Non tanto per la quantità di stand – che pure è imponente – quanto per la densità culturale che ogni calice porta con sé. È qui che, quasi inevitabilmente, il passo rallenta. E nel nostro caso, si è fermato più volte davanti a un nome: Amarone.
Non è un caso. L’Amarone della Valpolicella è, probabilmente, una delle espressioni più compiute della capacità italiana di trasformare la tecnica in identità. Un vino che nasce già “diverso”: le uve – Corvina, Corvinone, Rondinella – vengono lasciate appassire per mesi prima della vinificazione, perdendo acqua e concentrando zuccheri, aromi e struttura. Il risultato è un rosso potente, avvolgente, che non cerca immediatezza ma profondità.
Nel padiglione veneto, tra gli stand più frequentati, si incontrano alcune delle firme storiche della denominazione. Realtà come Zenato – presente con un Amarone celebrativo e nuove interpretazioni dell’Archivio Storico – testimoniano quanto la tradizione non sia immobilismo, ma continua rilettura di sé stessa.
Accanto ai grandi nomi, si percepisce anche il lavoro corale delle cosiddette “Famiglie Storiche dell’Amarone”, protagoniste di degustazioni dedicate proprio alla lettura dei cru e delle diverse identità territoriali: segno che oggi l’Amarone non è più solo “uno stile”, ma una pluralità di espressioni.
È in questo contesto che si inserisce una tappa quasi obbligata: Masi.
E qui, inevitabilmente, il pensiero va oltre il calice. “A volte ritornano”, verrebbe da dire. La famiglia proprietaria, dopo l’ingresso di un fondo, ha riacquistato il controllo dell’azienda, riportando il timone là dove, forse, era sempre rimasto culturalmente. Un ritorno che ha il sapore di quelle operazioni che non sono solo finanziarie, ma identitarie.
Nel bicchiere, la riflessione si fa concreta.
Da un lato il Costasera Amarone Riserva 2019: composto, elegante, quasi misurato nella sua potenza. Un vino che sembra voler dimostrare che anche l’Amarone può parlare con toni contemporanei, senza perdere profondità. È quello che, personalmente, mi ha convinto di più: per equilibrio, per bevibilità, per quella sensazione di controllo che raramente si associa a vini di questa struttura.
Dall’altro, il Vaio Armaron Serego Alighieri 2017: più tradizionale, più opulento, più “amarone” nel senso classico del termine. Un vino che non cerca compromessi e che anzi sembra volerli evitare con decisione. Ed è proprio questo che ha conquistato Mario, compagno di questa esplorazione, che nel Serego Alighieri ha trovato quella pienezza quasi teatrale che rende l’Amarone un’esperienza più che una semplice degustazione.
Due interpretazioni, due sensibilità, due modi di leggere lo stesso territorio.
E forse è proprio questo il senso di una passeggiata al Vinitaly: non trovare una risposta, ma accorgersi che il vino – soprattutto quello grande – non è mai una verità unica, ma un dialogo continuo tra chi lo produce, chi lo racconta e chi lo beve.


















































