Home Economia-Marketing Carpineto, quando il vino diventa impresa e le generazioni diventano futuro

Carpineto, quando il vino diventa impresa e le generazioni diventano futuro

0
55

Ci sono aziende che si visitano e aziende che, mentre le visiti, finiscono per raccontarti qualcosa che va ben oltre ciò che producono.

Di Mario Vacca Parma, 6 ottobre 2026 – A giugno ho avuto il piacere di visitare Carpineto, una delle realtà vitivinicole più interessanti della Toscana. E, come spesso mi accade entrando nelle imprese familiari, dopo qualche minuto ho smesso di guardare soltanto botti, vigneti e bottiglie e ho cominciato a osservare le persone.

Un incontro, peraltro, nato quasi per caso al precedente Merano Wine Festival, dove, proprio mentre degustavo uno dei vini di Carpineto, ho conosciuto Laura Ruggieri, responsabile della comunicazione dell’azienda. Da quella conversazione fortuita è nato l’invito a conoscere più da vicino una realtà che, dietro le proprie etichette, custodisce una storia imprenditoriale che meritava di essere raccontata.

Perché dietro un buon vino c’è certamente una terra, c’è una vigna e c’è una cantina. Ma dietro un’impresa che attraversa quasi sessant’anni di storia ci sono soprattutto persone, famiglie, scelte e generazioni.

Carpineto nasce nel 1967 a Dudda, nel comune di Greve in Chianti, dall’incontro tra due giovani, Giovanni Carlo Sacchet e Antonio Mario Zaccheo. Due amici, prima ancora che due soci, che intuirono qualcosa che oggi può sembrare quasi scontato ma che allora non lo era affatto: il futuro del vino italiano non sarebbe stato nella quantità, ma nella qualità.

Zaccheo proveniva da una famiglia di viticoltori pugliesi; Sacchet portava con sé la formazione enologica maturata a Conegliano. Insieme decisero di scommettere sulla Toscana e sul Chianti Classico, applicando alla tradizione tecniche e idee innovative per l’epoca. Era il 1967 e parlare di qualità, selezione dei vigneti, basse rese e tecniche enologiche avanzate significava, in qualche modo, anticipare il futuro.

Da quel primo progetto l’impresa è cresciuta. Oggi Carpineto significa cinque tenute distribuite nelle grandi aree vitivinicole toscane, circa 500 ettari di proprietà, di cui oltre 300 di vigneto. Significa Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano, Brunello di Montalcino, Alto Valdarno e Maremma. Significa milioni di bottiglie e vini presenti in oltre 70 Paesi.

E la crescita non sembra essersi fermata, Carpineto continua infatti ad investire nelle proprie cantine e nelle strutture produttive, migliorandole e adeguandole alle nuove esigenze senza rinunciare alla propria identità. È quel difficile equilibrio tra tradizione ed innovazione che distingue le imprese capaci di evolvere: custodire ciò che il tempo ha reso prezioso, utilizzando tecnologia, competenze e nuovi investimenti per costruire ciò che ancora deve venire.

Numeri importanti,  ma non sono stati i numeri a colpirmi maggiormente durante la visita.

Ad accompagnarmi nella cantina è stato un giovane della famiglia, Anton Robert Zaccheo e mentre lo ascoltavo raccontare l’azienda, mi sono trovato davanti ad una delle questioni delle quali mi occupo più spesso professionalmente: che cosa significa davvero essere figli – o nipoti – di imprenditori?

Anton rappresenta la terza generazione della famiglia Zaccheo. È figlio di Antonio Michael Zaccheo, che ha avuto un ruolo importante nello sviluppo internazionale dell’azienda, ed è nipote di Antonio Mario, uno dei due fondatori. Ha studiato Wine Business in Germania e oggi sta costruendo il proprio percorso all’interno dell’impresa familiare, occupandosi anche della promozione internazionale.

Ma fermarsi alla famiglia Zaccheo significherebbe raccontare soltanto una metà della storia di Carpineto perché dall’altra parte di quel sodalizio nato nel 1967 continua il percorso della famiglia Sacchet. E qui il passaggio generazionale ha il volto e soprattutto la competenza di Caterina Sacchet, figlia del cofondatore Giovanni Carlo, oggi proprietaria, produttrice ed enologa dell’azienda.

Caterina è cresciuta tra vigneti e cantina accanto al padre, assorbendone conoscenze, rigore e passione, ma senza limitarsi a custodirne l’eredità. Ha scelto l’enologia come propria strada professionale e ha progressivamente raccolto il testimone di Giovanni Carlo, portando nella produzione dei vini Carpineto una propria sensibilità e una propria responsabilità tecnica.

Ed è forse proprio qui che la storia delle due famiglie diventa ancora più interessante dal punto di vista imprenditoriale.

Da una parte il percorso della famiglia Zaccheo, con Antonio Michael e oggi con Anton, nel quale alla visione del fondatore si sono progressivamente aggiunte competenze commerciali, internazionali e una nuova conoscenza dei mercati. Dall’altra quello della famiglia Sacchet, dove la competenza enologica di Giovanni Carlo è stata raccolta e reinterpretata da Caterina.

Due famiglie, dunque, ma anche due percorsi generazionali che continuano a incontrarsi dentro la stessa impresa.

E c’è un ulteriore elemento che rende questa storia particolarmente contemporanea. Nel 2026 Carpineto ha ottenuto la certificazione per la Parità di Genere UNI/PdR 125:2022. Un riconoscimento che assume un significato ancora più concreto considerando che oggi oltre la metà della proprietà dell’azienda è femminile.

Non si tratta semplicemente di aggiungere una certificazione alla bacheca dei riconoscimenti,  significa piuttosto osservare come un’impresa nata quasi sessant’anni fa da due uomini abbia saputo evolvere fino a vedere oggi le donne delle nuove generazioni assumere ruoli di proprietà, responsabilità e competenza.

Ed è anche questa, in fondo, una forma di passaggio generazionale: non soltanto trasferire quote e responsabilità, ma permettere all’impresa di cambiare insieme alla società nella quale opera.

Tre generazioni, dunque. Ma soprattutto due famiglie.

Due giovani amici che nel 1967 immaginano un’impresa in Toscana, i loro figli che contribuiscono a trasformarla, svilupparla e portarla sui mercati internazionali ed  una nuova generazione che oggi deve raccogliere quella storia senza limitarsi a custodirla.

Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti delle imprese familiari.

Il passaggio generazionale viene troppo spesso raccontato come il momento nel quale qualcuno consegna le chiavi dell’azienda a qualcun altro ma  non funziona così. Un cognome può essere trasmesso per nascita; la capacità di essere imprenditore, invece, deve essere costruita.

Un’impresa familiare sana non dovrebbe chiedere alle nuove generazioni di essere la copia di quelle precedenti, dovrebbe consegnare loro valori, conoscenza, responsabilità e soprattutto lo spazio necessario per aggiungere qualcosa di proprio.

Carpineto, sotto questo profilo, racconta una storia interessante proprio perché le generazioni non hanno semplicemente sostituito chi le ha precedute, hanno progressivamente aggiunto competenze. Alla dimensione agricola ed enologica si è affiancata quella commerciale, poi quella internazionale, quella della sostenibilità, dell’enoturismo e oggi anche una crescente attenzione ai temi dell’inclusione e della parità.

Oggi l’azienda continua a essere nelle mani delle famiglie Sacchet e Zaccheo e accanto ai fondatori sono cresciute le generazioni successive, con competenze differenti ma all’interno dello stesso progetto.

Ed è qui che una visita in cantina diventa, almeno per me, anche una piccola lezione d’impresa.

In una cantina il tempo ha un significato particolare, non tutto ciò che viene prodotto oggi può essere venduto domani. Alcuni vini hanno bisogno di riposare, evolvere, trovare equilibrio. Forzare i tempi significherebbe comprometterne il risultato.

Forse anche nelle imprese familiari dovremmo imparare qualcosa dal vino.

Preparare una nuova generazione non significa aspettare che arrivi il giorno della successione, significa darle il tempo di conoscere l’impresa, sbagliare, imparare, confrontarsi con il mercato e costruire una propria autorevolezza.

Visitando Carpineto ho visto naturalmente una grande azienda del vino italiano. Ho visto cantine, vigneti, tecnologia e bottiglie capaci di portare la Toscana nel mondo, ma soprattutto ho visto una storia iniziata da due giovani nel 1967 che continua attraverso i loro figli e nipoti quasi sessant’anni dopo.

E forse il successo di un’impresa familiare si misura anche così.

Non soltanto da quanto è riuscita a crescere durante la vita dei fondatori, ma dalla capacità di arrivare ad un momento nel quale chi ha costruito l’impresa possa riconoscere nelle generazioni successive non semplicemente degli eredi, ma persone capaci di assumersi la responsabilità di farla evolvere.

Perché la tradizione non consiste nel conservare il passato;  consiste nel consegnare alle generazioni successive qualcosa che valga ancora la pena portare nel futuro.

La Bussola d’Impresa – Mario Vacca

“Mi presento, sono nato a Capri nel 1973, la mia carriera è iniziata nell’impresa di famiglia, dove ho acquisito la cultura aziendale ed ho potuto specializzarmi nel management dell’impresa e contestualmente ho maturato esperienza in Ascom Confcommercio per 12 anni ricoprendo diverse attività sino al ruolo di vice presidente.

Per migliorare la mia conoscenza e professionalità ho accettato di fare esperienza in un gruppo finanziario inglese e, provatane l’efficacia ne ho voluta fare una anche in Svizzera.

Le competenze acquisite mi hanno portato a collaborare con diversi studi di consulenza in qualità di Manager al servizio delle aziende per pianificare crescite aziendali o per risolvere crisi aziendali e riorganizzare gli assetti societari efficientando il controllo di gestione e la finanza d’impresa.

Un iter professionale che mi ha consentito di sviluppare negli anni competenze in vari ambiti, dalla sfera Finanziaria, Amministrativa e Gestionale, alle dinamiche fiscali, passando attraverso esperienze di “start-up”, M&A e Turnaround, con un occhio vigile e sempre attento alla prevenzione del rischio d’impresa.

Un percorso arricchito da anni di esperienza nella gestione di Risorse Umane e Finanziarie, nella Contrattualistica, nella gestione dei rapporti diretti con Clienti e Fornitori, nella gestione delle dinamiche di Gruppo con soci e loro consulenti.

Nel corso degli anni le esperienze aziendali unite alle attitudini personali mi hanno permesso di sviluppare la capacità di anticipare e nel contempo essere un buon risolutore dei problemi ordinari e straordinari delle attività.

Il mio agire è sempre stato caratterizzato da entusiasmo e passione in tutto quello che ho fatto e continuo a fare sia in ambito professionale che extra-professionale, sempre alla ricerca dell’innovazione e della differenziazione come caratteristica vincente.

La passione per la cultura mi ha portato ad iscrivermi all’Ordine dei Giornalisti ed a  scrivere articoli di economia pubblicati nella rubrica “La Bussola d’Impresa” edita dalla Gazzetta dell’Emilia ed a collaborare saltuariamente con altre testate.

La stessa passione mi porta a pianificare ed organizzare eventi non profit volti al raggiungimento di obiettivi filantropici legati  alla carità ed alla fratellanza anche attraverso  club ed associazioni locali.

Mi piace lavorare in squadra, mi piace curare le pubbliche relazioni e, sono convinto che l’unione delle professionalità tra due singoli, non le somma ma, le moltiplica.

Il mio impegno è lavorare sodo con etica, lealtà ed armonia.”

 

Contatto Personale: mvacca@capri.it

Profilo Professionale: https://www.gazzettadellemilia.it/economia/itemlist/user/981-la-bussola-soluzioni-d-impresa.html

 

Google search engine