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Éno Florence Wine Excellence, il vino torna a parlare di mercato

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Alla Fortezza da Basso oltre 350 aziende e 1.400 vini.

Di Mario Vacca Firenze 24 settembre 2026 -. Una giornata vissuta insieme a Mariateresa ed Elena, giovani collaboratrici, per scoprire che dietro ogni calice ci sono territorio e cultura, ma anche imprese che devono confrontarsi con un mercato che cambia. Perché oggi produrre bene non basta più: bisogna costruire relazioni, incontrare nuove generazioni e riuscire a vendere valore.

Ci sono momenti nei quali un settore economico ha bisogno di celebrare i propri successi. E ce ne sono altri nei quali ha soprattutto bisogno di guardarsi negli occhi e capire dove sta andando.

Passeggiando tra i banchi di èno Florence Wine Excellence, che il 20 e 21 settembre ha riportato il mondo del vino alla Fortezza da Basso di Firenze, ho avuto la sensazione che per il vino italiano questo sia decisamente il secondo momento.

Questa volta, però, non ero solo.

Ad accompagnarmi c’erano Mariateresa ed Elena, due giovani collaboratrici, e devo ammettere che attraversare una manifestazione dedicata al vino insieme a chi appartiene a una generazione diversa dalla mia ha reso l’esperienza ancora più interessante.

Perché inevitabilmente cambiano le domande, cambiano le curiosità e cambia persino il modo di guardare una bottiglia ed è forse proprio questo uno dei temi sui quali il mondo del vino dovrà maggiormente interrogarsi nei prossimi anni: continuare a parlare a chi già lo conosce e lo ama, ma imparare contemporaneamente a farsi comprendere e desiderare da chi si sta avvicinando adesso.

Il vino rimane uno dei prodotti che meglio raccontano l’Italia nel mondo.

Dentro una bottiglia troviamo territorio, agricoltura, cultura, paesaggio, turismo, tradizioni familiari e capacità di trasformare una materia prima in qualcosa capace di portare con sé un’identità ma proprio per questo rischiamo qualche volta di innamorarci talmente tanto del racconto da dimenticare una parola meno poetica, ma indispensabile: mercato.

Èno Florence Wine Excellence sembra averlo compreso.

La seconda edizione ha portato alla Fortezza da Basso oltre 350 aziende e più di 1.400 vini, affiancando ai banchi di degustazione undici masterclass e costruendo due giornate con funzioni differenti: la domenica aperta anche ai wine lover e il lunedì maggiormente concentrato sull’incontro professionale.

Il primo bilancio della manifestazione parla di oltre 2.000 tra operatori, addetti ai lavori, giornalisti e professionisti della filiera; numeri importanti ma fermarsi ai numeri significherebbe non comprendere la parte più interessante di ciò che accade all’interno di una manifestazione come questa. Dietro molti banchi non c’era soltanto una bottiglia, c’era direttamente chi quella bottiglia l’aveva pensata, prodotta e portata fino a Firenze. Ed è una differenza sostanziale, perché mettere un produttore davanti a un ristoratore, a un enotecario, a un distributore, a un sommelier o a un buyer significa accorciare, almeno per qualche minuto, una filiera che nel lavoro quotidiano può diventare molto più lunga. Si assaggia, naturalmente, ma mentre si assaggia si parla di prezzi, posizionamento, mercati, ristorazione, nuove annate, cambiamenti nei consumi, difficoltà della distribuzione e modi differenti di raggiungere il cliente.

In altre parole, si parla di impresa.

Ed è proprio qui che una manifestazione del vino può trovare oggi la propria funzione economica.

Internet ci consente di conoscere un’azienda senza muoverci dalla scrivania, possiamo leggere la sua storia, vedere le vigne, conoscere le etichette e ordinare una bottiglia con pochi clic.

Se produttori e operatori continuano ad investire tempo e denaro per incontrarsi fisicamente, significa che esiste ancora qualcosa che nessuna piattaforma digitale è riuscita completamente a sostituire:

la relazione.

Non dobbiamo avere paura di dirlo: chi produce vino deve anche venderlo. Può sembrare un’affermazione banale, ma il mondo del vino italiano ha talvolta vissuto con qualche difficoltà il rapporto tra cultura del prodotto e dimensione commerciale.

Abbiamo giustamente imparato a parlare di terroir, denominazioni, altitudini, esposizioni, affinamenti, vitigni autoctoni e tecniche di cantina, abbiamo costruito una cultura del vino molto più evoluta rispetto a qualche decennio fa, ora dobbiamo riuscire a compiere un altro passaggio:

trasformare quella cultura in valore economico senza impoverirla.

Un grande vino che rimane in cantina non sostiene l’azienda che lo ha prodotto, una denominazione conosciuta dagli esperti ma incapace di raggiungere nuovi consumatori rischia di diventare culturalmente prestigiosa ed economicamente fragile, ed una cantina che produce magnificamente ma non costruisce una rete commerciale adeguata rimane comunque un’impresa vulnerabile.

Per questo è interessante la scelta di èno di riservare uno spazio importante al mondo professionale: buyer, distributori, ristoratori, sommelier e operatori dell’ospitalità.

Perché davanti allo stesso bicchiere possono esistere domande molto differenti.

Non soltanto:

“Mi piace?”

Ma anche:

“Posso proporlo? A chi? A quale prezzo? In quale mercato? E con quale storia?”

È in quel momento che il calice incontra il contratto e non c’è nulla di meno romantico in questo. È semplicemente ciò che consente a chi produce quel vino di continuare a farlo.

Essere a Firenze avrebbe potuto facilmente trasformare la manifestazione in una grande celebrazione del vino toscano. Fortunatamente non è stato così.

La Toscana era naturalmente protagonista, ma accanto alle aziende italiane la manifestazione ha aperto lo sguardo anche oltre confine, offrendo occasioni di confronto con territori e produzioni internazionali.

Anche le masterclass hanno seguito questa impostazione, attraversando grandi territori italiani e stranieri e permettendo di mettere a confronto interpretazioni, vitigni e culture differenti.

È una scelta intelligente perché difendere il vino italiano non significa evitare il confronto con ciò che accade fuori dai nostri confini.

Significa esattamente il contrario. Conoscere gli altri per comprendere meglio noi stessi.

Ed è proprio passeggiando con Mariateresa ed Elena che mi sono soffermato su un’altra questione.

Noi che frequentiamo da tempo il mondo del vino rischiamo talvolta di dare per scontato il suo linguaggio. Parliamo di tannini, mineralità, affinamenti, cru, sottozone, macerazioni e disciplinari.

Tutto corretto ma chi si avvicina oggi al vino ha necessariamente bisogno di conoscere tutto questo prima di poterne godere? Probabilmente no.

E la presenza di due giovani al mio fianco mi ha ricordato quanto sia importante osservare una manifestazione anche attraverso la curiosità di chi non sente il bisogno di dimostrare quanto conosce, ma semplicemente vuole capire, assaggiare e scoprire.

Il settore dovrà lavorare molto su questo.

Perché il consumatore sta cambiando, cambiano le occasioni di consumo, i linguaggi, la disponibilità economica, il rapporto con l’alcol e persino il modo nel quale una nuova generazione decide che cosa meriti attenzione.

Il vicepresidente di èno, Simone Tacconi, presentando la manifestazione aveva posto proprio il tema della necessità di non trasformare la cultura del vino in qualcosa capace di intimorire chi vorrebbe avvicinarsi al prodotto. È una riflessione importante. Abbiamo insegnato al consumatore che il vino è complesso,  forse adesso dobbiamo anche ricordargli che il vino può essere semplice.

Semplice non significa banale, significa accessibile, comprensibile, capace di accompagnare una cena, un incontro, un’emozione senza richiedere necessariamente una laurea in enologia per poter essere apprezzato.

È forse questa la riflessione che porto con me tornando da Firenze.

Dietro ogni etichetta incontrata alla Fortezza da Basso esiste un’azienda, talvolta grande, molto più spesso piccola o familiare.

Ci sono vigne da curare, persone da pagare, bottiglie da produrre, magazzini da finanziare, agenti, distributori, ristoratori, investimenti, debiti, capitale immobilizzato e mercati da conquistare.

Poi certamente ci sono il paesaggio, la tradizione, la famiglia, il territorio e quella straordinaria componente emotiva che rende il vino diverso da quasi ogni altro prodotto.

Ma una cosa non può esistere a lungo senza l’altra.

La poesia senza sostenibilità economica rischia di rimanere soltanto poesia e forse manifestazioni come èno diventano davvero utili proprio quando riescono a tenere insieme questi due mondi.

Quando il racconto di un territorio diventa una relazione commerciale,  quando una degustazione diventa un contatto, quando un contatto diventa un ordine. E quando quell’ordine permette a un’azienda di continuare a coltivare quella vigna e a raccontare quel territorio.

I calici alla Fortezza da Basso sono ormai stati riposti.

I produttori sono tornati nelle proprie cantine, i ristoratori nei propri locali, i distributori nei propri mercati.

Mariateresa, Elena ed io siamo tornati al nostro lavoro portandoci dietro assaggi, incontri, qualche fotografia e soprattutto molte riflessioni ma è proprio adesso che si comprenderà il vero risultato della manifestazione, non soltanto contando quante persone siano entrate alla Fortezza da Basso o quante bottiglie siano state stappate.

Bisognerà verificare quanti incontri diventeranno telefonate, quante telefonate diventeranno appuntamenti e quanti appuntamenti diventeranno rapporti commerciali.

Perché una manifestazione B2B non dovrebbe essere giudicata soltanto per quante persone riesce a portare dentro un padiglione.

Dovrebbe essere giudicata anche per quante relazioni riesce a far uscire da quel padiglione.

Ed è forse questa la cosa più bella che porto via da Firenze.

Io ho probabilmente guardato molte di quelle bottiglie con gli occhi dell’uomo d’impresa, cercando dietro un’etichetta un’azienda, dietro un produttore una famiglia e dietro un prezzo la sostenibilità di un progetto.

Mariateresa ed Elena, con la curiosità della loro generazione, mi hanno ricordato invece che prima di diventare clienti bisogna avere ancora voglia di scoprire.

Sono due prospettive che il mondo del vino farebbe bene a tenere insieme.

Perché il vino italiano ha certamente bisogno di continuare a raccontare le proprie storie.

Ha bisogno di imprenditori capaci di venderle, di operatori capaci di valorizzarle e di manifestazioni capaci di creare relazioni.

Ma ha soprattutto bisogno che ci siano nuove generazioni ancora curiose di ascoltarle.

Èno Florence Wine Excellence, alla sua seconda edizione, sembra avere intuito questa necessità.

E Firenze, con la sua naturale capacità di mettere insieme bellezza, cultura e commercio, rimane probabilmente uno dei luoghi migliori per provarci.

Perché alla fine il futuro del vino non si costruisce soltanto dentro una cantina.

Si costruisce nell’incontro tra chi quel vino lo produce, chi deve riuscire a venderlo e chi, magari per la prima volta, decide di versarlo nel proprio bicchiere.

 

 

 

La Bussola d’Impresa – Mario Vacca

“Mi presento, sono nato a Capri nel 1973, la mia carriera è iniziata nell’impresa di famiglia, dove ho acquisito la cultura aziendale ed ho potuto specializzarmi nel management dell’impresa e contestualmente ho maturato esperienza in Ascom Confcommercio per 12 anni ricoprendo diverse attività sino al ruolo di vice presidente.

Per migliorare la mia conoscenza e professionalità ho accettato di fare esperienza in un gruppo finanziario inglese e, provatane l’efficacia ne ho voluta fare una anche in Svizzera.

Le competenze acquisite mi hanno portato a collaborare con diversi studi di consulenza in qualità di Manager al servizio delle aziende per pianificare crescite aziendali o per risolvere crisi aziendali e riorganizzare gli assetti societari efficientando il controllo di gestione e la finanza d’impresa.

Un iter professionale che mi ha consentito di sviluppare negli anni competenze in vari ambiti, dalla sfera Finanziaria, Amministrativa e Gestionale, alle dinamiche fiscali, passando attraverso esperienze di “start-up”, M&A e Turnaround, con un occhio vigile e sempre attento alla prevenzione del rischio d’impresa.

Un percorso arricchito da anni di esperienza nella gestione di Risorse Umane e Finanziarie, nella Contrattualistica, nella gestione dei rapporti diretti con Clienti e Fornitori, nella gestione delle dinamiche di Gruppo con soci e loro consulenti.

Nel corso degli anni le esperienze aziendali unite alle attitudini personali mi hanno permesso di sviluppare la capacità di anticipare e nel contempo essere un buon risolutore dei problemi ordinari e straordinari delle attività.

Il mio agire è sempre stato caratterizzato da entusiasmo e passione in tutto quello che ho fatto e continuo a fare sia in ambito professionale che extra-professionale, sempre alla ricerca dell’innovazione e della differenziazione come caratteristica vincente.

La passione per la cultura mi ha portato ad iscrivermi all’Ordine dei Giornalisti ed a  scrivere articoli di economia pubblicati nella rubrica “La Bussola d’Impresa” edita dalla Gazzetta dell’Emilia ed a collaborare saltuariamente con altre testate.

La stessa passione mi porta a pianificare ed organizzare eventi non profit volti al raggiungimento di obiettivi filantropici legati  alla carità ed alla fratellanza anche attraverso  club ed associazioni locali.

Mi piace lavorare in squadra, mi piace curare le pubbliche relazioni e, sono convinto che l’unione delle professionalità tra due singoli, non le somma ma, le moltiplica.

Il mio impegno è lavorare sodo con etica, lealtà ed armonia.”

 

Contatto Personale: mvacca@capri.it

Profilo Professionale: https://www.gazzettadellemilia.it/economia/itemlist/user/981-la-bussola-soluzioni-d-impresa.html

 

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