Di Lamberto Colla Parma 19 luglio 2026 – Le recenti dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron indicano un innalzamento della soglia di allerta e una ridefinizione della postura militare europea. Tuttavia, non vi è un annuncio di “guerra imminente con le truppe”, ma piuttosto un forte appello a preparare l’esercito e i Paesi europei a scenari di difesa più concreti.
In occasione della festa del 14 luglio, qual migliore anniversario se non la Presa della Bastiglia (del 1789), simbolo della Rivoluzione francese, per incitare alla guerra. Il presidente francese ha infatti dichiarato pubblicamente che la Francia e gli alleati europei sono pronti a difendere la libertà e il diritto, “anche al costo del sangue se serve“, sottolineando la necessità di avere un esercito “pronto al combattimento” di fronte a un mondo sempre più instabile.
Ma sangue di chi?
Il bambinello, l’enfant prodige parigino, è consapevole di quello che ha dichiarato? Come lui la Von der Leyen e molti altri leader europei sono orientati alla guerra, in totale opposizione con il sentimento delle loro genti che di conflitti non ne vogliono nemmeno sentir parlare.
E se non fosse che la gente di oggi è meno “focosa” di un tempo, altri 14 luglio, con ghigliottine multiple, troverebbero spazio nei calendari europei di ogni Paese.
Già perché se Macron fa il bulletto nel tentativo di non sfigurare troppo alle prossime elezioni, il suo collega tedesco Friedrich Merz non è da meno ma nemmeno il premier Polacco, Donald Tusk, senza parlare del suddito di Sua Maestà, l’ormai dimissionario Keir Starmer, che pur non facendo parte della UE pretende di partecipare alle decisioni, di farsi portavoce per tutti, di guidare eventualmente l’esercito europeo, dove si troverebbe a scontrarsi coi francesi e i tedeschi che ambiscono anch’essi a prendere i gradi di Brancaleone.
Una volta l’Europa era la culla della saggezza, la regina della diplomazia e del negoziato, poi, quasi trafitta da una maledizione, perde ogni freno e invece di procedere a una integrazione pragmatica tra gli stati membri originari, attraverso la messa in comunione delle norme e delle economie e un processo di omologazione che conducesse a un esercito comune quindi a una Unione Federale analoga agli USA, ecco che i geni della finanza invece di partire dalle fondamenta partono a costruire la casa comune dal tetto. l’EURO.
L’Euro, la moneta unica che stando alle promesse di Romano Prodi, secondo il quale “Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”, a un quarto di secolo di distanza possiamo registrare il contrario.
La frase pronunciata nel 1999 dall’allora presidente del Consiglio è diventata nel tempo una delle citazioni più ricordate del dibattito economico italiano, nonostante egli abbia in più riprese smentito di averla mai pronunciata.
Fatto sta che, dal 1° gennaio 2002, quando le banconote e le monete hanno iniziato a circolare sostituendo le valute nazionali (per la lira la conversione era 1.936,27 lire per 1 euro) l’economia e lo stato sociale nazionale è andato progressivamente a decrescere, i diritti a comprimersi al contrarsi della qualità e quantità dei servizi offerti dallo Stato.
Il patrimonio privato e i depositi delle formiche italiane da diversi decenni fa molto gola agli splendidi alleati e così iniziò un assalto alla diligenza con la totale complicità dei nostri politici, o meglio dei nostri commissari, che dopo aver detronizzato Silvio Berlusconi, con la scusa della austerity prima e della pandemia poi e della guerra subito dopo, con il minimo comune denominatore di una libera circolazione di extracomunitari illegali.
Il tutto accompagnato dalle normative sulla privacy e sul Digital Service Act. Il Digital Services Act è il regolamento europeo sui servizi digitali: prevede obblighi proporzionati alla dimensione della piattaforma e una nuova cultura della prevenzione dei rischi sistemici, dalla disinformazione ai contenuti illegali.
Insomma a grandi passi verso il controllo sociale alla stregua di quello cinese, pur arrivando al medesimo obiettivo partendo da due posizioni opposte: il Comunismo più puro e il Capitalismo liberal.
Ed è proprio questo traguardo che gli europei vogliono raggiungere con sempre maggior frenesia e arroganza. La democrazia come l’abbiamo conosciuta si è svuotata dei valori originari e si è riempita di parole vuote e demagogiche, sostenuta da una finanza che agevola la diffusione di una comunicazione omologata e arrogante, dove la filosofia Woke e la Cancel Culture sono i contenitori dei nuovi vacui e inutili valori, che tanta presa fanno sui giovani e sui cosiddetti progressisti..
A tal proposito segnalo un testo da leggere con attenzione di dal titolo “L’economia delle emergenze: dalle pandemie alle guerre. La fine della sovranità popolare” di Davide Rossi (Arianna Editrice, 2022). Un saggio lucido, provocatorio e profondamente critico che analizza i meccanismi di potere geopolitici ed economici dell’era contemporanea.
Con alle spalle una laurea in giurisprudenza e quindici anni trascorsi all’interno delle istituzioni politiche italiane, Rossi mette a disposizione del lettore la sua conoscenza delle “stanze del potere” per smontare la narrazione ufficiale delle grandi crisi globali degli ultimi anni.
La tesi centrale: lo Stato come guardaspalle dei grandi oligopoli. Il nucleo del libro ribalta un luogo comune molto diffuso: l’idea che lo Stato sia l’unico argine rimasto contro lo strapotere delle multinazionali. Al contrario, Rossi sostiene una tesi radicale:
“Molti sono convinti del fatto che, se non ci fossero gli Stati, i grandi poteri economici dilagherebbero. Chi scrive si è convinto del contrario: i grandi poteri multinazionali dilagano proprio grazie agli Stati.”
Un testo molto interessante che nelle prossime settimane recensirò a stralci. Puntata dopo puntata andrò ad approfondire i diversi capitoli di cui si compone il saggio di Davide Rossi.
IN CONCLUSIONE
E’ come essere seduti su di una polveriera senza sicurezze e dove l’innesco instabile è la finanza mondiale. A salvarci sarà solo la fede e la preghiera, perché ormai gli uomini sono perduti negli inferi.





(Vignetta di copertina di Romolo Buldrini altre generate con AI) –
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