bisogno, democrazia significa consacrazione procedurale della volontà maggioritaria o giudiziaria, e così le parole più alte dell’esperienza costituzionale diventano contenitori disponibili, suscettibili di essere riempiti di contenuti sempre diversi a seconda del clima culturale dominante.
Non si tratta, dunque, di contrapporre nostalgicamente la Repubblica ad altre forme storiche di ordinamento politico, né di indulgere a una sterile polemica commemorativa, perché il punto è molto più profondo e riguarda la domanda se un regime politico moderno possa reggersi senza riconoscere una verità sull’uomo, se possa parlare di diritti senza una natura umana, se possa parlare di doveri senza un ordine morale oggettivo, se possa parlare di bene comune senza una concezione sostanziale del bene, se possa parlare di libertà senza una verità che la orienti, e la risposta, per chi si collochi nel solco del realismo metafisico e del giusnaturalismo classico, non può che essere negativa.
La Repubblica, celebrata come conquista definitiva della libertà politica, mostra oggi una crescente incapacità di distinguere la libertà dall’arbitrio, il diritto dalla pretesa, la giustizia dal consenso, la legalità dalla legittimità, la democrazia dal dominio dell’opinione, e questa incapacità non è un accidente, non è una deviazione episodica, non è il semplice effetto della cattiva qualità della politica, ma è il risultato coerente di una modernità che ha voluto emancipare l’ordine civile dalla legge naturale, che ha pensato il potere come produzione autonoma di normatività, che ha collocato il soggetto al centro dell’universo giuridico, che ha sostituito il bene con la scelta e la verità con la procedura.
Destra e sinistra, pur nella loro apparente opposizione, condividono in larga misura questo stesso presupposto moderno, perché entrambe pensano il politico a partire dalla volontà, entrambe assumono lo Stato come produttore di ordine, entrambe riducono il diritto a strumento di realizzazione di progetti ideologici, entrambe oscillano tra individualismo e statalismo, entrambe parlano di valori senza interrogarsi sulla loro radice ontologica, entrambe invocano la Costituzione come testo sacro della religione civile contemporanea, tuttavia raramente si domandano se l’ordinamento costituzionale debba essere letto alla luce della giustizia naturale o se debba essere trattato come un dispositivo aperto, plasmabile, reversibile, manipolabile secondo le esigenze della storia, del consenso e dell’interpretazione.
In questa comune immersione nella modernità sta forse uno degli aspetti più gravi del nostro tempo, perché il confronto politico appare acceso nelle forme e debole nei principi, aspro nei linguaggi e omogeneo nelle premesse, diviso sui mezzi e concorde nel rifiuto implicito di un ordine naturale superiore alla volontà umana, cosicché la destra tende spesso a sacralizzare la nazione, la sicurezza, la sovranità o l’identità senza ricondurle a un ordine oggettivo di giustizia, mentre la sinistra tende a sacralizzare i diritti, l’autodeterminazione, l’inclusione e l’uguaglianza senza misurarli sulla natura dell’uomo e sul bene comune, e in entrambi i casi ciò che viene meno è la politica come prudenza ordinatrice del giusto, sostituita dalla politica come tecnica di gestione del consenso e di produzione normativa del desiderio collettivo.
La festa del 2 giugno diventa così il simbolo di una Repubblica che celebra la propria nascita storica, eppure fatica a rendere ragione della propria legittimità sostanziale, perché l’origine democratica non basta, il consenso popolare non basta, la legalità costituzionale non basta, la continuità istituzionale non basta, se tutto questo non viene ricondotto a un principio di giustizia che precede lo Stato e che lo Stato deve riconoscere, custodire e servire, poiché il potere politico non è giusto perché efficace, non è giusto perché eletto, non è giusto perché maggioritario, non è giusto perché costituzionalmente regolato, è giusto solo quando si ordina al bene comune secondo ragione, quando rispetta la natura dell’uomo, quando riconosce che vi sono beni indisponibili e limiti invalicabili che nessuna volontà pubblica può legittimamente oltrepassare.
La modernità, invece, ha progressivamente dissolto questa consapevolezza, e lo ha fatto con un gesto apparentemente liberatorio ma in realtà profondamente distruttivo, perché ha promesso all’uomo di essere padrone di sé, della propria natura, della propria identità, della propria comunità, della propria legge, e lo ha consegnato a poteri sempre più pervasivi, a ordinamenti sempre più tecnici, a giudici sempre più creativi, a burocrazie sempre più invasive, a mercati sempre più assoluti, a desideri sempre più fragili, a diritti sempre più instabili, mostrando così che l’emancipazione dalla verità non produce libertà, bensì dipendenza da volontà più forti, più organizzate e più capaci di imporsi.
Qui si coglie anche la stanchezza della religione civile repubblicana, perché ogni religione civile ha bisogno di dogmi, di riti, di eroi, di testi sacri, di formule ripetute, di nemici simbolici, e la Repubblica contemporanea sembra aver costruito attorno a sé un apparato di sacralità secolare nel quale la Costituzione viene spesso citata più che letta, invocata più che compresa, venerata più che interpretata secondo verità, mentre il discorso pubblico trasforma la memoria in pedagogia obbligatoria e la celebrazione in conformismo istituzionale, tuttavia nessuna sacralità civile può sostituire il fondamento naturale della giustizia, perché ciò che non è vero non diventa vero perché commemorato, ciò che non è giusto non diventa giusto perché legalizzato, ciò che non è conforme al bene dell’uomo non diventa umano perché approvato da una maggioranza o consacrato da una Corte.
La Repubblica italiana, dopo ottant’anni, appare così sospesa tra grandezza formale e povertà sostanziale, tra ricchezza testuale e fragilità filosofica, tra invocazione dei principi e smarrimento del loro fondamento, e questa sospensione si manifesta nella crisi della rappresentanza, nella riduzione della politica ad amministrazione, nella trasformazione dei diritti in pretese soggettive, nella perdita del senso del dovere, nella dissoluzione della famiglia naturale, nella subordinazione della scuola a paradigmi pedagogici mutevoli, nella crescente dipendenza della legge da sensibilità culturali transitorie, nella difficoltà di pensare la comunità non come somma di individui, ma come ordine di relazioni finalizzato al bene comune.
Un autentico giudizio sul 2 giugno, allora, non può arrestarsi alla scelta istituzionale tra Monarchia e Repubblica, né può limitarsi alla contrapposizione storica tra passato e presente, perché la questione più seria è se la forma repubblicana abbia saputo riconoscere che la sovranità non è assoluta, che il popolo non è fonte ultima della giustizia, che la Costituzione non crea la verità morale, che il Parlamento non dispone della natura umana, che il giudice non può inventare diritti contro l’ordine dell’essere, che lo Stato non è padrone del bene e del male, e che ogni ordinamento politico, qualunque sia la sua forma storica, è chiamato a ricevere la misura da ciò che lo precede.
La Repubblica sarà davvero degna di essere celebrata soltanto se saprà uscire dalla propria autoreferenzialità, se saprà riconoscere che la democrazia senza verità diventa procedura vuota, che la libertà senza bene diventa licenza, che l’uguaglianza senza natura diventa artificio ideologico, che la dignità senza ordine ontologico diventa parola manipolabile, che la legalità senza giustizia diventa obbedienza al comando, che la Costituzione senza diritto naturale diventa documento esposto alle oscillazioni dell’interpretazione dominante, perché il problema non è avere una Repubblica, ma sapere se essa sia ordinata alla giustizia, se riconosca ciò che non può creare, se custodisca ciò che non può possedere, se serva un bene che non dipende dalla volontà dei governanti né dal consenso dei governati.
Per questo l’ottantesimo anniversario della Repubblica non dovrebbe essere l’ennesima occasione per ripetere parole già dette, né per alimentare una devozione istituzionale ormai incapace di scuotere le coscienze, bensì il momento di un esame severo, nel quale chiedersi se l’Italia politica abbia ancora la capacità di pensare il diritto come partecipazione all’ordine della ragione, la legge come misura del giusto, la libertà come adesione al bene, l’autorità come servizio, la comunità come perfezionamento dell’uomo, o se invece abbia definitivamente accettato il paradigma moderno della volontà sovrana, dell’individuo autoreferenziale, del diritto plastico, della verità ridotta a opinione pubblica e del bene comune sostituito dalla somma dei desideri socialmente organizzati.
Celebrando il 2 giugno, dunque, non basta dire Repubblica, non basta dire Costituzione, non basta dire democrazia, non basta dire libertà, perché queste parole possono essere nobili oppure vuote, vere oppure retoriche, ordinate oppure sovversive, a seconda del fondamento che le sorregge, e se tale fondamento non è l’ordine naturale della giustizia, se non è la verità dell’uomo come essere razionale, morale, sociale e finalizzato al bene, allora la Repubblica resta esposta al destino di ogni costruzione politica moderna che pretende di fondarsi su se stessa, cioè alla lenta trasformazione della legge in volontà, della libertà in arbitrio, dei diritti in desideri, della democrazia in procedura senza anima, della memoria in rito, della festa in abitudine.
Ottant’anni dopo, la domanda non è se la Repubblica sia ancora celebrabile, ma se sia ancora pensabile alla luce della giustizia, perché un ordinamento che non riconosce il diritto naturale può ancora funzionare, può ancora amministrare, può ancora produrre norme, può ancora organizzare cerimonie, può ancora invocare solennemente i propri valori, nondimeno esso non può dare ragione ultima della propria pretesa di obbligare in coscienza, non può spiegare perché una legge ingiusta non sia vero diritto, non può difendere l’uomo dal potere quando il potere parla il linguaggio dei diritti, non può opporsi alla tirannia del desiderio quando ha rinunciato alla verità del bene, non può custodire la libertà quando ha smarrito il fine per cui la libertà esiste.
Il 2 giugno, allora, non sia soltanto la festa di una Repubblica che si autocelebra, ma diventi, almeno per chi non ha smesso di pensare secondo ragione, il giorno di una domanda scomoda e necessaria: Repubblica, sì, ma fondata su che cosa, ordinata a quale bene, misurata da quale giustizia, custodita da quale verità, perché senza il diritto naturale classico ogni ordine politico, anche il più solennemente democratico, resta sospeso sull’abisso della volontà, e quando la volontà prende il posto della verità, la legge può ancora comandare, il potere può ancora governare, la Repubblica può ancora celebrare se stessa, ma la giustizia ha già cominciato a tacere.




(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
(*) CO-Autore
Daniele Trabucco
Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario “san Domenico” di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.
Sito web personale
www.danieletrabucco.it
(Vignetta di Copertina a cura di Romolo Buldrini L’Aquila) – Altre immagini di repertorio di Quirinale.) –
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