Dermatite Nodulare Bovina in Sardegna: tra focolai, vaccini e abbattimenti. Ma siamo davvero sicuri di quello che sta accadendo?

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Di Andrea Caldart Cagliari, 21 luglio 2025 – In Sardegna sono stati segnalati 19 focolai di Dermatite Nodulare Bovina, una malattia virale che colpisce i bovini, e la risposta delle autorità è stata rapida: già pronte 300.000 dosi per la vaccinazione di massa e, necessario abbattimento di tutti gli animali presenti nell’allevamento anche in presenza di un solo capo infetto. Ma questa risposta, frettolosa e apparentemente dettata più dall’emergenza che dalla scienza, solleva seri dubbi.

Innanzitutto: che tipo di vaccino sarà distribuito? E da chi è prodotto in Sud Africa? È davvero un vaccino nel senso tradizionale del termine? Le informazioni, come spesso accade in questi casi, sono scarse, imprecise, se non addirittura contraddittorie. Alcuni esperti parlano di vaccini “a vettore virale”, altri non specificano affatto. Ma possiamo accettare, in una situazione del genere, una tale opacità?

E poi: perché vaccinare subito per una malattia che non è pericolosa per l’uomo, senza una riflessione approfondita, senza un confronto trasparente con allevatori, autorità e cittadini? La fretta con cui si è proceduto al piano vaccinale alimenta sospetti più che dissiparli. La vaccinazione di massa potrebbe avere conseguenze imprevedibili sugli animali, sugli ecosistemi e sul sistema agricolo locale. Chi si prenderà la responsabilità se le cose andranno storte?

Negli ultimi anni, inutile negarlo, abbiamo assistito a un’escalation di campagne basate sulla paura, soprattutto nel campo sanitario, umano e animale. Siamo stati martellati da un flusso costante di minacce infettive, emergenze sanitarie, allarmi continui. La popolazione è stata addestrata alla reazione pavloviana: malattia = vaccino obbligatorio + restrizioni + abbattimenti.

E adesso, in Sardegna, dove si è visto lo smantellamento suinicolo con la peste suina e la vaccinazione “truffa” della lingua blu che, coincidenza il vaccino veniva prodotto proprio in Sud Africa, come questo per la dermatite bovina, e anch’esso contenete virus vivi, pare che si voglia replicare lo stesso schema, stavolta su scala zootecnica. Ma è lecito chiedersi che cosa si sta veramente sperimentando? Una nuova politica sanitaria basata sull’intervento forzato, sul controllo totale, sulla soppressione del dialogo e il confronto?

L’abbattimento degli animali è una misura estrema. In altri Paesi viene usata solo in situazioni di epidemie devastanti e incontrollabili e solo sui capi infetti. Qui invece sembra profilarsi come una soluzione “normale”, applicabile anche in presenza di pochi casi. Un precedente pericoloso. 

A questo punto, una domanda scomoda ma legittima si impone: e se tutto ciò fosse anche parte di un più ampio tentativo, su scala internazionale, di ridurre progressivamente la produzione e il consumo di carne? Non sarebbe la prima volta che sotto il pretesto della salute pubblica si nascondono obiettivi economici, industriali o ideologici. Alcuni indizi, anche recenti, farebbero pensare a una strategia che, partendo da episodi locali come quello sardo, potrebbe essere finalizzata a ridurre drasticamente la presenza dell’allevamento tradizionale, con conseguenze dirette sull’alimentazione, sulla filiera agricola e sulla sovranità alimentare.

O come dice qualuno, è stata presa di mira la Sardegna per distruggere agricoltura e allevamenti per costringere a vendere le terre per due soldi, per rimpiazzare poi con investimenti eolici e fotovoltaici. Non possiamo continuare a giustificare obblighi medici universali, sia per esseri umani che per animali, con l’argomento della “sicurezza collettiva”, senza tenere conto delle differenze biologiche, ambientali, economiche e culturali. Un approccio unico e centralizzato non può mai essere veramente giusto. E spesso nemmeno efficace.

L’isola, già duramente colpita da crisi economiche e ambientali, non può diventare un laboratorio sanitario sperimentale senza consenso né trasparenza.

È ora di alzare la testa, fare domande scomode e pretendere risposte chiare. La salute pubblica, anche quella animale, non può essere usata come pretesto per decisioni imposte dall’alto senza reale partecipazione democratica.

Foto copertina
Foto credits by www.gazzettasarda.com 

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