Di Daniele Trabucco Belluno, 26 maggio 2026 – Il Governo Meloni ha fatto del Made in Italy uno dei propri emblemi identitari, sino a consacrarlo nella legge ordinaria dello Stato n. 206/2023, dedicata alla sua valorizzazione, promozione e tutela, ma proprio questa enfasi simbolica rende più evidente la distanza tra la celebrazione politica dell’eccellenza nazionale e la condizione concreta delle filiere che quell’eccellenza producono ogni giorno.
Il punto, naturalmente, non è sostenere che ogni difficoltà del Made in Italy dipenda meccanicamente dal Governo, ma rilevare come l’azione governativa abbia privilegiato la dimensione comunicativa rispetto a quella industriale, lasciando irrisolti i nodi che incidono realmente sulla competitività: energia, credito, transizione tecnologica, tutela delle filiere, formazione tecnica e sostegno ai distretti produttivi.
I dati generali sull’export, letti superficialmente, potrebbero sembrare rassicuranti: nel 2024 le esportazioni italiane di merci si sono attestate a 623,5 miliardi di euro, con una lieve flessione dello 0,4%, mentre nel 2025, secondo l’Istat, le esportazioni di beni sono cresciute del 3,3% e il surplus commerciale ha raggiunto 50,746 miliardi di euro; tuttavia il dato aggregato non basta a dimostrare la salute del Made in Italy tradizionale, perché può essere sostenuto da comparti specifici e da grandi operatori, mentre moda, automotive, manifattura diffusa e artigianato produttivo continuano a subire pressioni strutturali. La prima penalizzazione è energetica: nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l’elettricità in media 278 euro/MWh, contro i 242 della Germania, i 183 della Francia, i 171 della Spagna e i 216 della media europea, con un divario di quasi il 30% che, per un sistema fondato su PMI manifatturiere, ceramica, vetro, moda, legno-arredo, meccanica e agroindustria, equivale a una tassa occulta sulla produzione nazionale. La seconda penalizzazione riguarda le filiere simbolo.
Nell’automotive, secondo ANFIA, nel 2025 l’indice della produzione del settore ha registrato un decremento del 10,3%, in un quadro nel quale la transizione industriale avrebbe richiesto una strategia pubblica forte, stabile e non intermittente; nella moda, Confartigianato ha segnalato nei primi otto mesi del 2025 un calo della produzione del tessile-abbigliamento-pelli del 6,6%, mentre nel solo secondo trimestre 2025 si sono registrate 1.035 cessazioni d’impresa, di cui 843 artigiane, pari a circa 11 chiusure al giorno.
La terza penalizzazione è nella lentezza degli strumenti. Il Fondo nazionale per il Made in Italy, pensato per sostenere il rilancio delle filiere strategiche, ha avuto il proprio decreto attuativo solo il 6 marzo 2025, mentre il Piano Transizione 5.0, pur rilevante nelle intenzioni, è arrivato a esaurimento delle risorse nel novembre 2025, con nuove prenotazioni gestite solo in ordine cronologico in caso di ulteriori disponibilità: un meccanismo poco compatibile con la programmazione industriale di imprese che devono decidere investimenti, macchinari, certificazioni e innovazione su orizzonti pluriennali.
Persino il Liceo del Made in Italy, presentato come segno culturale della nuova stagione, ha mostrato la fragilità dell’impostazione: al debutto per l’anno scolastico 2024/2025 ha raccolto appena 375 iscrizioni in tutta Italia, dato che conferma come la risposta ai bisogni produttivi non possa consistere in nuove etichette ordinamentali, ma nel rafforzamento di ITS, formazione tecnica, apprendistato qualificato, laboratori, competenze digitali ed export management. Il Made in Italy, dunque, non è stato penalizzato perché il Governo lo abbia formalmente negato, ma perché lo ha celebrato senza sostenerlo adeguatamente: lo ha trasformato in lessico identitario, ma non in strategia industriale; lo ha innalzato a marchio politico, ma non ha ridotto i costi che gravano sulle imprese; lo ha evocato come orgoglio nazionale, ma ha lasciato molte filiere esposte a energia cara, ritardi attuativi, crisi settoriali e debolezza formativa.
(immagine creata con AI)

(*) Autore
Daniele Trabucco
Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario “san Domenico” di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.
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