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Il crepuscolo dell’en primeur, Bordeaux detta ancora la rotta, ma il capitale cerca nuove strade nel vino italiano

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Nato per garantire liquidità agli château e consentire a négociants, distributori e collezionisti di acquistare vini ancora in affinamento a prezzi teoricamente vantaggiosi, il meccanismo si trova ora schiacciato tra volatilità geopolitica, rallentamento dei consumi globali, crisi della liquidità e trasformazione delle abitudini di acquisto del consumatore premium.

Le prime uscite della campagna 2025 restituiscono un quadro disomogeneo, alcuni grandi nomi bordolesi tentano ancora aumenti selettivi, facendo leva su una vendemmia qualitativamente eccellente ma quantitativamente limitata; altri continuano invece nella strategia di riduzione dei prezzi già vista nelle campagne 2023 e 2024, che avevano riportato molte quotazioni ai livelli di un decennio fa. In teoria, secondo le classiche logiche di domanda ed offerta, un’annata scarsa e di qualità dovrebbe sostenere i prezzi. In pratica, però, il mercato oggi ragiona in termini molto più finanziari che emotivi.

Ed è proprio questo il punto centrale: il valore simbolico del “grande vino” non basta più a giustificare immobilizzazioni di capitale pluriennali in un contesto caratterizzato da tassi elevati, instabilità internazionale, guerre commerciali, oscillazioni valutarie e crescente prudenza degli operatori.

Per anni Bordeaux ha rappresentato una sorta di “benchmark finanziario” del fine wine mondiale, quasi assimilabile ad un asset alternativo decorrelato. Oggi quella funzione si sta progressivamente ridimensionando. La stessa piattaforma Liv-Ex evidenzia come Bordeaux sia passata dall’85% del valore degli scambi mondiali del fine wine di quindici anni fa a circa il 35% attuale. Un ridimensionamento non solo commerciale, ma strutturale.

La crisi dell’en primeur, tuttavia, non riguarda soltanto la Gironda. Il fenomeno investe ormai l’intero comparto dei grandi rossi da investimento, inclusi i più importanti vini italiani.

Se Bordeaux resta il laboratorio finanziario del vino mondiale, l’Italia non è più spettatrice. Anche denominazioni iconiche come Brunello di Montalcino e Barolo stanno vivendo una fase di raffreddamento sia nel sell-in sia nel sell-out, soprattutto nelle fasce più alte del mercato.

Per anni questi vini hanno beneficiato di una crescita quasi automatica della domanda internazionale, sostenuta da scarsità percepita, premi della critica e crescente interesse collezionistico. Ma oggi il paradigma sta cambiando.

Il mercato globale del lusso alimentare è diventato molto più selettivo. Gli operatori guardano con crescente attenzione alla rotazione del magazzino, al costo-opportunità del capitale immobilizzato e alla marginalità reale delle operazioni. In questo contesto, detenere stock di grandi rossi che richiedono anni prima di entrare pienamente nel ciclo commerciale appare sempre meno coerente con le esigenze di liquidità della distribuzione contemporanea.

Il risultato è duplice.

Da un lato, i grandi vini iconici mantengono un ruolo centrale per il collezionismo internazionale e per gli investitori di fascia alta. Dall’altro, il mercato si sta polarizzando, così  cresce l’attenzione verso denominazioni considerate più accessibili e con un miglior rapporto valore/prezzo, come Rosso di Montalcino o Nebbiolo d’Alba, mentre i segmenti premium soffrono un rallentamento fisiologico.

Non si tratta semplicemente di un ciclo negativo, ma di un cambiamento strutturale delle abitudini di consumo. Da quasi un decennio il mercato internazionale premia vini più immediati, versatili e meno impegnativi finanziariamente e culturalmente. La crescita costante di spumanti e vini bianchi, a discapito dei grandi rossi da lungo affinamento, ne è la dimostrazione più evidente.

Il vero tema, oggi, è finanziario prima ancora che enologico.

Il modello en primeur nasceva in un contesto di denaro relativamente “economico”, crescita stabile della domanda asiatica e forte espansione del collezionismo internazionale. Oggi il quadro è radicalmente mutato.

L’aumento dei tassi di interesse ha modificato il costo del capitale per importatori, distributori ed operatori Ho.Re.Ca. Immobilizzare liquidità per due o tre anni in attesa della consegna di bottiglie che potrebbero non rivalutarsi più come in passato diventa una scelta sempre meno attraente.

In termini finanziari, il mercato sta sostanzialmente ricalcolando il rapporto rischio/rendimento del vino da investimento.

Per molti operatori è oggi più conveniente acquistare annate già disponibili, immediatamente monetizzabili e spesso offerte a prezzi inferiori rispetto alle nuove uscite. Il mercato secondario sta quindi diventando competitivo rispetto al primario, erodendo una delle fondamenta storiche del sistema en primeur: il vantaggio economico dell’acquisto anticipato.

Questa dinamica riguarda sempre più anche il vino italiano di fascia alta. Non è un caso che molte aziende stiano iniziando a rivedere le proprie strategie commerciali, puntando meno sulla logica della scarsità artificiale e più sulla sostenibilità dei listini e sulla tenuta della domanda reale.

Negli ultimi anni una parte del mercato del fine wine ha beneficiato di una forte componente speculativa, alimentata dall’espansione asiatica, dalla finanza alternativa e dalla ricerca di beni rifugio post-pandemia.

Ma come accade in tutti i mercati, quando il prezzo si scollega troppo dal consumo reale, la correzione diventa inevitabile.

Molti Bordeaux, ma anche alcune etichette italiane di culto, hanno raggiunto quotazioni che hanno progressivamente allontanato il consumatore tradizionale, trasformando il vino da bene culturale a strumento finanziario. Oggi il mercato sembra voler riequilibrare questo eccesso.

Il ritorno a prezzi più coerenti non rappresenta necessariamente una crisi irreversibile. Potrebbe anzi essere la condizione necessaria per ristabilire profondità di mercato, rotazione e sostenibilità nel lungo periodo.

Bordeaux probabilmente resterà il principale riferimento culturale e commerciale del vino rosso mondiale. Allo stesso modo, Barolo e Brunello continueranno ad occupare il vertice qualitativo del vino italiano.

Ma il mercato del futuro sarà probabilmente meno automatico e molto più selettivo.

La nuova parola chiave sembra essere “credibilità”, credibilità dei prezzi, sostenibilità finanziaria delle operazioni, coerenza tra qualità e valore percepito.

In questa trasformazione, i produttori italiani avranno davanti una sfida decisiva. Non basteranno più reputazione, punteggi o scarsità produttiva. Servirà una strategia capace di conciliare prestigio, accessibilità finanziaria e capacità di generare consumo reale.

Perché il vino resta un asset emotivo, culturale e identitario. Ma quando il mercato globale rallenta, anche il fascino dei grandi rossi deve confrontarsi con le leggi della finanza.

In fondo, il vino di lusso rischia oggi lo stesso paradosso dei ristoranti più alla moda, quando tutto è sempre “esclusivo”, viene spontaneo chiedersi se la scarsità sia reale o semplicemente una strategia di mercato.

La Bussola d’Impresa – Mario Vacca

“Mi presento, sono nato a Capri nel 1973, la mia carriera è iniziata nell’impresa di famiglia, dove ho acquisito la cultura aziendale ed ho potuto specializzarmi nel management dell’impresa e contestualmente ho maturato esperienza in Ascom Confcommercio per 12 anni ricoprendo diverse attività sino al ruolo di vice presidente.

Per migliorare la mia conoscenza e professionalità ho accettato di fare esperienza in un gruppo finanziario inglese e, provatane l’efficacia ne ho voluta fare una anche in Svizzera.

Le competenze acquisite mi hanno portato a collaborare con diversi studi di consulenza in qualità di Manager al servizio delle aziende per pianificare crescite aziendali o per risolvere crisi aziendali e riorganizzare gli assetti societari efficientando il controllo di gestione e la finanza d’impresa.

Un iter professionale che mi ha consentito di sviluppare negli anni competenze in vari ambiti, dalla sfera Finanziaria, Amministrativa e Gestionale, alle dinamiche fiscali, passando attraverso esperienze di “start-up”, M&A e Turnaround, con un occhio vigile e sempre attento alla prevenzione del rischio d’impresa.

Un percorso arricchito da anni di esperienza nella gestione di Risorse Umane e Finanziarie, nella Contrattualistica, nella gestione dei rapporti diretti con Clienti e Fornitori, nella gestione delle dinamiche di Gruppo con soci e loro consulenti. 

Nel corso degli anni le esperienze aziendali unite alle attitudini personali mi hanno permesso di sviluppare la capacità di anticipare e nel contempo essere un buon risolutore dei problemi ordinari e straordinari delle attività.

Il mio agire è sempre stato caratterizzato da entusiasmo e passione in tutto quello che ho fatto e continuo a fare sia in ambito professionale che extra-professionale, sempre alla ricerca dell’innovazione e della differenziazione come caratteristica vincente.

La passione per la cultura mi ha portato ad iscrivermi all’Ordine dei Giornalisti ed a  scrivere articoli di economia pubblicati nella rubrica “La Bussola d’Impresa” edita dalla Gazzetta dell’Emilia ed a collaborare saltuariamente con altre testate.

La stessa passione mi porta a pianificare ed organizzare eventi non profit volti al raggiungimento di obiettivi filantropici legati  alla carità ed alla fratellanza anche attraverso  club ed associazioni locali. 

Mi piace lavorare in squadra, mi piace curare le pubbliche relazioni e, sono convinto che l’unione delle professionalità tra due singoli, non le somma ma, le moltiplica.

Il mio impegno è lavorare sodo con etica, lealtà ed armonia.”

Contatto Personale: mvacca@capri.it

Profilo Professionale: https://www.gazzettadellemilia.it/economia/itemlist/user/981-la-bussola-soluzioni-d-impresa.html

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